Il piffero di Rignano

16/01/2021 di:

Incomprensibile. E’ la parola più usata a proposito della crisi aperta alle 17,30 del 13 gennaio da Matteo Renzi. Incomprensibile per gli osservatori internazionali (Die Zeit parla di  “atto disperato” per “riguadagnare finalmente visibilità e peso politico”, il Guardian di caos scatenato “nel momento peggiore possibile per l’Italia”). Incomprensibile per i commentatori (pressoché tutti) italiani. Incomprensibile per gli elettori di ogni ordine grado e colore, compresi quelli renziani: si pensi allo sconcerto degli amici sindaci, dai fedelissimi Nardella e Gori ai luogotenenti di lungo corso come il pesarese Ricci (sì, proprio lui, che nella sciagurata campagna referendaria per sfregiare la Costituzione imperversava a reti unificate per portare il verbo di Matteo e ora ci dice che “i sindaci riformisti condannano Renzi” perché “non possiamo finire nel caos per una azione da irresponsabile”). Nel momento in cui l’Iss dichiara imminente il rischio di un’”epidemia incontrollata” e la Protezione civile certifica il superamento della soglia di 80.000 morti, non c’è una sola ragione – confessabile ma anche inconfessabile – che possa spiegare quella che è stata definita sarcasticamente la “mossa del caciocavallo”. E l’apertura di una crisi al buio che in appena tre giorni, tra l’11 e il 14 gennaio ci è costata qualcosa come 17 punti-base di spread (l’indice dei decennali italiani sui bond tedeschi era a 101,7 alle 7,45 di lunedì 11, è schizzato a 118,4 alle 15 di giovedì 14, giorno successivo alla conferenza stampa di Renzi).

Certo, il “gioco al massacro” di Matteo Renzi nei confronti del governo da lui un tempo voluto e soprattutto del suo capo, Giuseppe Conte, faceva comodo a tanti (almeno finché il massacro restava verbale e virtuale): in primis  a quella Confindustria bonomiana che fin dai primi sintomi della pandemia non ha smesso un minuto di osteggiare ogni misura di contenimento e di caldeggiare un governo “altro” (Governissimo o Draghi che dir si voglia), per meglio accaparrarsi il bottino dei finanziamenti europei. Comodo al Pd, nel fare il “lavoro sporco” che il suo ectoplasmatico gruppo dirigente non si sentiva di compiere in prima persona, per riallineare le politiche di spesa del Recovery Fund e favorire l’accettazione del MES. Comodo naturalmente al centro-destra appollaiato come un avvoltoio sul bordo delle urne. Comodo forse persino ai Cinquestelle, nel marasma in cui si dibattono, per bilanciare il peso di una figura come Conte che pur nella vicinanza, anzi forse proprio per quella, rischiava di allargarsi troppo e far ombra a molti. Ma nessuno di quei potenziali utilizzatori finali poteva augurarsi (o immaginarsi) un epilogo così devastante. Devastante per lui, in primo luogo. E devastante per tutti noi, per il Paese.

In realtà la soglia Renzi l’ha superata quando dal virtuale è passato al reale (ritirando i “corpi” molto materiali delle sue due ministre). Dalla guerra di guerriglia allo scontro frontale. Insomma, quando ha lasciato che la miccia bruciasse fino a dar fuoco alle polveri, anziché spegnerla un centimetro prima come gli altri immaginavano. Perché l’ha fatto? Confesso che non riesco a trovare spiegazioni plausibili tra l’armamentario della scienza o meglio dell’”arte” politica, che sia pur in forma perversa una propria razionalità comunque la possiede. Nemmeno negli interstizi del machiavellismo nostrano, se non altro attento all’adeguatezza dei mezzi se non alla qualità dei fini. E di dover  cercare ausilio sul versante psichiatrico o psicanalitico, tra chi più che di fisiologia si occupa di patologie, del comportamento e dell’immaginare. D’altra parte non è cosa nuova quando si tratta dello “statista di Rignano”: Renzi, questa tara da caratteriale l’ha manifestata quasi subito, al suo primo apparire sulla scena nazionale, quando i suoi compagni del Pd l’acclamarono come deus ex machina non accorgendosi di cosa fosse realmente l’uomo del destino nelle cui mani si precipitavano.

