Il “crimine sacro” di Carola

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“Crimine sacro” (ὅσια πανουργήσασ’), definisce Sofocle la trasgressione di Antigone all’editto di Creonte. “Sacro” nel duplice senso che il termine assume presso gli antichi: in quanto riferito a un principio (“divino”) superiore alla legge umana e al potere che la emana. E insieme come “cosa intoccabile”, interdetta, su cui lo stigma degli uomini suonerebbe blasfemo e la cui punizione implicherebbe la rovina di chi la impone.
Allo stesso modo (si veda in questo stesso sito Il coraggio di Carola) potremmo definire il gesto, coraggioso e generoso, di Carola Rackete (fatte le pur debite differenze sulle dimensioni della pena rischiata: la morte nell’un caso, il carcere e il linciaggio morale nell’altro). Il suo è stato davvero un “crimine sacro”, come appunto la sepoltura di un fratello, o il salvataggio di un proprio simile, compiuti pur in presenza di un pubblico divieto. Con una variante, che ce la dice lunga sulla bassezza dei tempi: che quantomeno ad Antigone fu riservato un Coro Greco di alto profilo, composto da vecchioni oscillanti, certo, tra Ordine e Coscienza, e anche un po’ paraculi verso il potere del Capo, ma che seppero comunque tessere un elogio sublime della grandezza dell’Uomo (e in questo caso della donna) disposto/a compiere atti stupefacenti quali “spingersi al di là del canuto mare”, e a qualificare la pia condannata “δεινή” cioè ”formidabile”. Mentre alla Capitana Carola, non meno “formidabile” di quella nello sfidare l’empio editto, è toccato il coro da lupanare dei seguaci del Creonte in sedicesimo nostrano a rigurgitare irripetibili volgarità (“zingara”, “tossica”, “cornuta, “Ciao crucca, spero che ti violentano ‘sti negri! A quattro a quattro te lo devono infilare”).
Non sarebbe male se prima di mettere sullo stesso piano la masnada di avvinazzati che insultavano e l’eletta schiera di quanti applaudivano la Capitana sul molo di Lampedusa, collocandoli entrambi nelle simmetriche “fazioni di esagitati”, come ha fatto sul suo giornale, uno come Marco Travaglio ricuperasse qualcosa di quella cultura classica che non gli dovrebbe esser mancata in gioventù: si eviterebbe per il futuro la pessima figura del Ponzio Pilato che ha fatto non cogliendo il dislivello abissale etico, estetico e, perché no, politico, che divide il campo di quanti salvano (e rischiano nel farlo) da quello di chi li vorrebbe vedere affondati con le loro sudate navi. Due mondi, due antropologie, abissalmente diversi per valori (e disvalori), stile di comportamento, struttura del linguaggio e repertorio lessicale.
Travaglio d’altra parte ha definito “criminale” la manovra di attracco, esattamente come i suoi concorrenti del “Giornale” che hanno titolato “Buonismo criminale – Arrestata la capitana”, enfatizzando a dismisura il rischio e le possibili conseguenze (“per poco non c’è scappato il morto” si spinge a diagnosticare il Fatto) e soprattutto dimenticando, entrambi, il riferimento alla sacralità del gesto (al fine umanissimo cui era diretto), considerato anzi atto ostile, provocatorio, propagandistico, contrario agli interessi nazionali, qualcuno persino “venale”, come se non di vite umane e di persone si trattasse, ma di un carico di rifiuti tossici, o di cavalli di Troia. Né sono mancati, anche in campi inaspettati, persino a sostegno del principio democratico, i fautori di Creonte, dell’intangibilità della “legge della città”, in nome di un formalismo giuridico indisponibile a fermarsi di fronte a nulla, fosse anche una sofferenza estrema, quasi che quello di Sofocle fosse, nella sua sostanza, un testo bi-partisan. Un sia pur antico e originario talk show dove le tesi contrapposte dell’eroina romantica e irresponsabile e quelle del politico weberianamente orientato all’etica della responsabilità si confrontano e si affrontano alla pari, lasciando alla fine l’onore dell’ultima parola all’uomo di mondo di turno: il custode dell’ordine – formale e patriarcale – della Polis contro quello femmineo e particolare dell’oikos. Magari un po’ tirannico, un po’ salviniano, ma dedito all’etica dei risultati più che a quella dei principii.
Ebbene, non è così. Da che parte stia Sofocle è ben evidente, dall’intero sviluppo della vicenda. L’Antigone è una tragedia, non un testo di diritto pubblico. Ed è in primo luogo la tragedia di Creonte. Dell’arroganza punita, dell’inflessibilità ottusa. Della hybris sanzionata dagli dei con la rovina e il lutto. La scena si chiude con Tebe devastata dalla peste per effetto della sacrilega profanazione del cadavere di Polinice e con il tiranno solo, dopo aver tentato invano di rimediare al male commesso annullando i propri empi comandi, morto suicida il figlio Emone con la stessa spada con cui aveva tentato di uccidere il padre, morta suicida la moglie Euridice dopo averlo maledetto… Ed il coro, finalmente libero di parlar franco, che accompagna il pubblico all’uscita ammaestrando: “Né mai sacrilegio contro i Numi ti macchi… I gran vanti dei superbi, da duri castighi colpiti, ammaestrano troppo tardi…”. L’ingiustizia ostentata, sia pur anche in forma di legge, alla fine conduce alla rovina uomini e Stati. Una Legge umana troppo contraria al principio di Giustizia devasta la Polis. Alla fine il Capitano apparentemente più sicuro di sé e più forte, crolla sotto l’azione determinata e giusta dell’apparentemente fragile figura che segue la propria (solo apparentemente privata) etica della convinzione. E’, in qualche modo, tragico ma attuale, Antigone che vince, perché, come ha scritto Giovanni Greco (nell’Introduzione all’edizione del 2015) Antigone porta a compimento la propria vocazione solo nel “mondo capovolto dell’Ade”, cioè nel regno delle ombre. Ma “il mondo che sopravvive, quello di Creonte, è il mondo di una truce normalità riconquistata, di una cupa pace che si fa grazie al capro espiatorio, il mondo del potere che si nutre del sangue dei giovani, delle donne, dei deboli, talora ipocritamente impotente”. Ed è per merito di questo messaggio se fin dal 441 a.c., quando la tragedia fu rappresentata per la prima volta, essa ha riscosso lo strepitoso successo che ha avuto (il quale fruttò l’anno successivo all’autore la “strategia”, cioè la più alta carica politica ateniese, condivisa con Pericle), e se tanto pensiero etico-politico ha generato.

