Sarà la Toscana il laboratorio politico del 2020?

Rischia di essere la Toscana il laboratorio impazzito da cui, nel 2020, uscirà l’indicibile Frankenstein nazionale creato dai due Mattei. Qua, in una data ancora imprecisata della tarda primavera si sceglierà il successore di Enrico Rossi alla presidenza della Regione: e la situazione che si va profilando è una di quelle in cui è davvero impossibile dire chi sia il peggiore tra i due candidati presentati dagli schieramenti principali. Anzi, «sono peggio tutti e due» – come scriveva Herzen, ispirandosi alla pragmatica saggezza dei bambini.

L’unico finora pubblicamente proclamato è il candidato del PD, l’attuale presidente del Consiglio regionale Eugenio Giani: il prescelto dalla maggioranza “del buon governo” di sinistra che regge ininterrottamente la Regione Toscana dalla sua nascita, nel 1970. In qualche modo si tratta anzi di un ritorno alle origini, visto che il socialista Eugenio Giani è cresciuto proprio all’ombra del primo presidente della Toscana, Lelio Lagorio.

Giani è un politico provinciale, stile Prima Repubblica: è celebre per aver visitato di persona tutti i 273 comuni toscani, per il suo rituale bagno in Arno il primo gennaio, per non aver mai mancato un taglio di nastro, una presentazione di libro, un concerto scolastico. Nonostante i suoi molti mandati di assessore, in molti fanno notare che non è mai stato messo realmente alla prova come amministratore: ma non è qua che va cercata la ragione della scelta, che invece emerge con abbacinante chiarezza da questa recentissima intervista – più che inginocchiata, sdraiata – che gli è stata servita, appropriatamente, da una nota guida gastronomica. Ecco la frase chiave: «La prossima dovrà essere la legislatura delle infrastrutture, con il corridoio tirrenico come priorità». Il governo del territorio e dunque la politica dell’ambiente (leggi: contro l’ambiente): ecco il punto. È questo oggi in Toscana lo spartiacque più incandescente: bisogna, per esempio, rammentare che è sul nuovo aeroporto di Firenze che il PD renziano perse, clamorosamente, il comune di Sesto Fiorentino. E quando, poche settimane fa, la ministra delle infrastrutture Paola De Micheli è venuta a Firenze a benedire la ripartenza del cantiere interrotto del TAV, a contestarla c’erano i ragazzi dei Fridays For Future, in una rara istantanea dei veri rapporti che oggi oppongono i movimenti e la politica dei politici (e degli affari).

Giani deve la sua candidatura alla prontezza con cui ha deciso da che parte stare: la parte del cemento e dell’asfalto. Cioè con quell’idea di sviluppo preistorica e insostenibile che mette d’accordo Italia Viva di Renzi (non si dimentichi che il presidente dell’aeroporto fiorentino è il fidatissimo Marco Carrai…) e purtroppo il PD di governo. Ma non basta. Quel che in Toscana (e anche nel PD) tutti dicono, magari abbassando la voce, è che in realtà l’accordo include anche la Lega: e che Giani è il candidato scelto insieme da Matteo Renzi e Matteo Salvini, grazie alla mediazione e alla benedizione dell’eterno Denis Verdini, storico mentore del primo e suocero del secondo. Una notizia che è approdata anche alle cronache nazionali, del resto. Giani, insomma, candidato unico del Partito Unico delle Grandi Opere: con la prospettiva di vedersi sfidare, a destra, da un candidato di paglia (forse il pittoresco sindaco di Grosseto). Come, del resto, accade a Firenze da molti turni elettorali per il sindaco: almeno da quando fu schierato contro Renzi il buono e ingenuo portiere Giovanni Galli, che ben presto comprese che tutta la sua squadra giocava con l’“avversario” Renzi.

In tutto questo, la prova della sinistra-sinistra è come sempre imbarazzante. Le mille sigle sedute al tavolo col PD non sono riuscite a ottenere le primarie: strumento pessimo culturalmente e a grandissimo rischio di brogli e scorrettezze, eppure l’unico capace di rimettere in discussione il nome di Giani. Non sono riuscite, o forse non ci hanno nemmeno provato: preferendo tentare di ottenere qualche posto in giunta, scontando però a quel punto il veto di Italia Viva, che spera nell’exploit elettorale e dunque in una presenza condizionante nel nuovo governo toscano. Alcune sigle hanno comunque firmato per Giani, altre invece per ora no: ma tale è la polverizzazione di questo piccolissimo mondo che è difficile anche per gli addetti ai lavori capire chi stia con chi, per quanto, e soprattutto perché.

Per fortuna, a sinistra di quest’unica destra delle Grandi Opere si profila la nascita di una lista di sinistra e ambientalista che metterà insieme i cittadini, i comitati, le comunità, le liste che in ogni parte della Toscana lottano ogni giorno contro questo scellerato sviluppismo. Perno di questa lista sarà Sì-Toscana a Sinistra, e il suo candidato naturale sarebbe ancora Tommaso Fattori, che in questi cinque anni ha tenuto viva in consiglio regionale una voce alternativa, oggi ben capace di documentare la convergenza sistematica di PD e Destra su tutte le questioni rilevanti del governo del territorio. Quella lista, che all’ultima tornata elettorale (2015) prese il 6,28 per cento, oggi potrebbe spuntare un risultato decisamente migliore: alla luce del fatto che Giani è, di fatto, un candidato bipartisan la cui elezione non servirebbe certo a fermare quella destra che voterà anzi in massa per lui.

Lo schema di gioco imposto dai due Mattei smonta, infatti, istantaneamente ogni tentazione di frontismo: come fare una campagna basata sulla paura dei fascisti alle porte, se il tuo candidato è stato concordato coi fascisti? E mette anche in crisi la retorica delle Sardine: che forse non per caso in Toscana hanno avuto come primo organizzatore proprio un collaboratore stipendiato di Giani in Regione. Infine, getta una luce sinistra sulla benedizione impartita da Zingaretti a Giani: in una acritica continuità con il peggio dell’era renziana.

In conclusione, nonostante il vergognoso conformismo della stampa toscana, a Giani non potrà riuscire l’operazione di Bonaccini: che anche grazie alle Sardine è riuscito a presentarsi come un argine contro i fascisti, pur avendo fatto (e continuando a fare, se rieletto) una politica di destra sia sul piano sociale che su quello dei diritti (si pensi al terribile securitarismo del PD emiliano).

E la domanda è: la scena politica nazionale si rappresenterà abilmente come in Emilia (uno scontro per la democrazia), o apparirà più veridicamente come in Toscana (un trasparente cartello destra-sinistra)? La partecipazione a un governo Conte bis finora incapace di revocare lo scandalo dei decreti sicurezza e di investire pochi soldi nell’università, renderà il PD nazionale di Zingaretti più simile a quello di Bonaccini o a quello di Giani? E le Sardine che ruolo giocheranno, se ne giocheranno uno, nella ricostruzione di una identità del PD? E, ancora: a sinistra del PD nascerà qualcosa che riesca a essere davvero alternativo a quest’unico conglomerato di potere, o la logica sarà sempre quella alla LeU, riuscita nel capolavoro di essere al governo essendo, al tempo stesso, del tutto irrilevanti?

Sono queste alcune delle domande che accompagneranno il 2020: domande non prive di interesse per chi, nonostante tutto, tiene viva la tenue speranza che la “sinistra di tutti i giorni”, quella che per esempio “Volere la luna” prova a coltivare, abbia un qualche rapporto con la sinistra delle elezioni e dei governi.