Mario Draghi e i polli di Renzi

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La Banca sopra la Politica, il Nord sopra il Sud, i maschi sopra le donne. Questa appare, ridotta all’essenziale, la struttura architettonica del nuovo governo: una fotografia perfetta dello stato di cose esistente e delle sue inamovibili gerarchie. Con buona pace di chi parla di “governo del cambiamento”.

Non può sfuggire a nessuno, intanto, che l’ex governatore di Bankitalia e della Bce ha riservato a sé e ai propri fedelissimi il controllo della cassaforte, in primis del tesorone in arrivo dall’Europa, perché la gestissero con l’unica logica che gli uomini di banca conoscono: quella del denaro che rispetta solo se stesso (e che va dove già ce n’è). E colpisce che tra questi ci sia uno come Daniele Franco, più che fedelissimo suo vero alter ego se si da ascolto alle indiscrezioni del neoministro alla Pubblica Amministrazione Brunetta che attribuisce proprio a lui il ruolo di “uomo-macchina” che nell’estate del 2011, a palazzo Koch, lavorò alla lettera lacrime e sangue che poi Draghi firmerà insieme a Trichet). A cui si aggiunge, a quadrare il cerchio, oltre al manager Colao, un inaspettato Giorgetti, in nome di vecchia amicizia e – chissà – per reminiscenze bocconiane (non stupisca il sodalizio tra un banchiere globale ed europeo e un esponente “sovranista” perché si sa che in banca, sui soldi, anche il diavolo e l’acqua santa possono accordarsi). Né appare strano che poi abbia affidato per così dire “d’ufficio” un certo numero di ministeri chiave a quella che può essere considerata un’élite del sapere tecnico (un’ex presidente della Corte, due rettori, uno scienziato specialista di nanotecnologie, un ex presidente dell’Istat, una ex prefetto di pregio). Quasi volesse “mettere in sicurezza” il “cuore dello stato”, o del sistema, da una politica malata, per certi versi comatosa, che nelle convulsioni dell’ultimo bimestre ha mostrato a nudo la propria incapacità di venire a capo della crisi che essa stessa aveva scatenato, riservandole un parterre tanto ampio quanto poco qualificato. Uno spazio di tutti (e del contrario di tutti) da popolare secondo i dettami del manuale Cencelli, in cui le scarse competenze e l’esuberante litigiosità potessero in qualche misura offrire un simulacro di “copertura politica” senza rischiare di danneggiare i gangli vitali del sistema (più che commissariamento, “confinamento” si potrebbe dire).

Questo deve essere stato il pensiero congiunto di Draghi e Mattarella: la via tecnocratica, costruita con sofisticata ingegneria istituzionale, attraverso cui ricondurre a “ordine” l’anomalia selvaggia inaugurata col voto del 2018, ridisegnando il sistema di governo sulla mappa gerarchica del potere reale rispettandone con certosina attenzione le isobare. Ed è esattamente quel criterio che ha portato a premiare il Nord (18 ministri) a scapito del Sud (appena 4), tanto che verrebbe da dire che, parafrasando la Moratti, i “posti” sono stati assegnati territorialmente in base al Pil: ben 9 ministri vengono dalla Lombardia, 4 dal Veneto, nessuno dalle isole… Mentre per le donne – 8 su 24 – non è cosa nuova, è l’antropologia d’ancien régime che ha parlato.

Funzionerà? Si può davvero pensare di venire a capo di una grave “crisi di sistema” – quale quella che effettivamente l’Italia vive – con espedienti ingegneristici o con la logica del deus ex machina? E’ per lo meno la terza volta che si tenta questa via – la prima con Ciampi, la seconda con Monti, ora con Draghi, peraltro figure assai simili per competenze e profilo tecnico-culturale – e ogni volta se ne è usciti con uno scatto in avanti sul piano inclinato della crisi istituzionale e sociale. Il Governo Ciampi, non dimentichiamolo, fu l’ultimo della Prima Repubblica. Dopo la sua fine dilagò il berlusconismo, espressione di una metamorfosi regressiva dell’elettorato nel suo complesso. Quindici anni più tardi, dopo diciassette mesi di Governo Monti emerse il corpaccione grillino al centro di un sistema politico terremotato e sulla superficie di un corpo sociale martoriato: un “invitado incomodo”, per usare l’espressione del politologo Benjamin Arditi, che seminò il panico nei “salotti buoni” della finanza globale [fu allora che Mario Draghi (già lui!) dall’alto dell’ Eurotower, evocò, per placare il panico, il “pilota automatico” – automatic pilot, disse, perché, si sa, i mercati parlano solo inglese – intendendo che nessun mutamento politico può spostare il gioco economico dai suoi (anche se dissennati) fondamentali]. E che, nella tornata successiva, nel fatidico marzo del 2018, si gonfierà ancora catalizzando quasi 11 milioni di voti e raggiungendo una percentuale (il 33%) simile a quelle della vecchia DC.

