Fiat autunno ’80. Quando incominciammo a finire

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Il 15 ottobre del 1980, esattamente quarant’anni fa, in un cinema della semiperiferia torinese dal nome prezioso, lo Smeraldo, si teneva il “Consiglione”, il canto del cigno della classe operaia che per un decennio aveva tenuto in scacco la Fiat e il padronato italiano. L’assemblea dei delegati operai che per 35 giorni avevano presidiato gli stabilimenti presentava – davanti ai volti di sfinge dei tre massimi leader sindacali Lama, Carniti e Benvenuto -, la sintesi della propria epopea: la storia di una grande, decennale insubordinazione di massa nei confronti del dispotismo produttivo di un potere che sembrava invincibile e che invece aveva dovuto piegarsi.

Il giorno prima, il 14 ottobre, gli “altri” – la “zona grigia” della fabbrica, la massa informe radunatasi intorno alle gerarchie d’azienda, capi e quadri intermedi, al grido sordo e subalterno “il lavoro si difende lavorando” – si erano ripresi la città con una marcia di alcune migliaia di manifestanti, dichiarati a mezzogiorno 15.000 nei titoli di Stampa sera, diventati 30.000 in quelli dei radiogiornali del pomeriggio, infine proclamati in 40.000 da Repubblica e tali rimasti nella storia: la “marcia dei quarantamila”. Racconta lo stesso Romiti che alla fine di quella mattina, al tavolo delle trattative, a Roma, gli si avvicinò il Segretario generale della CGIL Luciano Lama e gli disse: “Dobbiamo chiudere subito. Scrivete voi il testo dell’accordo, noi lo firmeremo”.

 Il giorno dopo, il 16 ottobre, prima ancora che le grandi assemblee tenutesi negli spiazzi delle diverse Sezioni Fiat si fossero concluse, i media dichiareranno l’accordo “approvato” e una grande pietra tombale fu calata sulla vicenda. Personalmente ricordo l’Assemblea del mattino alle Meccaniche di Mirafiori, la grande massa scura sotto gli ombrelli perché, come in ogni crepuscolo di qualcosa, pioveva, il funzionario sindacale incaricato della conta che chiama i contrari all’accordo ad alzare la mano, e se ne alza una selva, poi passa ai favorevoli, poche decine, infine agli astenuti, meno ancora e infine proclama, perentorio “APPROVATO A GRANDE MAGGIORANZA”… Finiva lì la stagione di liberazione di quegli operai. Ma anche la storia di quel Sindacato: il Sindacato in fabbrica, il Sindacato dei Consigli, l’anima della democrazia industriale. E un intero ciclo politico: la Prima repubblica, la “democrazia sociale” fondata sul compromesso keynesiano. Insieme al lungo ciclo socio-produttivo che va sotto il nome di età fordista, con il suo baricentro nella produzione di massa.

 

Allora, a caldo, ci si rese appena conto del fatto che quella che si era consumata non era solo una sconfitta sindacale, di quelle che poi si possono recuperare, era una disfatta che sanzionava appunto “un finire”. Se ne resero conto tutti, tranne il ceto politico di sinistra, e il funzionariato sindacale centrale, che lo vissero con un trattenuto senso di compiacimento per essersi tolti di torno i “rompiballe” di Torino. Ma ora, guardando a quei fatti col distanziamento dei decenni – collocandoli nella lunga durata misurata sulla scala dei mezzosecoli – possiamo ben dire che i “35 giorni della Fiat” sono uno di quegli eventi… non mi piace il termine “epocale”, ma periodizzanti di certo sì. Di quelli che dividono il tempo storico in un prima e in un dopo. In essi si rifletteva, e parlava, un contesto generale di frattura col novecento industriale. Pochi mesi prima il Governatore della Federal Reserve, Paul Volker, aveva dichiarato chiuso il ciclo aperto col ’29 e dominato dal terrore della disoccupazione, e aperto quello della lotta all’inflazione e alla rigidità della remunerazione del lavoro. Stava per entrare in vigore lo SME, il “serpente monetario”, il che voleva dire che le imprese italiane non avrebbero più potuto godere come prima dei vantaggi delle “svalutazioni competitive”. E d’altra parte i reparti di produzione di Mirafiori si erano già andati riempiendo di robot, segno che l’epoca flessibile dell’elettronica stava soppiantando quella rigida e muscolare della meccanica. Sotto i piedi (e gli occhi, chiusi) di un sindacato tronfio per la rendita di posizione fornitagli dalle lotte di quegli operai, l’erba veniva tagliata a colpi d’innovazione tecnica e organizzativa. In Giappone si produceva già col just in time e con la fabbrica integrata. Lo spirito del tempo stava facendo il suo giro.

