Nemesi e cura del mondo

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La pandemia ci obbliga a un ripensamento globale e radicale. Proprio perché ci ha toccato ferocemente “nell’osso e nella pelle”, come dice il Libro di Giobbe, richiede un’impietosa verifica dei doveri e dei poteri. Tanto più ora quando, almeno qui in Italia e in Europa dove sono state messe in atto misure di precauzione, par di vedere (si spera, ci si illude?) la fine del tunnel. E questa verifica – per essere efficace – non potrà che avvenire all’insegna di un principio tanto semplice quanto impegnativo: “Niente di questo mondo ci risulta indifferente”.
È un passo nell’enciclica Laudato si’ (che compie esattamente in questi giorni cinque anni: porta la data del 25 maggio 2015), collocato proprio all’inizio, nel secondo paragrafo dove si dà voce al pianto della terra devastata dall’uomo ammonendo: “Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora”, a ricordarci che siamo parte di un tutto, non il suo padrone. Ed è anche il titolo di uno straordinario libro (in uscita nelle Edizioni Interno4) dalla cui copertina un babbuino ci guarda perplesso sotto il motto “La normalità era il problema”. Libro “straordinario” – cioè che ci solleva al di sopra dell’ordinarietà – per due buone ragioni. La prima riguarda il modo con cui è nato, è stato pensato e scritto: in tanti, a più e più mani, da decine di studiosi (sono 162 i nomi che compongono la lista pubblicata in appendice), competenti, militanti delle più varie associazioni, credenti e laici, facenti capo all’associazione “Laudato sì”, che per mesi e mesi si sono riuniti, hanno discusso, verificato e confrontato le proprie idee, spesso discordanti, le hanno rielaborate, rese compatibili, ricondotte all’unitarietà di un discorso articolato e condiviso, come si dovrebbe fare sempre, tra chi partecipa del medesimo orizzonte di valori e soprattutto avverte l’urgenza del tempo.
La seconda ragione riguarda il contenuto: finalmente un approccio davvero “totale” ai mali che ci affliggono e alle necessarie soluzioni. Lo stato del pianeta visto “come un tutto”, in cui devastazione ambientale e devastazione sociale, catastrofe ecologica e diseguaglianza economica, non solo s’intrecciano ma appaiono aspetti dello stesso problema: disprezzo per la terra e disprezzo per gli uomini, persino disprezzo per sé e il proprio futuro sono il prodotto della stessa radice e dello stesso errore. Un pensiero sbagliato, che ha dato origine a un paradigma socio-economico distorto, e a uno stile di vita insensato.

Il libro era stato elaborato prima, ma lo tzunami del coronavirus che ha segnato i tre mesi che hanno preceduto la pubblicazione ne ha prodotto la cerchiatura, per così dire, confermandone la visione e rafforzandone il messaggio. Come scrive Daniela Padoan, la curatrice, nel saggio Al tempo del contagio che apre il volume, “davanti alla pandemia, il titanismo della nostra cultura è costretto a imparare la lezione dell’essere in balia”, spiegando come l’esperienza che stiamo vivendo – nel suo carattere totale e globale – sia in qualche modo “una figurazione” delle argomentazioni contenute nel testo: “Gli stessi concetti, le stesse parole a cui abbiamo fatto ricorso hanno assunto risonanze diverse, come oggetti travolti da un’alluvione o da un terremoto, bisognosi di essere ripuliti e indagati con occhi nuovi. Ogni affermazione, ogni convinzione si confronta ora con una distesa di morti”.
Da questa tragedia abbiamo dovuto imparare, nel dolore, la fragilità strutturale dell’Antropocene, di questo mondo costruito a immagine e somiglianza del suo ospite umano. Abbiamo avuto modo di vedere, messa a nudo, “la società spettrale del management totalitario”, per dirla col filosofo canadese Alain Deneault citato dalla curatrice. Di capire (per chi volesse capire) quanto fallace, e ingannatrice, sia quella razionalità strumentale che avevamo elevato a statuto dell’universo – garanzia della sua perfezione – e che invece si rivela mortifera, incapace di previsione e di prevenzione, foriera di disordine e caduta, pericolosa per il vivente. E quanta hybris – quanta arroganza, nella nostra sfida cieca al cielo – ci fosse nel culto del fare, e nel mito di un’efficienza che nell’esaltare un solo aspetto dell’esistenza (quello economico e tecnico) sacrifica tutto il resto. Ovvero IL TUTTO.