Un altro terremoto che sconvolse vecchi e nuovi poteri, istituzionali ed economici, i quali infatti si misero subito all’opera per ricuperare centralità e controllo. Ve lo ricordate il lungo travaglio, durato quasi tre mesi, per formare il governo, con l’imperdonabile, ottuso rifiuto del Pd ancora a guida renziana di allearsi con i 5Stelle che consegnò la maggioranza alla convergenza ibrida con la Lega di Salvini? Ma soprattutto il grottesco tentativo del Quirinale di imporre, in extremis, un governo tecnico a guida Cottarelli (siamo stati tutti a bocca aperta davanti alla TV a guardare la porta chiusa da cui avrebbe dovuto uscire il mago della spending review, e non uscì nessuno, finché anche i corazzieri se ne andarono piantando tutti in asso), prima di cedere a denti stretti Palazzo Chigi all’avvocato (“del popolo”) Giuseppe Conte. E dar vita a quello che era (e si vedrà ben presto) un governaccio – un ircocervo che metteva insieme il libertarismo grezzo di Beppe Grillo e l’autoritarismo affaristico di Matteo Salvini, portandosi in pancia l’iportrofia egotica di quest’ultimo -, ma che almeno registrava il malessere diffuso nel Paese e la domanda di discontinuità che ne emergeva. E poi, non abbiamo dimenticato la guerra sorda, martellante, che i giornali di sistema hanno mosso fin dal primo giorno non tanto al governo gialloverde – che al verde non erano poi così ostili, nemmeno quando Salvini imperversava su Sicurezza e migranti -, ma contro la figura di Giuseppe Conte (il tormentone sul Curriculum) e soprattutto contro i punti del programma cinque stelle più difficili da digerire da parte dell’eterno partito degli affari: Grandi Opere a cominciare dal famigerato TAV Torino-Lione, Autostrade, Ilva, accorciamento della prescrizione… Esattamente quelli su cui intanto la Lega, triangolando con il “suo” capitalismo padano, con i Bonomi e Bonometti, si avviava a dar picconate sempre più forti, lasciando intravvedere, carsicamente, golose possibilità di crisi di governo, in occasione di ognuna delle quali non mancava mai di affiorare, tra le pieghe degli editoriali mainstream, il nome di Mario Draghi (così fu a febbraio 2019, poi di nuovo a giugno, e di nuovo a primavera del ’20), sorta di profezia destinata ad auto-adempiersi. Oggi tutti costoro possono dunque festeggiare il ritorno alla casella di partenza in questo gioco dell’oca che già ha percorso due giri a vuoto, felici di aver fatto, con l’arrivo del divino banchiere a Palazzo Chigi, l’en plein (grazie anche al lavoro sporco fatto dal capitano di ventura Matteo Renzi, specialista in azioni corsare). E nella speranza di poter dopo tanta fatica finalmente sovrapporre al disordine di quel voto “obsoleto” un nuovo ordine venuto dall’alto di un’Europa non più matrigna. A quel marzo di tre anni fa, che sapeva tanto di idi, si preparano a sostituire un febbraio che ricorda come il carnevale – in cui licet insanire – duri tre giorni appena dopo di che il mondo alla rovescia si raddrizza e il bastone di comando ritorna in mani sicure.