Oggi il Financial Time lo ribattezza “demolition man”. Ricordo che per quanto mi riguarda nel 2015, quando incominciavano a manifestarsi i primi sintomi della sindrome, evocai quello che Walter Benjamin aveva chiamato il “carattere del distruttore”: colui che “conosce solo una parola d’ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia”, e per il quale si può dire che “l’esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso». Aggiungevo che il suo modus operandi era simile a quello del fracking – la tecnologia usata in America per produrre idrocarburi frantumando gli strati schistosi -, perché, allo stesso modo, anche Matteo Renzi, programmaticamente, genera energia (politica) con la frantumazione di tutto ciò che gli sta sotto, a cominciare dal partito che l’ha portato fin sulla cima della piramide, e dalla macchina dello Stato che infaustamente gli fu affidata. “Ma come gli ambientalisti ci spiegano che il fracking inquina le falde – aggiungevo -, così il renzismo rischia di inquinare l’intero spazio pubblico. Accelerando non la soluzione, ma la crisi stessa”. E’ in fondo ciò a cui assistiamo oggi, a cinque anni di distanza.

Non è l’unico caso al mondo. E neppure il più pericoloso oggettivamente. Donald Trump, che con lui è inconfrontabile, se non altro perché ha dietro il 49% degli elettori anziché il 2%, e una strategia nella sostanza criminale, tuttavia ci offre un simile esempio di “psicopatico al potere”. E a suo modo anche Boris Johnson. Tutti costoro ci pongono la terribile domanda su cosa sia diventato “oggi il potere”, nelle nostre società. E la risposta, ancora una volta, non sta nei classici della politica. Nei sacri testi di Max Weber o di Joseph Schumpeter. Quelli ragionavano in tempi anche più feroci, forse altrettanto folli, ma non così incorporeamente indecifrabili come i nostri. Forse una traccia ce la offre invece un massmediologo (che con l’incorporeo e i suoi occulti statuti ha confidenza) come Christian Salmon – quello dello storytelling – quando ragiona sullo “spettacolo fatuo allestito nel ‘teatro della sovranità perduta’” e sull’annessa “cerimonia cannibale” in cui l’uomo politico viene “costantemente divorato dalla propria immagine sovraesposta”, fattosi nella post-modernità rito universale, che si celebra nell’intero Occidente dove la “Rappresentazione permanente è chiamata a simulare – e sostituire funzionalmente – una sovranità che è ormai evaporata”.

A noi contemporanei per forza, che vedemmo anche un’ “altra politica” nel tanto esecrato Novecento, tocca oggi essere testimoni di una generazione di “uomini di Stato” (continuiamo per forza d’inerzia e deficit di fantasia a chiamarli così) a cui è dato di incarnare il paradosso di uno Stato insovrano: politici “chiamati a governare nel contesto del declino della sovranità statale” trasformando appunto la pratica del governo in sua teatrale Rappresentazione. E trasformandosi, a loro volta, in caricatura di se stessi. Sono figure – tutte – a cui è difficile prendere le misure (anche solo l’interrogarsi seriamente sulla loro “logica” rischia di premiarne il vacuum e far torto a noi stessi: vedere uno come Paolo Mieli, scervellarsi in TV per intravvedere una qualche ragionevole ragione nell’operato di Renzi non riuscendosi a capacitare che un uomo di potere non ne avesse nessuna, dava una sensazione vagamente grottesca). Figure che mettendo in scena l’insostenibile, costituiscono col proprio stesso esistere e durare un paradosso, e che solo l’incapacità degli altri di metterne una volta per tutte al bando la presenza politica rende pericolosamente consistenti. Figure, quindi, contro le quali è ancor più difficile combattere, perché si alimentano dell’inconsistenza della reazione di chi ne subisce la distruttività. Occorrerebbe trovare un loro avversario con cui condividere convintamente la battaglia, ma chi? Lo sbiadito Biden contro l’orrendo Trump? L’avv. Conte contro il passator scortese Renzi? Quando sappiamo benissimo che il primo non vede l’ora di ricucire con la stessa America che lo vorrebbe morto. E che il secondo ha dato veri e propri arsenali di munizioni al bullo che lo voleva bullizzare, costruendo un piano per il Recovery indecente, tanto per dirne una… Cosicché non ci resta che decostruire i decostruttori, cercando – almeno noi – di “restare umani”, cioè materialmente piantati al margine del racconto del potere impotente, a disvelarne l’abissale deficit di legittimazione. E di Ragione.

Una versione più sintetica è comparsa sul “manifesto” di sabato 16 gennaio col titolo Renzi, ovvero la fenomenologia del demolition man.