Vista in quest’ottica – alla luce di una visione “olistica” della condizione attuale – la stessa origine del morbo, e la spettacolare velocità della sua diffusione globale appare come una sorta di nemesi: non un accidente di una natura ostile, ma come l’effetto di un’usurpazione umana oltre i limiti accettabili dei propri spazi. La risposta di una natura invasa, come denuncia una ricerca dall’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti del febbraio di quest’anno, secondo la quale l’attuale pandemia “deriva da un drastico aumento dell’appropriazione delle risorse naturali da parte dell’uomo allo scopo di tenere il passo con la rapida crescita della popolazione, dai cambiamenti alimentari connessi a un maggiore consumo di prodotti animali e da un maggior fabbisogno di energia». È quanto certifica, a sua volta, il Direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, citato anch’esso nel libro, il quale scrive che “non è più possibile separare la salute degli uomini da quella degli animali e dell’ambiente: l’esperienza di questi anni, con l’emergere di continue zoonosi, ci ricorda che siamo ospiti e non padroni di questo pianeta e ci impone di cercare il giusto equilibrio tra le esigenze della specie umana e delle altre specie animali e vegetali che viaggiano insieme a noi in questa arca di Noè chiamata Terra”.
L’ha segnalata – questa radice profonda del male che ci ha devastato – a modo suo, con lo stile filosofico-affabulativo che gli è proprio, mescolando liberamente Hegel e cronaca quotidiana, cinema e teologia, Slavoj Žižek in un istant book “dall’interno della situazione”, Virus, in cui ci viene ricordato il finale del celebre romanzo di H.G. Wells  (trasformato in film da Spielberg) La guerra dei mondi, quando tutto appariva perduto, le super armi dei militari impotenti di fronte agli invasori extraterrestri, la diplomazia inefficace, le preghiere e i riti religiosi inutili, e già le mostruose creature sbarcavano dalle loro astronavi calpestando la nostra “terra” e tutto sembrava perduto , e invece incominciarono a cadere stecchite una ad una, come pere, uccise non dagli ordigni umani ma da invisibili microbi, un virus forse, a cui il loro sistema immunitario non era preparato. Quel finale, ci dice il filosofo, riguarda noi: siamo noi che, avendo invaso un microcosmo non nostro, ne siamo stati colpiti invisibilmente ma mortalmente, nel nostro ruolo di invasori terra terra.
Per questo rialzarsi da questa caduta richiede un atto di estrema umiltà. Una cessione di sovranità dall’uomo al mondo. Se vuole rimanere all’altezza di quell’insieme di valori che abbiamo chiamato Humanitas, il nostro umanesimo deve rinunciare al fondamento sesso su cui si reggeva: l’eccezionalismo dell’umano. L’idea che l’Homo sapiens, per la ragione stessa di esser tale, sia un unicum su questa Terra, diverso e superiore rispetto a ogni altra componente di una natura vissuta come altra da noi e subalterna. In fondo Francesco, con la Laudato si’, ha compiuto una sorta di rivoluzione copernicana in campo teologico, rovesciando il senso dell’incipit stesso della Genesi, là dove si parla dell’Uomo (e della donna) creati “a immagine e somiglianza di Dio” e per questo destinati a dominare sul resto del creato. E mettendo l’Uomo non sopra ma dentro la totalità di ciò che è, cose e animali. Responsabile di essi se vuole essere responsabile di sé. Non certo “Padrone” di ciò che – costituendo un tutto – non può appartenere a nessuno. La stessa rivoluzione copernicana non può che farla – dopo la Teologia – anche la Politica.


