Governo M5S-Pd: la fretta e i “gattini ciechi”

24/08/2019 di:

Non a qualunque costo, non in qualunque modo.

È verissimo: votare ora significherebbe regalare a Salvini un consenso inerziale che ha già cominciato lentamente a perdere e che qualche mese lontano dal Viminale (dove mai sarebbe dovuto arrivare) potrà erodere decisivamente. Ma solo se chi governerà al suo posto lo farà meglio di lui: cioè producendo giustizia sociale. Dunque, non un governo qualsiasi, ma un buon governo.

Il primo requisito sembra incompatibile con la perentoria richiesta di avere un nome e un programma «entro martedì». La possibile intesa tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico non è, infatti, una soluzione d’emergenza, ma l’unica soluzione possibile, anche dopo le elezioni (l’altra è un governo Salvini). Dunque, non si capisce perché la sua nascita debba esser forzata da levatrici impazienti e dunque necessariamente maldestre. L’accumulo di diffidenza (per essere eufemistici) e propaganda, e le profonde spaccature (di potere) nei due partiti sono tali da non potersi sciogliere in poche ore. Né d’altra parte ci si vorrebbe rassegnare a pensare che sia tutta questione di “mi piace” o “non mi piace”, come sui social networks. Un governo che abbia qualche prospettiva di durata e serietà (quel buon governo che serve a battere Salvini) deve basarsi su un confronto sulle cose, e non sui nomi. È già stato scritto su queste pagine: la trattativa che ha visto alla fine nascere il governo Conte è durata, comprensibilmente, due mesi. Perché questa (anche più difficile) deve compiersi, la va o la spacca, in meno di una settimana? In Germania la nascita dell’attuale governo Merkel ha richiesto quasi 6 mesi, mentre in Spagna è da 4 mesi che si discute di un esecutivo che probabilmente non partirà. Bisogna dimenticare la funebre retorica del “governo nato nell’urna” (peraltro ormai remota), e darsi un tempo ragionevole. Sappiamo bene che si rischia, così, di dover votare a Natale, e che i tempi della legge finanziaria incombono. Ma dovremmo imparare, una buona volta, a scegliere il male minore: e un governo debole e destinato a cadere presto bruciando l’unica via d’uscita post-elettorale è un male maggiore.

Avere più tempo significherebbe forse poter evitare errori fatali. Uno di essi è già apparso all’orizzonte, in queste ore frenetiche: ed è l’idea di un governo costituente. Al taglio dei parlamentari brandito dai Cinque Stelle (una riforma a nostro giudizio sbagliata, perché destinata ad allentare ancora i nessi tra rappresentati e rappresentanti, e perché animata dall’antiparlamentarismo che ormai da trent’anni devasta la vita politica del Paese) il Pd risponde proponendo una più complessiva riforma della Costituzione (monocameralismo e maggioritario, torna a sibilare Renzi nell’audio dal sen fuggito). C’è innanzitutto un grave errore di metodo: durate la campagna del referendum che bocciò la riforma Boschi-Renzi, ripetemmo fino a perdere il fiato (insieme a tutto il Movimento 5 Stelle) che non spetta ai governi cambiare la Costituzione. Anche i muri avevano allora imparato a memoria queste parole di Piero Calamandrei: «Nella preparazione della Costituzione, il governo non deve avere alcuna ingerenza… Nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria … Quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti».

Ebbene, fondare un nuovo governo su un patto costituente sarebbe un errore gravissimo, qualunque sia il contenuto di quel patto. Perché è evidente che Salvini si batte solo in un modo: attuandola, la Costituzione antifascista del 1948, non stravolgendola. Attuandola a partire dall’approvazione dell’unica legge elettorale che ne fa funzionare le garanzie: una proporzionale pura. E poi attuando soprattutto il secondo comma dell’articolo 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Più lo si attua, più il consenso a Salvini diminuisce: è sul come farlo che 5 Stelle e Pd dovrebbero confrontarsi. Con ragionevole calma.

Una versione più breve dell’articolo è stata pubblicata su “Il Fatto quotidiano” del 24 agosto