Certo qualcuno potrebbe dire, rovesciandone il senso originario, “ben scavato vecchia talpa”. Ma comunque, come che sia, quella è stata, e resta, un’impresa arrischiata. Anche per poteri abituati da sempre a vincere. E nella sua sostanza opaca. Piena di materia potenzialmente tossica. Non perché violi, in qualche modo, la lettera della Costituzione: tutto è avvenuto entro i canoni degli articoli 92 e 94 (peraltro molto sobri). Ma perché sfida la “costituzione materiale” di una democrazia rappresentativa nella quale la volontà di rottura di continuità espressa, sia pur in modo convulso e contraddittorio, nell’ultima elezione generale viene neutralizzata (le convulsioni dei 5Stelle, ma anche il triplo salto mortale della Lega, lo testimoniano), per essere infine piegata a una deriva iper-continuista che difficilmente, pur collocandosi in un’Europa diversa, e pur disponendo degli euro del Recovery, sanerà le ferite sociali e il malessere che produssero la rivolta nelle urne del ’18. E poi perché crea un governo ibrido, in cui l’élite tecnica siede su un tappeto di macerie costituite da un sistema dei partiti profondamente lesionato dove ogni forza politica si presenta negando una parte di se stessa e ogni cultura politica appare dissolta, rendendo assai improbabile l’efficacia del confinamento. Un governo che, come tutti i governi omnibus, ospita una pletora di partecipanti, ognuno dei quali non rinuncerà a usare il “posto a tavola” ottenuto come megafono per regolare i conti col proprio vicino: i “polli di Renzo”, anzi di Renzi potremmo dire, di cui già Salvini e compagni offrono un bell’esempio usando il podio che l’altro Matteo gli ha offerto per aprire una campagna elettorale permanente.

Fin dall’inizio dei miei studi in Scienza politica ho dovuto imparare che per il buon funzionamento di una democrazia moderna, è necessario che tra il livello della Società e quello delle Istituzioni esista una solida Società Politica, a svolgere il ruolo di canale di comunicazione e di fattore di legittimazione. Se questa avvizzisce o muore, avvizzisce e muore la democrazia. In questo senso il “miracoloso” governo di Mario Draghi rischia di sfidare le leggi fisiche della politica, con esiti potenzialmente infausti. La frase con cui Giovanni Agnelli commentò il governo Ciampi – “dopo il governatore, c’è solo un generale, o un cardinale” – potrebbe ritornare di attualità non se Draghi fallisse ma se, completato il mandato, la politica si presentasse ancora nuda alle elezioni del ‘23.

 

Una versione più breve è stata pubblicata sul Manifesto col titolo Un altro deus ex machina sul piano inclinato della crisi.

 

 

 

 

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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9 Comments on “Mario Draghi e i polli di Renzi”

  1. Da vari decenni almeno, ogni “normalizzazione” passa attraverso un certosino e paziente lavoro di “mainstream”. Il quale ancora oggi non prescinde dalla tv.
    Un esempio del passato, secondo me mai adeguatamente considerato, è stata la carriera e la produzione di Michele Santoro.
    Molti ricorderanno le periodiche (annuali) attese per la sua “nuova” trasmissione, che puntualmente così si presentava:
    – un lancio iniziale con giornalismo d’inchiesta curatissimo e innovatore, seguito da puntate via via più in forma di talk show politicante gridato
    – una serie di sdoganamenti, a partire dai vari pensatori di sinistra che qui trovavano tribune altrove solo sognate o addirittura aborrite (meglio un litigio in diretta sulla Rai che una manipolazione sicura sulle reti del Berluska, si pensava forse)
    – la contemporanea e continua alimentazione del rapporto coi salotti della nobiltà al momento in auge, che più o meno spesso faceva capolino sullo schermo come “pensiero autonomo”
    – varie infiltrazioni d’idee “strane”, via via appaiate ai discorsi sensati con la scusa del confronto dialettico (fino alle vette insuperate di pornostar in difesa di “diritti civili” a fronte di chi denunciava la corruttela berlusconiana, come se quest’ultima fosse solo un film con Alvaro Vitali e le denuncianti fossero solo le rispettive maestrine)
    – l’infiltrazione ancora più studiata di demoni nel dibattito politico pubblico, che da un lato instillavano desiderio di “tabula rasa” e dall’altra instillavano desiderio di un Uomo Forte Perchè Tutti Dicono Che è Potente e Competente…
    Quest’ultima punzecchiatura arrivava sempre puntuale, quasi con la stessa cadenza annuale dei lanci di “nuova trasmissione”. Gli sterili dibattiti di quei talk show sfociavano in parole “alte” del conduttore, che verso le ultime puntate li indirizzavano a parlar bene del Grand Commis di turno: il salvatore della patria, in difesa della democrazia?
    Ad ogni stagione, così, nelle perenni crisi politiche (reali o solo sognate da chi diceva di volere una “alternativa”) vedevamo aleggiare il fantasma di Ciampi, di Dini, ma soprattutto di Draghi.
    E sì, perchè i molti elettori teledipendenti in realtà l’han sentito dipingere come “salvatore della patria” da molti più anni rispetto a quanto dica Revelli in questo articolo. Ecco perchè ho qui parlato dell'<> santoriano. La differenza, rispetto al momento attuale, è che hanno fatto uscire Draghi allo scoperto. Gli hanno attribuito il ruolo di un novello Andreotti, prospettandogli però un cammino ben più rapido verso il trono del Quirinale.
    E’ questo l’approdo (inconsapevole solo per i più ingenui) di chi da sempre lotta per il menopeggio (ossimoro) agitando lo spauracchio – che so – di un Berlusconi al Colle e un fascista a Palazzo Chigi.
    Invece, rispetto alla suddetta analogia con Andreotti, manca solo una cosa: le bombe del ’92, che lo bloccarono sulla strada verso il Colle (ed oggi probabilmente non fermerebbero Draghi). Le altre analogie ci sono. Compresa la pioggia di contumelie garantiste (fondate o meno) contro i magistratoni antimafia.
    E meno male che la storia NON è fatta di analogie…