Nel corposo volume (250 pagine), Niente di questo mondo ci risulta indifferente, ci sono tutti gli strumenti per iniziare quel percorso. Con uno sguardo a 360 gradi sul nostro esistente, in cui dalla diagnosi dei mali emerge un programma, realistico, di risposta: sul Clima, in primo luogo, giustamente assunto come involucro generale all’interno del quale si dispongono tutti gli altri temi, e affrontato con un approccio trasversale, ibridante, in cui alla “radiografia della catastrofe” si affianca il principio per cui “la giustizia climatica è giustizia sociale”, dal momento che la salvezza della casa comune è inscindibile dalla tutela della dignità dei suoi abitanti. Sulla “Depredazione ambientale”, dalla cui denuncia discende la necessità (impegno e programma) di una lotta contro l’”agricoltura 4.0″ che minaccia “i diritti umani, sociali e della natura”. Sulle migrazioni, finalmente affrontate alla luce del principio secondo cui “Migrare è un diritto” (lo è da alcuni secoli, documentato e argomentato nelle forme più raffinate) da cui segue il dovere di denuncia della “morte in mare” come “vera emergenza”. Alla descrizione delle dimensioni della povertà s’intreccia la denuncia dell’”economia dello scarto” come anima del paradigma egemonico contemporaneo, drammaticamente visibile anche nella gestione dell’emergenza sanitaria (non è vero che il virus ha colpito come una “livella”: se si osservano con un po’di attenzione i dati si vedrà che è stato molto attento alle diseguaglianze sociali, colpendo più duramente i più svantaggiati (nella borsa e nel corpo). Su “Finanza e debito” la definizione, forte, del “Capitale finanziario globale come forma di criminalità organizzata” si affianca alla valorizzazione dell’”economia del dono”. E poi il Lavoro, l’altro baricentro del sistema, quello che più è stato cruciale nell’emergenza, rivelatosi essenziale per la vita dell’intera popolazione, tanto essenziale che una parte consistente di esso è stata “mandata al fronte”, a rischiare nei capannoni e nelle filiere lunghe della logistica e della distribuzione, mentre un’altra parte veniva confinata in casa e ha visto reddito e sicurezza del posto erosi e stracciati: sul Lavoro – quello che più dovrebbe mutare status e funzione nella ricostruzione che ci aspetta viene qui ricordata una verità troppo rapidamente dimenticata in questi anni, e cioè che “non c’è libertà nel vendere la propria forza-lavoro” e nel contempo vengono denunciate le “molteplici solitudini delle lavoratrici e del lavoratori” che se non saranno riscattate, in fretta e bene, ipotecheranno drammaticamente ogni ipotesi di cambiamento. E poi l’Ecofemminismo: “Liberazione delle donne, della natura e del vivente”. La Cultura del limite. E tanto altro. Un vademecum perfetto per chi voglia inoltrarsi nel territorio nuovo che il virus ci lascia, nel lutto.
Con una consapevolezza forte: che eravamo già malati prima che il Covid-19 arrivasse. Molto prima. “Non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”, ha detto Papa Francesco in quella Piazza San Pietro metafisica e irreale, deserta e lucida di pioggia, il 27 marzo. Dovremo pure ascoltare, oggi, quelle tante voci, e altre che si sono aggiunte, se non vogliamo ritrovarci infine a brancolare nel buio alla fine del tunnel, come ha scritto qui, nel suo stile tagliente, Gianandrea Piccioli.

Una versione più breve è stata pubblicata su il manifesto del 26 maggio
con il titolo La pandemia impone una verifica dei doveri e dei poteri

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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3 Comments on “Nemesi e cura del mondo”

  1. Fa bene Revelli a riportare ancora una volta l’esempio di Giobbe, il cui gesto di estrema umiltà tuttavia gli viene alla fine strappato non già dalla shechin ra’, dalla piaga maligna, con cui Dio l’ha messo alla prova su consiglio di Satana, bensì dalle “cose grandi e incomprensibili”, “dalle meraviglie senza numero”, dalla potenza sublime di Dio, di cui gli aveva pur parlato l’amico Elifaz all’inizio del suo declino. Come per l’Uzita, quindi, anche per gli Italiani si aspettano cose così strabilianti per riuscire ad ottenere da essi un gesto di umiltà e di vera conversione interiore, giacché la piaga del coronavirus non sembra averli turbati più di tanto.

  2. un lungo articolo, interessante e lucido, su tutto ciò che ha portato alla pandemia…, non c’è che dire, ma al valore del pensiero delle donne è riservata UNA riga. Come dire? Non ci siamo proprio! come nei manuali di storia uno specchietto a fondo pagina, sulla condizione femminile nel medioevo, ad esempio. Ecco il frammento che sua maestà il pensiero dell’Uomo ci elargisce: “E poi l’Ecofemminismo: “Liberazione delle donne, della natura e del vivente”. La Cultura del limite”. Se interessa posso volentieri mandarvi un mio articolo su “Laudato si’ ” e il silenzio dell’enciclica con le donne.

  3. domanda all’amico prof. Revelli:in questa rivoluzione copernicana la tecnologia, compresa l’Ai, ha (o può avere)un ruolo negativo o positivo? in fondo molte realtà del campo es. Wikipedia. Firefox, sono open source, libere e libertarie.

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