L’azzardo immorale di Bonomi

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La crisi c’è. Sarà lunga e dura, come fanno intravedere le prime stime e le prime proiezioni sui danni che il coronavirus ha già  inferto all’economia ed alla società.

Ma in questa nuova crisi non tutti gli italiani sono entrati allo stesso modo. Ovvio, si direbbe. Non siamo mica in uno stato collettivista iper-egualitario. In una società capitalistica c’è chi sta meglio e chi sta peggio, chi il lavoro lo compra e chi lo vende, chi un lavoro non ce l’ha e chi ce l’ha precario, incerto, a termine. È addirittura fisiologico, per quanto immorale, che tre miliardari, solo tre, siano più ricchi di sei milioni di poveri messi insieme e il 20 per cento più ricco della società possegga il 70 per cento di tutta la ricchezza nazionale.

Nel complesso, parliamo di un Paese leader in Europa per volumi di merci esportate, decine e decine di miliardi di attivi ogni anno, che non è secondo a nessuno nemmeno in quanto a numero di poveri e poverissimi. Evidentemente, la ricchezza prodotta e quella che torna dagli scambi con l’estero è distribuita a vantaggio di una minoranza di individui. Quelli che con la crisi precedente ci hanno guadagnato e adesso, con insolito tempismo, battono cassa per uscire ancora meglio da quella in cui ci siamo appena infilati.

Vogliono più libertà di licenziare, meno tasse, meno vincoli burocratici, soldi a fondo perduto, garanzie pubbliche per l’accesso al credito, meno sindacato. Perché è l’impresa che crea il lavoro. Un tempo, gli economisti organici alla nascente classe borghese, provavano a giustificare la remunerazione del capitale (profitto) sostenendo che lo stesso fosse una sorta di premio per il capitalista che si era sacrificato per l’economia e la società, astenendosi dal consumo immediato. Per comprare le macchine e pagare i lavoratori, il capitalista avrebbe rinunciato a spendere per sé, quindi andava in qualche modo ricompensato. Inutile dire che questa bizzarra teoria, che tenne banco per molti anni agli albori del capitalismo moderno, si infranse contro la  sfacciataggine con cui i capitani d’impresa coltivavano i loro vizi nelle principali città europee.

Oggi, il modo in cui viene raccontata la “missione” del capitalista è diverso, ma la sostanza del racconto è rimasta grosso modo uguale a quella dei tempi di Nassau William Senior, precursore della Teoria dell’interesse o dell’“astinenza”. Il capitalista crea il nostro lavoro, lui rischia, i lavoratori hanno pane di che sfamarsi. E se c’è forza lavoro che rimane fuori è perfino un bene, perché così i salari stanno bassi e il “sistema” mantiene il suo equilibrio. Lo Stato non deve intralciare questa missione, ma solo incoraggiarla e tutelarla, socializzando le perdite nel caso di crisi. Anche quando le crisi sono causate dall’azzardo morale del capitale sulle piazze finanziarie, quelle regolate e quelle non regolate, in “ombra”.

Bonomi, il nuovo presidente di Confindustria ha detto che il Governo non sta dando risposte soddisfacenti e che non si possono nascondere più «le colpe e gli errori degli ultimi 25 anni». Quali colpe? Di chi? Per caso Bonomi si riferisce alla colpa di Governi e sindacati che negli ultimi decenni hanno favorito quella che l’economista inglese Andrew Glyn ha chiamato la grande «ritirata del lavoro» a vantaggio del capitale?

Perdita di posti di lavoro, allungamento dell’orario di lavoro, riduzione dei salari, spostamento di 10-15 punti del reddito nazionale dai salari ai profitti. Una controrivoluzione senza una rivoluzione che l’aveva preceduta (la «lotta di classe alla rovescia», avrebbe detto Luciano Gallino, vinta dai padroni), che ha cancellato gran parte delle conquiste del mondo del lavoro dei trent’anni precedenti. Compresa la progressività fiscale che ha giocato un ruolo importante nella redistribuzione della ricchezza, in Italia e nei principali Paesi europei, dopo il boom economico. Che poi, a pensarci bene, negli «ultimi 25 anni» esatti esatti, più di un terzo di chi vive di lavoro nel nostro Paese ha visto diminuire il proprio salario in termini reali, mentre due terzi di essi l’hanno visto crescere meno della produttività della propria opera. Un disastro, nel quale c’è anche l’umiliazione del lavoro specialistico, intellettuale, livellato verso il basso, precarizzato, ricattato, frantumato con decine di tipologie contrattuali cosiddette “flessibili”. Ricercatori, professionisti, insegnati, consulenti, che, a differenza dei padri operai o contadini, non pensano minimamente che il proprio futuro sarà migliore di quello delle generazioni precedenti.

Ci prova, Bonomi. Alza il tiro, drammatizza, accusa. Capisce che la congiuntura potrebbe essere propizia per una nuova spallata, vista anche la narcosi delle forze sociali. Sente il profumo dei soldi che arriveranno dall’Europa e mette in guardia dal rischio di spenderli “male”.  Bisogna «far buon uso delle risorse» che Bruxelles ci accorderà o dei soldi che prenderemo in prestito, dice il nostro.  Che significa «farne buon uso»? Beh, certamente non spendendoli per un reddito universale di base, per rifondare su basi universalistiche il welfare state, per un massiccio piano di assunzioni statali, per liberare milioni di persone dalla schiavitù della deprivazione materiale. Reddito e lavoro devono crearlo le imprese. A modo loro e alle loro condizioni. 

Alza la voce, Bonomi, perché sa che può farlo. Perché conosce i suoi interlocutori. O i suoi polli. Sa che ci sarà sempre un Gualtieri di turno pronto a dire che per non perdere posti di lavoro ci vuole più lavoro precario. O un Conte che giura di non avere «pregiudizi ideologici verso l’impresa», come se qualche sua scelta finora l’avesse messo in dubbio.

L’impresa, soldi alle imprese, sostenere le imprese, pagare i debiti verso le imprese, abbassare le tasse alle imprese, anticipare i soldi alle imprese. C’è la crisi, bisogna aiutare le imprese. “Anche”, sarebbe il caso di rispondere. Perché il prezzo più alto, nelle crisi, lo paga la gente che deve lavorare per mettere insieme il pranzo e la cena, comprare i libri e i vestiti ai propri figli, pagarsi il mutuo, l’affitto, le cure.

C’è la crisi, bisogna aiutare chi ha di meno, chi è più vulnerabile in questa società profondamente diseguale. È il tempo di risarcire chi ha pagato prezzi troppo alti in questi anni per consentire al capitalismo di ristrutturarsi. Chi si è arricchito tanto in questi anni difficili, paghi di più e contribuisca alla riduzione delle disuguaglianze nella nostra società. Altro che lamentele e pretese. Che le imprese, peraltro, da una maggiore uguaglianza non potranno che avvantaggiarsi, perché è inutile contare i pezzi che si producono nella propria azienda se fuori non c’è nessuno che può comprarli. Questo dovrebbe dire, forte e chiaro, il Governo, di fronte alle pretese dei Bonomi e dei tanti “prenditori” che stanno lanciando in questi giorni l’assalto alle risorse pubbliche.

Dovrebbe.

Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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