  2. È vero, ogni cultura politica appare dissolta, una élite tecnocratica domina su una politica ridotta a macerie, i cui vari capi non potranno fare altro che beccarsi, come i polli di Renzo nel romanzo manzoniano, o meglio come i polli di Renzi nella parabola politica italiana… I risultati non potranno che essere che negativi, altra sfiducia e rabbia ed allontanamento ulteriore dalla politica e dalla democrazia, visto che che conta, sino a diventare salvatore della patria, è il Banchiere Supermario, l’uomo solo al comando, il deus ex machina della situazione, l’uomo della provvidenza. È questo il messaggio che passa dai politici, in coda alla corte del nuovo sovrano, al popolo italiano…

  3. E allora dopo l’analisi, necessaria, studiare, progettare proporre qualche strategia, almeno per provarci come agli scienziati insegnò Galileo. Altrimenti ciascuno si rassegni a vivere la propria fine vita col minimo di sofferenza, adattandosi.

  4. Analisi necessaria ma nessun progetto, studio, tentativo di strategia per il bene. Galileo insegnò agli apprendisti scienziati  che la verità applicandosi prima all’analisi delle esperienze passate (analisi) e dopo a far seguire la fantasia per mettersi nelle condizioni di osservare da  altri punti di vista per superare gli ostacoli alla conoscenza. Manca completamente la seconda fase. Il metodo di Galileo ci ha regalato le moderne tecnologie. Ma l’umanità non sembra in condizione di riconoscere gli ostacoli che gli impediscono di conoscere un pò meglio se stesso.

    1. Caro Giuseppe, vorrei fare una piccola analisi del commento che, purtroppo, poggia le sue basi su fondamenta non proprio solidissime che si possono riassumere in 3 punti:
      1) l’assunto, errato, che la critica debba essere costruttiva. Citare un fatto della vita di Galilei sembra più che altro un modo per far sapere a uno sparuto gruppo di persone che se ne conosce la storia (ottimo, bravo, bene!) ma l’argomento non si applica a qualsiasi situazione. Diverse persone hanno ruoli differenti nei processi creativ: la critica (argomentata e che prende la forma di analisi) è una cosa, la proposta della soluzione (dal tenore del commento, immagino che si parli di soluzioni pratiche) è un’altra che può spettare a qualcuno che non sia Revelli. Faccio un esempio banale per maggiore chiarezza: mi occupo di progetti informatici, per semplificare, e quando sono convinto di aver costruito un data model solido per un cliente, mi riunisco con il gruppo di lavoro per mettere alla prova quanto è stato pianificato. Di solito, a questi incontri partecipa un collega che non lavora sullo specifico progetto e che deve fare la parte del cliente esigente e irragionevole, non deve proporre, deve tirare fuori qualsiasi possibile difetto o lamentela immaginabile, questo per verificare la solidità della proposta e prepararci alle possibili resistenze verso la stessa. L’onere di trovare una via o una risposta alla critica spetta alle persone che lavorano sul progetto, non su chi lo testa. Inoltre, a meno che non si vogliano soluzioni semplicistiche a problemi annosi e complessi, un articolo non è per forza il luogo della proposta.
      2) la retorica della critica costruttiva, usata per sminure chi la muove, è proprio uno strumento attraverso il quale si arriva a dire “allora restiamo così e adattiamoci”. Perché se decidiamo di non prendere in considerazione gli argomenti, poggianti su ragionamenti ben costruiti, di chi mette alla prova i modelli politici per la mancanza della parte costruttiva (salvo poi sminuire anche questa con altra retorica), decidiamo che le persone come Revelli insegnano in classe e non si occupano in nessun modo della cosa pubblica, sprecandone la preparazione e i talenti.
      3) una falsità: Revelli, col quale si può essere d’accordo o meno, e tutto si può dire di lui, non può certo essere accusato di non aver proposto modelli diversi. Lo ha fatto attraverso la saggistica e l’azione politica per tutta la sua vita adulta, che ormai credo possa definirsi lunga.

