L’ultimo treno di Matteo Salvini

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«Dagli amici mi guardi Iddio». Potranno ben dirlo i valorosi difensori della Val di Susa che da trent’anni tengono con dignità la posizione, di questi amici d’occasione pentastellati che giunti al dunque, dopo aver perduto tutto anche l’onore, hanno gettato quella nobile causa sul palcoscenico truccato della Bisanzio senatoriale. Una questione grave, tremendamente seria, tecnicamente complessa, su cui grava una pesante ignoranza dei dati reali e un carico di interessi gigantesco, liquidata, in una mattinata di fine stagione – i senatori con i trolley già pronti e sotto pelle il timore di perdere il posto a ferie consumate – in un passaggio parlamentare surreale e grottesco, praticamente senza discussione e con un esito scontato in partenza. D’ora in poi anche il più sprovveduto dei SI TAV potrà proclamare che l’organo sovrano si è pronunciato, e «L’Opera s’ha da fare. Punto!». Anzi: «Opera irreversibile», come hanno già ricodificato il concetto.
È stato questo il prezzo pagato da chi davvero ci ha creduto alla battaglia contro un’opera inutile, dannosa e dispendiosa, al bisogno disperato di un movimento politico allo sbando di tentare di salvare una faccia perduta da tempo. E sopravvivere qualche mese al divoramento da parte del suo partner di governo. Rivela quale potere dissolvente e destrutturante abbia la “politica” – quando declinata nella forma vuota e insieme arrogante del populismo: quello, ricordate, che dichiarava di voler rappresentare il basso contro l’alto – nei confronti delle espressioni più autentiche di ciò che davvero proviene “dal basso”. Mostra, plasticamente, la fine dell’equivoco che voleva l’insorgenza populista davvero trasversale tra destra e sinistra, anzi potenzialmente veicolo di antiche istanze ribelli, e l’approdo di quell’onda lunga su posizioni esplicitamente di destra, anzi di destra estrema, innervate nel precedente sistema di potere e colluse con i suoi peggiori gruppi d’interesse, qual è appunto la Lega salviniana.

Questo ci dice la mattina politica, pur nella sua furia del dileguare: che il grillo parlante di ieri si è rivelato un grillo impotente. Un trojan, che ha veicolato l’uomo nero, il quale poi da avatar si è fatto padrone. Ma c’è anche un’altra “rivelazione”, filtrante tra le maglie strette della giornata a Palazzo Madama. Ed è quella di una maggioranza trasversale e occulta, omogenea al di là dei giochi delle parti, famelica nel servizio a interessi altrettanto trasversali e insaziabili, portatrice di una visione del mondo tutto sommato condivisa – tanto condivisa quanto distruttiva –, che risponde al comune dogma dell’enrichissez vous e all’ecumenico appello del partito degli affari, sorda a ogni richiamo alla sobrietà, alla cultura del limite, al rispetto della gente e dell’ambiente. Va dai neofascisti di Fratelli d’Italia ai post-tutto del PD, passando per i sovranisti della Lega e i neoliberisti a oltranza di Forza Italia. Hanno votato tutti insieme, prima contro la mozione 5Stelle ostile al TAV, poi a favore delle reciproche mozioni ad esso favorevoli, in una commistione di amorosi sensi che lascia senza parole. La Lega ha votato quella del PD (“concordata fin nelle virgole” con gli uomini di Salvini, come scrive Marcello Sorgi), il Pd quella della Meloni, Forza Italia tutte e due. Uniti in un abbraccio mortale per le finanze e la sostenibilità ambientale del Paese, ma vitale per i rispettivi azionisti di maggioranza.
Poi, liquidata la pratica TAV come il macellaio smaltisce l’ossame residuo, è incominciato il ballo vero: quello che ha come posta il Governo e la sua tenuta. Quello che si gioca fuori dalle sedi istituzionali e che vede un unico dominus, l’uomo a cui tutti gli altri hanno regalato scena e ruolo di primattore. Matteo Salvini (ancora lui!), in fondo l’utilizzatore finale della sceneggiata, a cui il combinato disposto dell’insipienza cinquestelle, del gioco al massacro renziano dentro il PD e dello stato comatoso di Forza Italia, permette di tenere il governo – e col governo il Paese – appeso al proprio dito. E allora la mattina scipita del Senato una verità, profonda, ce la consegna, ed è che la fortuna di Salvini, la sua irresistibile ascesa, quel suo gonfiarsi senza limite nonostante l’orrore che emana dai suoi gesti e dalle sue parole, è dovuta a un semplice fattore di fisica politica: al fatto che intorno a lui non c’è nessun materiale resistente. Che il suo dilatarsi avviene in un vuoto che fa paura.