Nemmeno i vincitori di allora lo sapevano, neppure i Romiti e gli Agnelli, men che meno gli uomini di Luigi Arisio e dei suoi “quadri”, ma anche loro stavano per declinare, come la città che li aveva avuti protagonisti. E’ cominciato allora il declino della Fiat come “Fabbrica Italiana di Automobili – Torino”. Presto si sarebbe finanziarizzata, per poi evaporare con i successivi accordi internazionali. I marciatori silenziosi, dieci anni dopo o poco più sarebbero stati a loro volta buttati fuori, nel corso del secondo ciclo di ristrutturazione della prima metà degli anni ’90. Torino avrebbe cessato non solo di essere la one company town che l’aveva resa centrale nel mondo, ma di conservare la propria specificità di metropoli di produzione, diventando una città come le altre (media e mediocre). In crisi, come tutte (o quasi) le altre.

Dunque, non vinse allora né la “Grande Impresa”, né il “ceto medio” produttivo. Non vinse neppure un – sia pur asociale e cinico, perché svuotato della “socialità del lavoro” – “mondo della produzione”. Non fu la rivincita della “borghesia novecentesca” sul proprio eterno antagonista. Si aprì al contrario la via all’inedito modello sociale, esistenziale, antropologico che va sotto il nome di berlusconismo e che se ebbe nei melmosi anni ’80 la propria gestazione troverà nei ’90 la propria consacrazione, con l’affermarsi di un nuovo ceto edonistico e vaporoso, fatuo e dissipatore (cafonal, si disse), imprevidente quanto impudente. Una neo-borghesia plebeizzata e un ceto medio irriflessivo e decomposto, che prepareranno appunto i disastri di oggi.

Per questo è tanto più importante riproporre – con la forza comunicativa che ebbe a suo tempo il cinema neorealista – le immagini (neoclassiche?) di allora, come sta facendo, proprio in questi giorni, uno dei protagonisti di quegli eventi, Pietro Perotti, con i filmanti che realizzò nel cuore di quella lotta, riprendendone con la sua Superotto di fortuna tutti i momenti, dal primo giorno. Sono la rappresentazione di quegli “uomini in carne ed ossa” che, destinati per origine alla catena (di montaggio), vissero invece un intenso, anche se breve, periodo di liberazione e per questo rimasero, anche nella sconfitta, per sempre, uomini liberi.

E’ possibile vedere quelle immagini qui di seguito nel documentario di Pietro Perotti e Pier Milanese Fiat Autunno ’80 – Per non dimenticare

 

Una versione più breve dell’articolo è comparsa sul Manifesto col titolo 40 anni fa alla Fiat la sconfitta operaia che pesa ancora oggi.

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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3 Comments on “Fiat autunno ’80. Quando incominciammo a finire”

  1. Grazie professor Revelli per il filmato e per aver ripreso lo spirito e ricostruito il senso di quei 35 giorni “decisivi” per la storia dell’intera industria italiana. Il modello della gestione neoliberista cominciava a mettere radici a livello planetario, non solo in Occidente ma anche nell’estremo Oriente di Deng Xiao Ping, e certamente in Europa, in Italia, è stata la Fiat ad aver osato compiere il primo passo secondo quel modello. Iniziava così il tempo dell’antipolitica e con esso quello dei licenziamenti in massa, quello di una crisi economica dalla quale non si è ancora usciti, crisi che gli anni ’90 acutizzarono e approfondirono gettando le proprie metastasi ben oltre il nuovo secolo attraverso la delocalizzazione e la finanziarizzazione industriale. Sì, quello fu anche il tempo della depressione, ma non solo di quella economica, anche di quella esistenziale: a causa di quella crisi operai equilibrati e allegri dell’indotto Fiat diventarono un pericolo sia per loro stessi che per le loro famiglie. Grazie poi, caro professore, per aver scelto a commento iconografico del suo contributo la foto nella quale due operai sorridenti si abbracciano e l’uno cerca di proteggere l’altro. Questo era, per chi ha vissuto dall’interno quei giorni, lo spirito di solidarietà che si respirava in quei giorni autunnali e in quelle lunghe notti trascorse nei picchetti davanti ai cancelli delle porte 3 e 5. Come questo spirito solidale operaio nel giro di poco tempo sia stato spazzato via per dare vita a una “neo-borghesia plebeizzata”, ossia a un imborghesimento letale del proletariato resta una questione difficile da comprendere. Le sue ragioni sono certamente da rintracciare nell’ambito della storia industriale, ma si possono forse anche trovare in una di quelle sorprendenti storie naturali in cui Primo Levi accenna alla Versamina, cioè a una sostanza che è in grado non solo di convertire il dolore in piacere, ma anche, con ciò stesso, di “corrompere la volontà umana”.

