L’8 settembre della scuola italiana

29/06/2020 di:

Il presidente del Consiglio che alla fine di giugno chiede altro tempo per capire come riaprire le aule tra due mesi è il simbolo dell’8 settembre della scuola italiana. Sia chiaro: la scuola pubblica collassa sotto il peso di decenni di malgoverno. Tagli selvaggi, organici drammaticamente insufficienti, aziendalizzazione, precariato schiavistico, edilizia da incubo, autonomia per finta: ecco il prodotto dell’estrema marginalità della scuola nella mentalità dei politici italiani.

Ma la colpa di Giuseppe Conte, e del suo Governo, è quella di stare completamente dentro questa mentalità: dimostrando che, per la scuola, un Governo vale l’altro.

Conte era stato avvisato: il ministro Fioramonti (il quale aveva evidentemente preso sul serio la retorica del cambiamento del Movimento 5Stelle) aveva chiesto con forza un’inversione di marcia, fino a dimettersi di fronte alla pervicace inerzia con cui il presidente del Consiglio rifiutava di dare attenzione alla scuola. La reazione di Conte fu la più democristiana possibile, in senso deteriore: spacchettare il MIUR, e usare scuola e università per fare tutti contenti nel palazzo. E tutti scontenti nella scuola, e nell’università.

E ora è il Covid a presentare il conto.

Mentre l’università vive una sorta di eclissi collettiva, la ministra Azzolina si è rivelata radicalmente incapace di governare la scuola, rilasciando dichiarazioni contraddittorie e rinviando costantemente le decisioni. Che si sono poi sempre risolte (come dimostrano ancora una volta le, tardive e non risolutive, linee guida diffuse all’ultimo momento) in uno scaricabarile che lascia dirigenti e consigli d’istituto a prendere decisioni molto più grandi di loro.

Fin dai primi di marzo Azzolina avrebbe dovuto lavorare, ventre a terra e in silenzio, per assumere almeno altri 100.000 docenti (che ci volevano comunque, e che ora diventano indispensabili per riaprire); bloccare gli effetti della pessima legge Gelmini che taglia classi e scuole; ottenere non 5,5 (saldo attuale, almeno sulla carta) ma almeno 7,5 miliardi di euro (che ci sono eccome, ma stanno su altri capitoli di spesa meno decisivi per il futuro del Paese); acquisire spazi provvisori e avviare subito i cantieri per ampliare quelli stabili; scrivere direttive chiare e univoche.

Non ha fatto niente di tutto questo: ottenendo il difficile risultato di compattare in unico fronte di sacrosanta protesta presidi, professori, famiglie e ragazzi, che ora annunciano di voler occupare le scuole… per poter fare scuola!

Nonostante gli annunci, gli stessi ragazzi che ora vanno in discoteca e in palestra e gremiscono piazze e spiagge, rischiano seriamente di non tornare in aula a settembre. E sarebbe un vero disastro, perché come ha detto una bambina di origine tunisine alla sua professoressa di italiano in prima media: «Se io non la guardo negli occhi, e lei non mi guarda negli occhi, non è scuola».