Italia sospesa (sull’orlo dell’abisso)

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Un governo morto che non muore. Un’opposizione che si vorrebbe viva e rigenerata, che non riesce a opporsi a nulla. Un popolo che non è popolo ma coacervo di individui rancorosi e competitivi, che tuttavia ha prodotto uno dei peggiori populismi in circolazione oggi. E al fondo, paradosso baricentrico che spiega tutti gli altri, un Paese fallito che non fallisce. È probabilmente il non detto di questa verità prima, mai dichiarata e però terribilmente incombente, ciò che rende così irreale la crisi italiana, come fluttuante nell’aria in un eterno tempo sospeso. Il fattore che le fa sfidare, ogni giorno, le leggi della fisica politica.
Prendiamo il caso di Matteo Salvini, della sua Nuova lega national size, e dello scandalo russo: una qualche emorragia dovrebbe pur provocarla in un organismo normale, invece no, i sondaggi la danno in crescita. Come il rospo con la sigaretta il suo corpo informe continua a dilatarsi, fino si sa a scoppiare alla fine, ma solo alla fine. Per intanto il consenso cresce alimentato dalla somministrazione a un elettorato in debito di pane di dosi massicce di circenses cruenti, esibizione di ferocia verso gli ultimi (si pensi a Primavalle) e linguaggio da postribolo verso chi pratica il bene (si pensi agli oltraggi contro Carola Rackete).
Oppure prendiamo, al polo opposto, Nicola Zingaretti. L’ho visto l’altra sera a In Onda, e non credevo ai miei occhi mentre con un sorriso smagliante stampato in faccia invocava per subito, senza se e senza ma, le elezioni anticipate, la prova del voto per vincere, e instaurare finalmente il bipartitismo in questo Paese dal destino luminoso. Mi sono chiesto quale sostanza avesse assunto, per immaginarsi uno scenario del genere quando tutti sanno che se davvero si votasse ora stravincerebbe l’asse Meloni-Salvini, con una maggioranza che permetterebbe loro di eleggere il futuro Presidente della Repubblica oltre a cambiare la Costituzione.
Poi però mi sono reso conto che la preoccupazione del neosegretario del PD quella sera non era di rassicurare la maggioranza del Paese, ma di terrorizzare la sua minoranza interna: quei renziani che occupano i gruppi parlamentari e che temono il voto come la peste. Così come la preoccupazione maggiore di Di Maio non è quella di realizzare i principii del suo “movimento” ma di controllare e possibilmente spaventare il suo partner di governo Salvini. E la preoccupazione di Salvini è di lasciare il cerino in mano a Di Maio. Persino per Ferrero e Fratoianni funziona la stessa logica, ognuno impegnato a presidiare la propria quota dello striminzito 1,5% raccattato nelle urne…
La verità è che in questa torrida estate del 2019 ogni capo-partito o capo-corrente guarda la punta delle proprie scarpe per misurare la distanza necessaria per sgambettare il vicino. Nessuno ha il coraggio di alzare lo sguardo su un Paese che affonda, con un immenso ceto medio (non ci sono più in Italia veri Grandi Borghesi così come sono scomparsi dalla vista gli Operai) in decomposizione, spaventato dal declino e reso isterico dalla paura del futuro e con un sottoproletariato straripante man mano che la “grande trasformazione” fa il suo giro. Una società senza più classi e con mille ceti, in gran parte improduttivi, in larga misura ignoranti, gelosi dei residui privilegi e rancorosi per quelli perduti.
Vengono in mente le pagine che un grande testimone del suo tempo, Ernst Bloch, scrisse nella prima metà degli anni ’30, a proposito della Germania: «L’epoca è in putrefazione, e al tempo stesso ha le doglie», diceva per rappresentare il carattere appunto «sospeso», nel vuoto tra il non più e il non ancora, della vita politica e sociale di allora, che era non dimentichiamolo quella dell’avvento di Hitler al potere. E poi, nel capitolo intitolato Polvere, parlava di «quelli che non ce la fanno»: dell’«uomo pieno di amarezza [che] resta indietro, sanguinante e oscuro». Vittima e insieme carnefice, di sé e degli altri: «Dànno dei colpi attorno a sé, soprattutto verso il basso, dove rischiano di sprofondare». Gli sembravano «vitelli che scelgono da sé il proprio macellaio, se l’odore di molti di essi non fosse appunto quello dei macellai…».
Parlava anche del linguaggio, Ernst Bloch, in quel libro attualissimo (non per nulla si intitola Eredità del nostro tempo): del linguaggio «illusorio» dei nazisti, falso e tuttavia efficacissimo nel creare l’«illusione» che veniva a sostituire l’«utopia» caduta. E del linguaggio sincero e tuttavia freddissimo dei loro avversari, incapaci di ridare all’Utopia forza trasformativa, con le loro formule statistiche, numeri e tabelle, che come le analisi chimiche sulle etichette delle bottiglie di acqua minerale non sapevano restituire più «il sapore dell’acqua bevuta» («den Geschmack des getrunkenen Wassers»). I nazisti vinsero, allora, la battaglia della propaganda, perché seppero creare un’immensa illusione – una forma di “inebriamento” collettivo –, usando tuttavia il linguaggio caldo della vita: parlando di persone e soprattutto contro persone, anziché di cose; e collocandole in uno scenario wagneriano di cartapesta, tanto inautentico quanto ipnotico.
Oggi la partita che si gioca non è diversa. Solo un bagno di realtà potrebbe disinnescare l’illusionismo ipnotico della demagogia populista. Solo chi fosse capace di usare un linguaggio di verità – ne avesse l’autorevolezza, la conoscenza, la moralità e l’innocenza – guardando in faccia e rivelando la dimensione effettiva del disastro che si ha davanti (e “di sotto”), senza filtri ipnotici o infingimenti retorici, potrebbe neutralizzare la rozza potenza del Capitano di breve corso e dei suoi seguaci. Così come, paradossalmente, solo un ritorno dell’Utopia – una scintilla di speranza nella possibilità che il dispotismo del presente possa essere trasceso, in modo da riaprire il tempo – potrebbe restituire a quegli uomini «sanguinanti e oscuri» che oggi si affidano ai profeti del nulla un tratto di umanità. Perché è nel tempo chiuso in uno stato di cose presente considerato non trascendibile che si generano i mostri.

