La crisi di Governo e le vie di uscita possibili

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Siamo in una crisi politica anomala: per il modo in cui è stata aperta, per le forzature con cui viene gestita, per le prospettive che vengono indicate. Proviamo a fare un po’ d’ordine.

1.

La crisi, nell’aria da almeno due mesi (dopo i risultati delle elezioni europee), è stata aperta da Salvini dopo avere umiliato l’alleato di governo costringendo il presidente del Consiglio a dare il via libera agli appalti per il TAV Torino-Lione e il M5S a votare, immediatamente dopo, la fiducia sul decreto sicurezza bis. Dal punto di vista del capo della Lega e aspirante capo del Paese “con pieni poteri” la manovra sembrava perfetta ma a mettersi di mezzo – la storia presenta, a volta, delle sorprese – è stato il presidente del Consiglio Conte che, con l’evidente sostegno del capo dello Stato, ha rifiutato di dimettersi parlamentarizzando la crisi. La cosa ha avuto – sta avendo – conseguenze grottesche. Salvini e i ministri leghisti non si sono dimessi per non perdere la tribuna elettorale preparata nei mesi ma hanno dovuto presentare una mozione di sfiducia nei confronti del Governo: con il risultato paradossale che o lasceranno i dicasteri prima del voto sulla loro mozione o dovranno votare la sfiducia a se stessi.

2.

La questione non è semplicemente estetica ma di sostanza. Il disegno di Salvini era chiaro: andare al voto immediatamente gestendo le elezioni dalla cabina di comando del Viminale (nuova edizione del partito di lotta e di governo) approfittando dello stato comatoso in cui versano gli alleati pentastellati, ridotti ad attestarsi sulla ripetizione, come una campana rotta, dello stanco ritornello della riduzione del numero dei parlamentari (che, nella situazione drammatica in atto, è l’ultimo dei problemi). L’imprevista resistenza del premier per caso ha, peraltro, rotto il giocattolo rendendo chiara, nella confusione generale, almeno una cosa: che, qualunque sia la data in cui si voterà, a gestire le elezioni non potrà essere questo Governo (ormai inesistente per l’implosione che lo ha frantumato) né questo ministro dell’interno, che dell’esecutivo è il maggior critico (ben più di un’opposizione inesistente che addirittura, in occasione del voto sulle mozioni relative al TAV, gli ha offerto una stampella). Ormai è costretto a prenderne atto, obtorto collo, lo stesso Salvini.

3.

Ciò rimette, come si dice, la palla al centro sottraendo a Salvini la regia della crisi (di cui, prima di aprire il suo tour elettorale balneare, aveva già stabilito modalità e durata) e restituendo ai vari soggetti istituzionali – se lo vorranno – il loro ruolo. Come è normale in una democrazia parlamentare e in un sistema proporzionale (seppur corretto come il nostro) al centro della scena dovrà tornare il Parlamento in cui in rapporti di forza sono quelli definiti dagli elettori (dal “popolo” per usare il termine caro a Salvini) e non quelli – precari e volubili – prefigurati dai sondaggi, dalle rappresentazioni mediatiche e dai decibel dei talk show e dei social. In una repubblica parlamentare e in un sistema proporzionale le cose funzionano così. Se cade un Governo non si torna automaticamente e al più presto alle urne (come predica, straparlando, Salvini) ma si apre una verifica sull’esistenza di altre soluzioni possibili e si dà nuovamente la parola ai cittadini solo in caso di esito negativo di tale verifica. E il regista di questa fase è il presidente della Repubblica che, seppur costituzionalmente privo dei poteri di intervento impropriamente attribuitisi da Giorgio Napolitano, non è un semplice osservatore né l’eco di chi grida più forte. Non lo è, non può esserlo e deve dimostrarlo con le parole e con i fatti. Dopo il primo cedimento alla violenza verbale di Salvini questa consapevolezza sembra riemergere, sia pure con sbavature e incertezze.

4.

L’assetto del Parlamento è noto, salvo variazioni dell’ultima ora. Eccolo: dei 630 componenti della Camera 216 sono del M5S, 125 della Lega, 111 del Pd, 104 di Forza Italia, 33 di Fratelli d’Italia, 14 di Liberi e uguali e 27 del Gruppo misto; dei 321 senatori, poi, 107 sono del M5S, 62 di Forza Italia, 58 della Lega, 51 del Pd, 18 di Fratelli d’Italia, 8 delle Autonomie e 17 del Gruppo misto o non iscritti. I conti sono presto fatti. Ma, ovviamente, non bastano i numeri. E – va aggiunto – lo stato di salute delle diverse forze politiche è, per lo più, pessimo e con connotazioni a dir poco paradossali. Delle contraddizioni tattiche della Lega – che pure è in salute – già si è detto. Ben più gravi sono quelle del M5S che, in un anno e poco più, ha mostrato una totale incapacità di mettere a frutto il consenso elettorale e la forza parlamentare, ha perso o annacquato le sue posizioni identitarie (dopo averle gestite – come nel caso del TAV in Val Susa – in modo suicida) e non ha realizzato alcuna egemonia né posto le basi per future, stabili alleanze. Il quadro non muta guardando alle principali forze di opposizione: da un lato il Pd resta un partito allo sbando a cui la permanente guerra interna per bande toglie ogni lucidità, inducendolo a ribadire come un mantra una vocazione maggioritaria smentita ogni giorno dalla realtà (e da tutte le recenti competizioni elettorali); dall’altro Forza Italia segue il tracollo (anche fisico) del suo capo-padrone perdendo ogni residua capacità di dar voce a una destra non populista. Superfluo aggiungere che all’inconsistenza parlamentare della sinistra non si accompagnano segnali di ripresa neppure sotto il profilo del radicamento territoriale.

