Friday for Future, e poi?

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È passata una settimana dal Friday for Future che ha visto una marea di ragazze e ragazzi riempire le piazze e le strade del mondo per opporsi al riscaldamento globale e al cambiamento climatico (nella sola Italia ha manifestato, in 180 città, un milione di persone per lo più giovanissime). È un fatto di enorme portata che può aprire scenari nuovi e che, proprio per questo, non va semplicemente registrato (con diversità di accenti) ma deve essere discusso nel suo significato, nelle sue prospettive, nei suoi seguiti. Cosa che non sta avvenendo, o sta avvenendo in maniera largamente insufficiente.

Partiamo dai fatti. Le reazioni al Friday for Future sono state (e sono) molto diversificate.

Una parte della politica e dei commentatori (con il supporto di “scienziati folkloristici” come il sempiterno Antonino Zichichi) sta cercando, in vario modo, di esorcizzare il movimento, negandone il senso, le ragioni e persino l’entità quantitativa. È il partito di chi contesta l’esistenza stessa di un problema ambientale, dei cambiamenti climatici e dei loro effetti devastanti. È il mondo dei Trump, dei Bolsonaro, dei Salvini e dei loro epigoni della carta stampata (in Italia, tra i più sguaiati, il quotidiano Libero e giornalisti come Renato Farina, già “agente Betulla”) che insultano e deridono Greta Thumberg, che chiamano spregiativamente “gretini” i giovani manifestanti per il clima, che considerano gli studenti in sciopero dei fannulloni alla ricerca di un giorno di vacanza in più. Ma non è la sola opposizione pregiudiziale. Ad essa si aggiunge quella di molti soloni di diversa origine, tra cui spiccano esponenti di una sedicente sinistra rimasta al paleolitico che censura la scarsa “politicità” del movimento e ospiti fissi di salotti televisivi che, con infastidita superiorità, invitano gli studenti a “stare in classe ad ascoltare gli scienziati” (come fa, per esempio, Massimo Cacciari). Dimentichi, gli uni e gli altri, della tagliente osservazione di Norberto Bobbio che, nei primi anni Settanta, a chi contestava ai giovani manifestanti contro la guerra del Vietnam di non sapere neppure dove si trovasse quel lontano paese, rispondeva: «è vero, alcuni o molti di loro non lo sanno, ma se oggi manifestano un giorno lo sapranno, altrimenti non lo sapranno mai!». Di questa variegata schiera di politici e commentatori alcuni non hanno capito davvero nulla, altri – i più – hanno capito fin troppo e cercano così di fermare il cambiamento che si prospetta.

C’è una seconda posizione, assai diversa nei toni ma, per certi aspetti, ancor più insidiosa. È quella della politica di governo del nostro Paese, che applaude e si materializza nelle manifestazioni ma rinvia persino l’approvazione di un “decreto clima” riduttivo e sostanzialmente indolore. O della grande stampa, che dedica una pagina all’elogio dei giovani e del loro movimento (sottolineandone la compostezza e l’“apoliticità”) e tutto il resto del giornale all’esaltazione, esplicita o indiretta, di un modello di sviluppo irresponsabile e devastante o che sostiene i “piccoli gesti” capaci di far “risparmiare” qualche centinaio di grammi di CO2 (come rinunciare a un caffè o mettere al bando una bottiglietta di plastica) sostenendo nel contempo, senza dubbi né incertezze, la realizzazione di un tunnel che produrrebbe in un anno l’immissione in atmosfera di un milione di tonnellate di CO2 (cfr. https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/09/25/lalbero-dei-sepolcri-imbiancati-la-stampa-e-il-tav/). È una posizione assunta anche da alcune associazioni ambientaliste che riducono l’impegno per il clima a scelta di vita individuale e glissano sulla indifferibile necessità di cambiamenti radicali nelle politiche economiche e di sviluppo avallando l’idea che la catastrofe imminente si potrebbe risolvere (o almeno avrebbe potuto essere risolta) con la diffusione di comportamenti virtuosi – tanto opportuni quanto marginali rispetto all’entità del problema – come usare meno buste di plastica, spegnere più luci, piantare qualche albero, ordinare meno cibo da asporto o guidare una macchina elettrica (cfr. https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/07/11/non-mi-importa-se-fai-la-differenziata/). In sintesi, secondo queste impostazioni, i Fridays for Future vanno sostenuti a parole e svuotati nei fatti in attesa che l’onda rientri… Ciò non sfugge a Greta che è tutto men che una ragazzina sprovveduta e manipolabile e la cui sacrosanta invettiva di fronte alle Nazioni Unite non fa sconti: «Le persone stanno soffrendo, stanno morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E tutto ciò di cui parlate sono soldi e favole di eterna crescita economica? Come vi permettete?»). E non sfugge neppure almeno a una parte del movimento del nostro Paese, come mostrano slogan e cartelli dei cortei (a cominciare dall’irridente «l’ambientalismo senza lotta al capitalismo è giardinaggio»).

In questo contesto noi, Volere la luna, stiamo con Greta e con il movimento dei Fridays for Future senza se e senza ma, come si diceva un tempo. Posizionarsi, peraltro, non è sufficiente a risolvere i problemi. Come stare con Greta? Ovviamente senza strumentalizzazioni o tentativi di “mettere il cappello” sul movimento e senza la presunzione di avere qualcosa da insegnare (magari invocando il capitale dell’età) ma anche senza rinunce e deleghe, come quelle di chi teorizza il fallimento senza scampo della politica, attestandosi sul pensiero e le pratiche dominanti e dimenticando le elaborazioni e le pratiche alternative.