È una paura – diciamocelo pure forte – più che giustificata, soprattutto se si dà retta ai sondaggi che descrivono una parabola perennemente ascendente nel consenso per il “Capitano”, secondo un trend impermeabile e indifferente a tutto, rubligate e Siri, 49 milioni in fuga e acquascooter abusivo. E se si pensa alle scadenze che ci aspettano dopo la pausa estiva, a breve e a medio termine, a cominciare dalla elezione del Capo dello Stato all’inizio del 2022, cioè tra poco più di due anni, con l’incubo che a incoronarlo possa essere una maggioranza Salvini-Meloni quale uscirebbe appunto dalle urne se si votasse ora… Una paura, aggiungiamo, che si è fatta palpabile, liquida e nera, nella sera stessa di mercoledì, quando la Val di Susa col suo devastante TAV è evaporata fuori dagli schermi televisivi e si è materializzata invece la piazza di Sabaudia, con tutti col fiato sospeso ad aspettare in diretta da parte della voce ieratica del Capo la temuta notizia dell’apertura di una crisi di governo balneare con eventuale scioglimento delle Camere ferragostano… E ognuno a decifrare i toni, a scandagliare le parole, le voci verbali (parla del Governo al presente o al passato prossimo, o magari a quello remoto?), le pause e i sospiri, per scoprire alla fine che il Vate non aveva detto pressoché nulla, e che smontato il Circo tutto ritornava nelle trattative dietro le quinte, tra un corridoio e l’altro del Palazzo, alla faccia delle retoriche populiste su “i padroni del Governo siete voi” urlato alla piazza.
La crisi strisciante del governo del cambiamento si dipanerà dunque entro uno scenario formalizzato da Prima Repubblica, nei meandri del Palazzo, anziché in quello cafonal-populista del Papeete, con un Salvini in camicia bianca anziché seminudo e corazzieri alle porte anziché cubiste sculettanti. E Lui, certo, sempre ancora al centro, dominus incontrastato per evanescenza o complicità di tutti gli altri, ma – come dire? –, meno sicuro di sé (e degli altri) di quanto invece poteva apparire prima dell’ultima accelerazione, meno catafratto in napoleoniche certezze, più vassallatico che imperial-regio, paradossalmente incerto, forse persino spaventato. Certo non deve essere stata facile la scelta di questa finestra estiva per precipitare la crisi e andare a nuove elezioni, e la faccia non proprio distesa, i toni sopra le righe, il pianto a fine comizio lo testimoniano. Scelta sofferta e arrischiata per varie ragioni. Intanto perché c’è ancora in ballo l’ultimo passaggio della legge di revisione costituzionale sulla riduzione del numero di parlamentari (da 945 a 600), cui manca solo il passaggio in seconda lettura alla Camera e che interessa molto alla Lega per il potenziamento dell’effetto maggioritario che comporta. E il Rosatellum ter, che comporterà un ridisegno dei collegi elettorali.  E – ancor più pesante. anche se tuttora data come altamente improbabile – rimane l’incognita Mattarella, con la possibilità di un governo tecnico di tutti contro la Lega prima che si aprano le urne. Ma soprattutto Salvini sa bene che per breve che sia, una campagna elettorale è comunque un percorso di guerra durante il quale può succedere di tutto, compreso un “incidente” giudiziario, e sono in molti a credere che qualche carta coperta (per usare l’espressione di Paolo Mieli, uno che di potere, di Palazzi e di complotti ne sa molto) nel gioco d’azzardo di questo governo morto che non riesce a morire potrebbe essere messa sul tavolo a far scopa di re… Il che se da una parte conferma che Salvini si muove da unico attore protagonista nel vuoto di avversari che ha intorno, tuttavia non è senza nemici, dal momento che il suo principale nemico è lui stesso: la sua bulimia, la sua spregiudicatezza, la sua ansia di visibilità personale a scapito delle relazioni cooperative, le sue liaisons dangereuses, le sue parole date a troppi e con troppo pochi mantenute.


Non è una conclusione particolarmente rassicurante, perché se anche il Capitano dovesse cadere lungo il percorso, il vuoto che ha intorno non si riempirebbe d’incanto, anzi probabilmente diverrebbe ancor più rarefatto e caotico. E soprattutto perché in autunno arriva al pettine un carico di nodi impressionante, a cominciare da una manovra finanziaria cucita addosso a un Paese virtualmente fallito, che nell’isolamento rispetto all’Europa e nel pieno di una crisi di governo rischia concretamente il default. È questa ombra lunga il vero ostacolo nella lunga marcia di Matteo Salvini contro le istituzioni: la possibilità di un’impennata dello spread paragonabile a quella del 2011 che, come allora, potrebbe innescare un passaggio di consegne dal “governo del popolo” a un “governo di tecnici” dagli esiti comunque imprevedibili.

Ci sono, mi pare, tutti i motivi per una mobilitazione d’eccezione (se si vuole evitare uno stato d’eccezione in stile weimariano) che:

Invochi ad alta voce un’uscita del Presidente della Repubblica Mattarella dall’attuale stato di sedazione chimica e una sua netta presa di posizione contro le violazioni della Carta costituzionale (vedi Decreto sicurezza bis) e gli abusi di potere di un ministro bulimico (l’art. 54 della Costituzione che impone di ricoprire le cariche pubbliche con “disciplina e onore” a mio sapere non è stato ancora abrogato).

– Denunci la pesante responsabilità del renzismo per la involuzione del nostro quadro democratico (la famigerata politica dei pop corn ha condotto allo strapotere leghista) e per l’attuale inagibilità del PD per politiche di difesa dell’ordine costituzionale.

– Faccia chiarezza sulla degenerazione subita dal Movimento 5 Stelle dal momento della sua assunzione di responsabilità di governo a oggi, che ne ha fatto una forza drammaticamente subalterna alla peggiore destra.

– Promuova la convergenza più ampia possibile di risorse culturali così da mettere in campo una presenza coordinata sul terreno della comunicazione a contrasto del suo attuale degrado e imbarbarimento.

L’elenco potrebbe allungarsi. Si invitano i frequentatori di VOLERELALUNA a integrarlo liberamente.

La prima parte di questo articolo è comparsa su “il manifesto” dell’8 agosto col titolo L’utilizzatore finale.

About Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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