      La retorica può essere un bel linguaggio in mano a chi sa scrivere, dipingere, girare e fotografare, lasciamola a loro e non usiamola per darci troppo facilmente ragione da soli, che Galilei della retorica facilona ne faceva probabilmente a meno. Ps. La sintassi è sconnessa e quindi potrei non aver capito il commento (c’è perlomeno un “la verità” di troppo, un refuso immagino). Pps. L’analisi dell’esperienza sensibile, la ricerca delle sue contraddizioni e di nuovi punti di vista facciamole partire almeno da Zenone e i paradossi del moto (si studia anche prima di Galilei), anche se ha una storia meno romantica diamogli il giusto credito

  5. Vuoi vedere che era meglio il governo Conte?…E che i 5 stelle erano e sono più a sinistra del Pd?…E adesso caro Marco che fai?… Piangi lacrime da coccodrillo?….Dopo aver stupidamente contribuito , con i nichilisti di sinistra, oltre che con la potenza di fuoco dei Poteri Forti a demolire i 5stelle in questi 3 anni, adesso li rimpiangi….Lacrime tardive e da coccodrillo!!! Avresti dovuto pensarci prima. Quello che conta non sono le parole ma gli atti. E gli atti dicono che difronte all’alternativa se stare dalla parte dei 5stelle o da quella di tutti gli altri, perché tertium non datur, hai preferito attaccare vigliaccamente il più debole, i 5 stelle. Come attore politico di sinistra sei responsabile, se pur indiretto, di questo epilogo di destra del governo Draghi. Così come sei stato responsabile indiretto della virata del movimento NoTav contro i 5stelle che ha favorito l’isolamento della giunta Appendino e la conseguente manifestazione SiTav dell’autunno 2018. E già in quella piazza si manifestò plasticamente, attraverso l’abbraccio di Pd, Forza Italia e Lega, con un anticipo di 3 anni, il governo Draghi. Bravo Revelli, continua così.

    1. “Ingeneroso”, questo Damiano, vero? Lo spirito critico non paga. Ti sparano contro a cannonate, se con la fionda tenti di scalfire il muro. E poi ti danno la colpa, se arrivano i muratori a farlo più spesso.
      E qualcosa dentro di te ti dice: forse qualche ragione ce l’hanno. Così ti punti la fionda all’ombelico e ti fai molto male.
      Fuor di metafora, trovo di una pochezza terribile chi ritiene che i M5S siano sbracati (non sbarcati…) dove sono ora per responsabilità di menti “ipercritiche”. Al contrario, io non dimentico episodi cruciali nella loro storia. Ne citiamo qualcuna? Ad esempio, il viaggetto di “fedeltà atlantica” capitanato da Di Maio all’immediata vigilia delle elezioni politiche vittoriose. Quel viaggetto lo pensarono copiando dai precedenti del PCI (quando Napolitano si faceva sguinzagliare a Washington a ridosso di quasi ogni tornata delle politiche), colorandolo con la mitica coast-to-coast dell’ingenua famigliola Di Battista. Fruttò, ma non abbastanza: rimanevano da scalfire i ricatti di Bruxelles e Francoforte. Sperimentati pesantemente col caso Savona (che difatti non riguardava certo solo la Lega sovranista…). Perfino abbracciati ora, con la scusa di “salvare le principali vittorie del Movimento”. Trasfigurati da ricatti in mancanza d’alternative, e subito dopo da alternative mancate a declivi pericolosi, lungo i quali nessuna buona intenzione si può più salvare e precipita rovinosamente.
      In tutto ciò, stiam ancora qua a rimproverare il ragazzino con la fionda? Guardiamo il dito o la luna?
      Di fronte ai muri, restiamo umani please…