Il movimento dei Fridays for Future ha già prodotto due risultati di primaria importanza: una sensibilità ambientale diffusa in termini fino ad oggi sconosciuti e una capacità di autorganizzazione inedita e, positivamente, irriverente verso chi cerca di cavalcarlo in modo paternalistico (come dicono i cartelli di Napoli: «ministro Fieramonti, non abbiamo bisogno del suo permesso per protestare»). Con esso occorre aprire un dialogo e un’interlocuzione, rispettosi ma non subalterni. Creata una sensibilità diffusa c’è una scadenza ineludibile e urgente: come passare, qui e ora, dalla prospettiva generale alla definizione degli obiettivi intermedi. Quali sono le scelte politiche specifiche da contrastare, subito? Quali opere (grandi o piccole) sono necessarie e utili per l’ambiente e quali sono, al contrario, dannose o, addirittura, devastanti? Quali segnali occorrono per una politica alternativa rispettosa dell’ambiente del clima? Quali alleanze sono necessarie per evitare il conflitto, purtroppo in atto ovunque, tra ambiente e lavoro? Sono questioni che ci riguardano tutti e che occorre affrontare subito anche per evitare che il nuovo movimento si sgretoli e si sgonfi, come avvenuto meno di due decenni fa per il movimento altro mondista (pur allora giustamente definito dal New York Times «la seconda grande potenza del mondo». È ciò che l’establishment vorrebbe. È ciò che dovremo contribuire a impedire.

 

About Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, Forti con i deboli (Rizzoli, 2012), Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012) e Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli (Edizioni Gruppo Abele2015)

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2 Comments on “Friday for Future, e poi?”

  1. Politicanti, multinazionali, industrialisti-sviluppisti sono i soliti.
    Evviva il Fridays For Future, anche se il loro”documento” è carente sotto questi aspetti:
    – E’ ancora completamente antropocentrico. Il fatto stesso di avere messo nel titolo e ripetuto più volte “la nostra casa” per indicare la Terra è fuorviante: il Pianeta è infatti un Organismo complesso di cui facciamo parte come un tipo di cellule, assieme agli altri esseri senzienti (altri animali, piante, ecosistemi, esseri collettivi più tutte le relazioni che li collegano) e non il “nostro ambiente”;
    – Non si accenna al problema principale: la mostruosa sovrappopolazione umana che affligge la Terra. Occorre chiedere una massiccia campagna per il controllo delle nascite;
    – Non si dice chiaramente che si deve smettere con il primato dell’economia e abbandonare “la crescita” con tutti i relativi indicatori, fortemente fuorvianti;
    – Non si dice chiaramente che la biovarietà e essenziale e quindi vanno preservate le specie e gli ecosistemi, che sono anch’essi esseri senzienti con un valore in sé e non in funzione umana. La capacità omeostatica della Terra si basa sulla biovarietà. Non si deve più abbattere neanche un albero;
    – Si parla di ascoltare “la Scienza” ma si continua ad usare un linguaggio sociale-economico-politico anziché scientifico-filosofico;
    – Manca un chiaro invito a promuovere una alimentazione quasi-vegetariana (quella propria della nostra specie): il ciclo della carne è deleterio per il pianeta (distruzione di foreste, enorme consumo di acqua, emissioni in atmosfera);
    – Manca un accenno al diritto ad una vita degna per gli altri esseri senzienti.
    In sostanza, manca la richiesta al passaggio a una visione veramente ecocentrica, con i provvedimenti conseguenti. Senza questo passaggio, anche le lodevoli istanze indicate nel documento risulteranno vane.

  2. Come commento, riporto quanto scritto sul “manifesto FFF:
    Il documento è in linea di massima condivisibile, anche se carente sotto alcuni aspetti:
    – E’ ancora completamente antropocentrico. Il fatto stesso di avere messo nel titolo e ripetuto più volte “la nostra casa” per indicare la Terra è fuorviante: il Pianeta è infatti un Organismo complesso di cui facciamo parte come un tipo di cellule, assieme agli altri esseri senzienti (altri animali, piante, ecosistemi, esseri collettivi più tutte le relazioni che li collegano) e non il “nostro ambiente”;
    – Non si accenna al problema principale: la mostruosa sovrappopolazione umana che affligge la Terra. Occorre chiedere una massiccia campagna per il controllo delle nascite;
    – Non si dice chiaramente che si deve smettere con il primato dell’economia e abbandonare “la crescita” con tutti i relativi indicatori, fortemente fuorvianti;
    – Non si dice chiaramente che la biovarietà e essenziale e quindi vanno preservate le specie e gli ecosistemi, che sono anch’essi esseri senzienti con un valore in sé e non in funzione umana. La capacità omeostatica della Terra si basa sulla biovarietà. Non si deve più abbattere neanche un albero;
    – Si parla di ascoltare “la Scienza” ma si continua ad usare un linguaggio sociale-economico-politico anziché scientifico-filosofico;
    – Manca un chiaro invito a promuovere una alimentazione quasi-vegetariana (quella propria della nostra specie): il ciclo della carne è deleterio per il pianeta (distruzione di foreste, enorme consumo di acqua, emissioni in atmosfera);
    – Manca un accenno al diritto ad una vita degna per gli altri esseri senzienti.
    In sostanza, manca la richiesta al passaggio a una visione veramente ecocentrica, con i provvedimenti conseguenti. Senza questo passaggio, anche le lodevoli istanze indicate nel documento risulteranno vane.
    Evviva Fridays For Future!

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