5.

Il quadro parlamentare è, dunque, a dir poco sconfortante. Lungi da me l’intento di negarlo o di attenuarne i termini (che, del resto, sto denunciando da anni). Ma da qui ad attribuire ad elezioni anticipate immediate un effetto catartico o salvifico ce ne corre. Il ricorso al voto alla prima scadenza possibile, chiesto a gran voce da Salvini con la sponda irresponsabile di Zingaretti, non renderebbe, infatti, il quadro meno sconfortante, ma cristallizzerebbe le posizioni e darebbe alla crisi un’uscita illiberale, autoritaria e razzista, con una vittoria della Lega di cui è incerto solo il quantum. Due danni in uno, dunque. Eppure – sostengono i fautori del voto anticipato immediato – non ci sono alternative, mancando, da un lato, i numeri per una coalizione delle forze di destra ed essendo impraticabile una collaborazione tra M5S e Pd, esclusa dalla rotta di collisione in atto. Vero, anche se, negli ultimi giorni, non sono mancate convergenze apparentemente innaturali (dal voto comune di M5S, Pd e Forza Italia per l’elezione del presidente della Commissione europea al soccorso del Pd alla crociata della Lega in favore del TAV, che ha avuto l’evidente effetto di rafforzare Salvini rispetto a Di Maio). Vero, comunque. Non ci sono oggi le condizioni per maggioranze parlamentari organiche e stabili e vanno evitate ammucchiate incomprensibili e litigiose che regalerebbero solo ulteriori voti a Salvini. Ma la democrazia parlamentare è l’opposto di un sistema statico, di una camera di registrazione di forze e rapporti immutabili ed ha in sé molte risorse. Basta guardare alla nostra storia (non certo peggiore dell’attualità): il centro sinistra e i governi di unità nazionale – per limitarsi ai casi più clamorosi – sono nati attraverso passaggi progressivi, intervenuti dopo campagne elettorali di forte contrapposizione. Sta in ciò il proprium del parlamentarismo e del proporzionalismo (anche mitigato), che non hanno nulla a che fare con trasformismi opportunistici (emersi prepotentemente nel Paese nella fase dell’ubriacatura maggioritaria) e che solo una profonda incultura storica e politica può bollare con il termine “inciucio”.

6.

È tempo di tirare le somme. Oggi – come si è detto – non sono possibili nuove maggioranze e governi di legislatura. Ma non è cosa nuova. Al di là del fumo negli occhi gettato dai protagonisti, nessun osservatore serio aveva accreditato il “contratto” tra M5S e Lega come fonte di un’alleanza stabile destinata a durare cinque anni: eppure quel Governo si è fatto e tra i suoi alfieri ci sono proprio quelli che oggi gridano alla necessità di tornare alle urne. Quel che oggi è possibile (forse) è una soluzione ponte, che traghetti verso una nuova legge elettorale (realisticamente proporzionale), sperimenti – anche attraverso aggiustamenti di linea politica, rotture e ricomposizioni – nuovi equilibri su temi specifici e argini, nel contempo, la deriva autoritaria e razzista in atto. Forse, ho detto. Ché il passaggio è stretto e legato all’intelligenza e alla lungimiranza delle forze politiche (su cui è difficile scommettere) e alla capacità del capo dello Stato di gestire la crisi senza nervosismi e cedimenti. Staremo a vedere, non senza prendere atto che, stando ai primi rumors, anche in vista di una campagna elettorale non immediata, tra i candidati premier del M5S e del Pd che stanno scaldando i motori ci sono Giuseppe Conte (il più democristiano tra i politici sulla piazza) e Giuseppe Sala (il più pragmatico dei progressisti). Non so se sia una buona cosa, ma è un fatto.  

7.

Ma che ha a che fare con queste possibili manovre la sinistra (una sinistra totalmente assente dai giochi parlamentari, non potendo certo dirsi tale l’esigua pattuglia di LEU, divisa al suo interno e in grado di rappresentare a malapena se stessa)? Poco o nulla nell’immediato, ma qualcosa in prospettiva, se contribuirà ad evitare la svolta autoritaria che si prefigura, saprà prestare attenzione al rimescolamento di una situazione politica oggi bloccata e utilizzerà l’occasione per riprendere un ruolo di orientamento culturale e per realizzare nuove aggregazioni sul territorio.

About Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, Forti con i deboli (Rizzoli, 2012), Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012) e Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli (Edizioni Gruppo Abele2015)

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