Lo sterminio dei visoni e lo stupore assente

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Ci risiamo. Di nuovo lockdown, di nuovo chiusi in casa, di nuovo weekend affollatissimo di escursionisti ansiosi dell’ultima passeggiata all’aria aperta prima dei divieti totali. Di nuovo servizi solitari in quota, dedicati alle incombenze di questa stagione: i monitoraggi, il controllo dei cacciatori (fino alla sospensione dell’attività venatoria stabilita dalla Regione), la verifica del rispetto delle ordinanze, che non sono solo quelle del Covid! Tanto tempo per pensare, per rimuginare, per provare a mettere in fila qualche considerazione che mi faccia capire un po’ di più cosa sta succedendo all’umanità.

Pensieri meno cattivi che a primavera, forse, ma lunghi e scuri come le ombre di questo autunno soleggiato e spietato. Lo spunto questa volta, fra i tanti possibili, arriva da un’amica che mi passa una notizia internazionale: in Danimarca si stanno abbattendo 15 milioni di visoni perché potenzialmente infettati dal virus Covid-19. Uno sterminio pianificato, che però – mi accorgo preoccupato – non mi indigna abbastanza. Com’è possibile? Cerco di approfondire notizia e sentimenti.

I visoni sono allevati per la produzione di pellicce. La Danimarca è il primo esportatore mondiale. I visoni portano sulle membrane cellulari recettori affini a quelli umani e quindi sono attaccabili dal Covid-19 (e da altri simili). In mezzo a migliaia di animali confinati in spazi ristretti il virus circola rapido e aumenta la sua velocità di variazione genica. Potrebbe “inventare” nuovi ceppi virali e trasmetterli agli umani, vanificando sul nascere le ricerche sui vaccini. Il governo danese ha segnalato all’OMS di aver già trovato una nuova mutazione in una dozzina di persone. È improbabile che sia più contagiosa di quella attuale ma la prudenza, si sa, non è mai troppa (il principio di precauzione è negli statuti della UE, ma viene applicato solo quando fa comodo). Meglio abbattere tutti i visoni.

Non è una novità, ed è questo che non mi fa stupire. Influenza aviaria, peste suina, SARS hanno comportato conseguenze uguali negli anni scorsi (tra gli altri, proprio sui visoni danesi nel 2003, nel 2009 e nel 2013). L’aviaria c’è ancora e ha appena imposto l’abbattimento di oltre 200.000 polli nei Paesi Bassi. Il Covid ne sta uccidendo milioni di altri, non solo direttamente come in Danimarca, ma di riflesso: non appena la domanda internazionale cala a causa della paura mondiale, gli allevamenti intensivi, soprattutto del Sudest asiatico, trovano più conveniente sterminare per soffocamento o annegamento migliaia di capi invenduti, ma vivi, piuttosto che nutrirli inutilmente. Animali ammassati e tenuti in condizioni insostenibili sono focolai costanti di vecchie e nuove zoonosi. Da sempre. Un esempio tragico è la tubercolosi. Deriva dai bovini e praticamente non esisteva prima della rivoluzione agricola e della sedentarizzazione di Homo sapiens, diciamo 12.000 anni fa. La TBC è stata debellata in Europa a forza di vaccinazioni di massa, ma uccide ogni anno oltre 100 milioni di persone nel mondo; i morti sono africani e asiatici, non occidentali: quindi il dato scompare dai nostri orizzonti quotidiani. A proposito di bovini, ci siamo dimenticati in fretta della “mucca pazza”. Anche in quel caso, umane forzature dei cicli naturali provocarono epidemia, psicosi, migliaia di capi uccisi in massa, crollo della domanda di carne, fallimenti di aziende, nuove leggi di sicurezza. Non impariamo mai!

E poi, lo scandalo dei visoni danesi dove sta? Nell’ucciderne tutti insieme 15 milioni anziché qualche centinaio alla settimana per la “normale” produzione di pellicce? Viene in mente una battuta in veneto dal terzo atto de I due gemelli veneziani di Carlo Goldoni: «Alla piegora tanto la fa che la magna el lovo, quanto che la scana el becher» («Per la pecora è uguale essere mangiata dal lupo che sgozzata dal macellaio»). Un altro esempio disturbante viene alla testa piegata dalle raffiche del vento valsusino: i fagiani allevati in batteria per essere rilasciati poco prima dell’apertura della caccia (quest’anno, in Piemonte, oltre 4.500 solo in 4 ATC e 2 CA), fucilati legalmente dopo poche ore di libertà “vigilata”.

Nessuna novità, dunque. Fenomeni noti, informazioni facilmente reperibili online, catene di cause-effetti conosciute, ben studiate e ben divulgate. La mia amica ha ragione a stupirsi della mia mancanza di stupore? Non so darmi una risposta convincente.

O riduciamo drasticamente i consumi di carne e di pelli, quindi gli allevamenti intensivi, i traffici e le merci che ne conseguono, le superfici agricole coltivate per alimentarli, gli scarti che a miliardi formano già le stratificazioni che verranno studiate dai geologi futuri. Oppure non abbiamo il diritto di indignarci per una aberrazione tra le tante. Stiamo vivendo non solo una catastrofe sanitaria ma una vera e propria crisi ecologica. Stiamo ricevendo indietro gli interessi degli sfregi che infliggiamo al pianeta. Siamo disposti a rinunciare alle nostre comodità, alle nostre economie, ai guadagni e a questi tipi di lavori? Non mi sembra. Siamo avviluppati senza scappatoie in un patto faustiano: tecnologia, consumi, benesseri vari, non sono gratis. Costano l’anima. Nostra, della Terra e dei visoni.

Luca Giunti

Luca Giunti, naturalista e guardiaparco sulle Alpi piemontesi, si occupa per lavoro di ricerche scientifiche, di educazione ambientale e di valutazioni di impatto ambientale. Ha pubblicato alcuni volumi fotografici e divulgativi e articoli scientifici, tra l’altro sulla linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione.

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