Pubblicato in versione leggermente più breve col titolo La crisi irreale nel Paese che affonda in “Il Manifesto” del 21 luglio 2019.

About Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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8 Comments on “Italia sospesa (sull’orlo dell’abisso)”

  1. Credo che questo articolo andava bene qualche anno fa…è pieno di inesattezze e lacune già dal titolo catastrofico proprio ora che si sta vedendo uno spiraglio di luce…

    1. Beato Lei che vede spiragli. E non scorge abissi. Più che il titolo, catastrofica mi sembra la situazione, con un ministro dell’interno che usa un linguaggio da caserma e devasta il concetto stesso di diritti umani, e un’economia boccheggiante sotto il pelo dell’acqua. Comunque, riparliamone in autunno quando con la legge di bilancio qualche nodo verrà al pettine. Arrivederci.

  2. strappi da revelli

    19-07-26 venerdì 19:14ca

    Un governo che non muore
    un essere che non ha
    consistenza
    un’opposizione
    priva di sostanza
    un popolo che non è popolo
    ma esseri rancorosi
    un Paese che non fallisce
    il consenso concesso
    somministrazione volontaria
    di ferocia verso gli ultimi
    non per rassicurare
    non per realizzare principii
    un immenso ceto medio
    scomparsi gli Operai
    paura del futuro
    sottoproletariato straripante
    ceti ignoranti
    gelosi dei residui privilegi
    rancorosi per quelli perduti
    «quelli che non ce la fanno»
    l’«uomo pieno di amarezza
    [che] resta indietro,
    sanguinante e oscuro»
    vittima e insieme carnefice,
    di sé e degli altri
    «Dànno dei colpi attorno a sé,
    soprattutto verso il basso,
    dove rischiano di sprofondare»
    creare l’«illusione»
    sostituire l’«utopia»