      1. Mi ritengo marxista e comunista e mi sforzo di osservare la realtà per quello che è senza pre-giudizi ideologici, tenendo i piedi ben piantati per terra e senza intellettualismi “ipercritici” tipici del salotto buono della piccola borghesia cosiddetta di sinistra. E, da questo punto di vista, non posso che constatare che:
        1) Il M5S era ed è la forza politica NoTav più forte nelle istituzioni nazionali ed egemone nel Comune di Torino. Sarebbe stato il “grimaldello” giusto per far saltare una volta per tutte le politiche neo-liberiste e il blocco sociale di destra conservatore e reazionario che le sostiene che sono alla base della cultura SiTav. Perché, dunque, l’intellighenzia di sinistra ha beceramente e sistematicamente attaccato il M5S ponendosi, in quest’opera, al fianco del blocco di destra?
        2) Decreto Dignità, Reddito di Cittadinanza e Quota 100 hanno, per la prima volta dopo 40anni, spostato il verso dei diritti e delle risorse; e cioè dall’alto verso il basso invece che dal basso verso l’alto. Dopo 40anni di tagli e riduzione di diritti è o non è un cambio di direzione importante, un’inversione di marcia rispetto al neo-liberismo imperante estremamente significativo e degno di essere appoggiato e amplificato dalle forze di sinistra? E se sì, perché le forze di sinistra non si sono inserite su questo cuneo aperto dai 5stelle per scardinare e demolire le politiche economiche iperliberiste dominanti e si sono invece abbandonate ad uno stupido “ipercriticismo” ideologico facendo così gli utili idioti della destra?

  6. anni fa alla Grecia (e all’Italia) é stato scritto un diktat dalla troika che ha portato
    sacrifici lacrime e sangue, ma esclusivamente per le fasce piu deboli, as usual.

    ovviamente questo diktat non é scritto nel curriculum degli autori, ma é scritto nella storia del nostro paese.

    adesso, per semplificare, hanno portato direttamente uno degli autori del diktat direttamente a roma e l’hanno messo al capo del governo.

    possiamo metterla come vogliamo ma se il governo non piace ai piani alti dell economia, prima o poi il modo per sostituirlo lo trovano sempre.

    non é la prima votla che succede in italia. oramai saltare la volonta popolare é una consuetudine consolidata, quasi motivo di vanto istituzionale. per il bene del paese, s’intende.

    certo, dagli “statisti” che abbiamo in parlamento non ci si poteva aspettare nuove elezioni.

    sono entrati in parlamento, volevano cambiare il mondo, ridurre il numero dei parlamentari, ma adesso preferiscono tenersi la poltrona e dare carta bianca addirittura ad un banchiere. non uno a caso, ma proprio quello autore del diktat che porto poi un altro premier non eletto al potere.

    a suo tempo taglió pesantemente le pensioni ai lavoratori posticipando di molti anni il diritto alla pensione, mise l imu sulle prime case degli italiani e tolse l’imu alle societa esterovestite (se ho 100 appartamenti e li intesto a una societa lussemburghese non devo pagare imu), e per i castelli/ville posseduti all estero si prendeva il valore nominale del costo di acquisto (se acquistato 50 anni fa un castello a 10.000 franchi svizzeri, questo é oggi il suo valore, ovvero 20 volte meno di uno squallido monolocale in periferia….

    adesso lui é senatore a vita, 10 mila euro al mese fin che campa. oltre alle altre pensioni cui ha diritto.

    a proposito di tagli e equitá dei tecnici.

    tornando a oggi, per i pochi che si sono allontanati dalla decisione del comico e volevano mantenere le promesse elettorali, rifiutando un premier banchiere, c’é solo l espulsione dal partito.

    i poteri forti decidono, tutti gli altri eseguono?

    la buona notizia é in arrivo il grande vasetto di marmellata da Bruxelles.
    il costo nascosto pare essere il cedere lo scettro del potere a un bce.

    paradossalmente senza gli aiuti europei (benvenuti, certo), la crisi di governo non ci sarebbe stata anche perche
    mancava il motivo del contendere: il voler tutti mettere le mani nella marmellata.

    quindi tutti a tavola in attesa del sucuclento e pantagruelico pranzo.

    chi sia capo tavola, e fuor di metafora a guida del paese, non importa a nessuno….

    buon pranzo!

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