    1. Grazie per questo commento e per gli approfondimenti che ci aiuta a fare. Quella fotografia di Tano d’Amico mostra appunto lo spirito che nelle lotte si diffuse tra i loro protagonisti. Spirito di solidarietà, di mutua protezione, e anche di felicità (chi la ricorda più la felicità operaia nel tempo della liberazione dal dispotismo della catena di montaggio e del padrone?). E il filmato di Pier Milanese e di Piero Perotti documenta, con la forza delle immagini e dei suoni, la grandezza degli uomini e delle donne che in quei 35 giorni misero in gioco tutti se stessi, per lasciarci un messaggio di dignità.

  2. Gentile prof. M.Revelli, mi chiamo Raffaele Destro e con la presente volevo ringraziarla per quanto lei ha fatto e fa nel sociale. Dai suoi scritti e da persone da Lei conosciute in Fiat negli anni ’80 del Novecento e da me incontrate ed intervistate nel 2017 ho scritto la mia tesi di scienze politiche : “ Colpirne sessantuno per educarne 102.000” “Strike down sixty one people to educate one hundred and two thousand ”
    Allego qui l’ abstract depositato :
    “Gli anni ’70 del Novecento furono per l’Italia anni di lotte operaie ed anni nei quali, in modo drammatico, si inserì il terrorismo, di destra e di sinistra, con migliaia di attentati, centinaia di feriti e decine di omicidi. Per il movimento operaio e per il sindacato questo si rivelò determinante per i cambiamenti nelle relazioni sindacali che vi furono dalla fine del decennio.
    Cambiamenti che videro mutare a favore del padronato quei rapporti di forza, tra il mondo operaio e l’impresa, che, dal 1969 e sino ad allora, aveva arriso al movimento operaio.
    In questa tesi si parlerà delle vicende sindacali del 1979 e delle ripercussioni che esse ebbero sul 1980. In particolare parleremo del 1979, delle lotte sindacali all’interno degli stabilimenti FIAT; dei rinnovi del Contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) del ’79, della vertenza della “verniciatura del settembre ’79, per focalizzarci poi sulla vicenda umana e sindacale rappresentata dal licenziamento di 61 operai FIAT il 9 ottobre 1979.
    Dall’esame di alcuni saggi di storici e sociologi, da alcuni documenti d’archivio, da articoli di giornali dell’epoca e da testimonianze di persone che in quegli anni vissero in prima persona quegli episodi cercheremo di ricostruire un quadro di quelle vicende.
    Vicende complesse dove entrambe le parti (padronato- operai) avevano buone ragioni da rivendicare ma dove non tutti avevano egual potere contrattuale e egual forza di resistere all’altro.
    Vicende generali come le vertenze per i rinnovi contrattuali e casi particolari come le traversie di alcuni dei 61 licenziati e di chi nel sindacato aveva creduto in loro.
    Un breve spaccato dell’Italia e di Torino che, in quegli anni, furono spettatori di grandi tensioni sociali aggravate da tragici fatti di sangue ad opera di decine di gruppi armati di destra e di sinistra. Drammi vissuti collettivamente come la morte di giovani studenti che furono vittime del terrorismo per il solo fatto di essersi trovati nel momento sbagliato nel posto sbagliato. O drammi di singoli che, accusati di terrorismo, si videro estromessi dalla fabbrica (la FIAT una di queste) senza una vera colpa se non quella di essere stata/o politicamente impegnati e protagonisti di quelle lotte. ”
    .-.-.-.-
    Una tesi che finisce proprio con quegli anni e con quei avvenimenti. Ma su un punto forse sono in leggero dissenso: Lama aveva probabilmente capito cosa stava maturando in Corso Marconi e al tempo stesso non aveva la forza di convincere una base che i tempi stavano cambiando .

    Ancora Grazie
    E un cordiale saluto
    Raffaele Destro

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