  3. commento lucido e profondo che mi fa venire il freddo nella schiena. Una critica della realtà appassionata che paradossalmente mi dona speranza…

  4. Con l’ossessione del nemico non si va molto lontano, anche perche’ il nemico fa il suo lavoro e muta.
    Revelli, e’ un dato di fatto che lei non prende voti, al di la’ del consenso verso i concetti che esprime. Il consenso politico deve passare per la rappresentanza. A cosa serve aver ragione se la ragione non ha una traduzione nella realta’ politica concreta? Come lei ha potuto appurare in questi anni di impegno personale, non si puo’ creare la rappresentanza politica a partire dai vecchi compagni di scuola e solo sulla base delle appartenenze supposte e passate. Evidentemente e’ il consenso su proposte concrete che fa la differenza e non le appartenenze astratte. Quindi il metodo applicato era sbagliato.
    Voglio dire che una forza politica genera consenso se si presenta con un progetto basato su proposte che le persone vedono come utili (non necessariamente nell’immediato). La concretezza distingue il politico dal pre-politico, secondo me. Oggi, non si e’ riconosciuti se non si dimostra di avere idee per intervenire sulla struttura economico-sociale, e non con lo scopo di andare al governo, ma per acquisire consenso e partecipare alla discussione politica con strumenti reali e influenzarla. Senza organizzazioni e un proprio programma concreto, lei e la sx fate testimonianza.
    A cosa serve Volerelaluna (in termini politici) se poi le idee che in essa si sviluppano non si trasferiscono e si sviluppano in organizzazioni e rappresentanze in grado di tradurre le idee in fatti?

    1. Caro Giorgio, non le è mai sotto il dubbio che il consenso sui concetti, anche senza una massa di voti possa avere una qualche importanza? Mentre i voti senza concetti su cui raccoglierli non valgano granché? Fossi in lei non avrei tutto questo disprezzo verso la fatica di pensare, anche se questa non viene premiata dal successo elettorale.

      1. Revelli, non provo alcun disprezzo per il pensare e la fatica di pensare. Piuttosto, osservo che manca il pensare in funzione dell’agire, o meglio di un agire utile alla realizzazioni di fini, che in politica e’ essenziale. D’altra parte anche lei lo pensa, penso, visto che ha partecipato a tentativi di costituire organizzazioni politiche al fine di acquisire consenso. Cio’ che voglio sottolineare e’ che se si pensa che l’attuale offerta politica sia sufficiente allora ci si puo’ disinteressare della responsabilita’ delle proprie azioni, visto che esiste gia’ chi puo’ raccogliere il consenso. Se invece si pensa che manchi uno spazio politico e sia necessario crearlo, le ho descritto sommariamente perche’ si e’ arrivati al fallimento dei tentativi fatti e qual’e’ il metodo da applicare, a mio modo di vedere.

  5. 19-08-11 domenica 9:40ca

    il consenso e la rappresentanza
    ottenuta la quale si intrecciano gli interessi
    progetto su proposte utili
    ai rappresentati o ad altri
    due interlocutori da convincere
    per i voti e per le borse
    che non spesso coincidono
    è il solito discorso del bilancino
    picchia la botte per avere il cerchio
    idee sulla struttura ognuno le proprie
    ma alla fine non sono queste a premiare
    partecipare ed influenzare
    due aspetti diversi
    ci posso essere ma non convincere
    organizzarsi concretamente
    se fosse sufficiente
    avremmo gli stessi partiti da sempre
    pensare per agire non è invertibile
    avere dei fini non sempre porta alla realizzazione
    lo spazio politico quello delle realizzazioni
    quello dei confronti di idee
    quello che non dice cosa succede realmente
    quello che promette e illude
    quello in cui c’è spazio ai contrari
    quale è il destino dei tanti
    se non sono un politico da poltrona?

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