Ma è poi così vero che Carola Rackete ha violato le “leggi della città”? Cioè che il suo è stato davvero un “crimine” sia pur “sacro”? Sono vere tutte le baggianate che sono state sparse a piene mani nei talk show e su giornali e giornalini: che se ne poteva, anzi doveva, andare a Tunisi, o a Malta, in Grecia, Francia, Olanda, chissà, forse persino Siberia o al diavolo (cioè in Libia)? E che per nessuna ragione avrebbe potuto “legalmente” varcare il limite delle acque territoriali italiani, né men che ameno avvicinarsi al porto di Lampedusa, figurarsi attraccare!!! Che tutto ciò la metteva nella condizione di fuorilegge, penalmente e civilmente responsabile, esposta a tutte le conseguenze del caso, multa salata, sequestro del natante, arresto di Comandante ed equipaggio… Livio Pepino, su questo stesso Sito, ha già chiarito benissimo le ragioni costituzionali e in senso stretto giuridiche che danno ragione alla Capitana coraggiosa e alle sue scelte. Ma se qualcuno pensa che noi si sia troppo di parte, si legga il “Sole 24 Ore”, non certo sospettabile di sinistrismo, buonismo, comunismo, ecc. ecc.
Si veda in particolare l’articolo dal titolo inequivocabile: Sea Watch, perché la nave di Carola doveva attraccare a Lampedusa. Vi è spiegato a chiare lettere, in punto di diritto, che “la Comandante Rackete aveva ottime ragioni per dirigersi in Italia” e che “ha fatto bene ad attraccare a Lampedusa” (Fabio Sabatini, università La Sapienza). La richiesta avanzata dalle autorità italiane alla Sea Watch di portare i naufraghi in Libia era infatti improponibile in forza “delle leggi internazionali che regolano il soccorso in mare” e in particolare della “Convenzione di Amburgo” del 1979, cui l’Italia ha aderito e che “prevede l’obbligo di prestare soccorso ai naufraghi e di farli sbarcare nel primo ‘porto sicuro’ sia per prossimità geografica al luogo del salvataggio sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani”: la Libia non rispetta neppure lontanamente questo fondamentale requisito in quanto, come dichiarato testualmente dall’Onu, «i naufraghi riportati in Libia sono sistematicamente ricondotti nei campi di concentramento, dove ricomincia l’inferno di schiavitù, torture e stupri, fino alla fuga successiva. Riportare un naufrago in Libia spesso significa condannarlo a morte». Neppure la Tunisia può essere considerata destinazione d’attracco alternativa a quella italiana non essendo “attrezzata per garantire i bisogni dei migranti” e mancando di “una legislazione completa sulla protezione internazionale, che sarebbe invece essenziale per garantire il rispetto dei diritti umani dei migranti” (sono dimostrati casi anche recenti di vessazioni costrizioni e minacce per dissuadere i migranti a presentare domanda di asilo internazionale e per costringerli a lasciare il Paese). “Se la Sea Watch avesse deciso di andare in un altro porto – conclude l’articolo, citando ancora il prof. Sabatini – avrebbe violato le leggi internazionali sulla navigazione e il soccorso -. Avvicinarsi a Lampedusa pur senza autorizzazione formale, invece, non implicava la violazione di alcuna legge […] era la scelta più ovvia e con meno conseguenze legali e penali”, tenendo conto che – come affermato dall’Onu nella lettera inviata all’Italia sul decreto sicurezza bis – “il diritto alla vita e il principio di non respingimento prevalgono sulla legislazione nazionale o su altre misure presumibilmente adottate in nome della sicurezza nazionale”.
Accanto alle parole del giurista anche quelle dell’”uomo di mare”, e di quale “uomo di mare”: l’ex Comandante della Guardia Costiera Gregorio De Falco – quello del “ritorni immediatamente a bordo, cazzo!” – che di codice della navigazione, emergenze in mare e salvataggi se ne intende eccome! E che ha espresso la propria piena approvazione del comportamento della Capitana della Sea Watch, con queste testuali parole: “Il comportamento di Carola Rackete, che approvo, è stato quello di una persona che ha piena consapevolezza del gravoso onere che incombe sul comandante di una nave soccorritrice di completare l’operazione di soccorso attraverso lo sbarco delle persone. Non è liberato dai propri obblighi finché non porta a terra le persone, lo dicono le convenzioni internazionali che sono imperativi giuridici ed entrano nell’ordinamento a un livello superiore rispetto alle leggi ordinarie”. De Falco ha anche aggiunto che, trattandosi di un’emergenza, ampiamente e chiaramente dichiarata, compito delle motovedette presenti in zona avrebbe dovuto essere quello di scortare in porto la nave in questione anziché ostacolarne la manovra, esattamente come capita nel caso di un’ambulanza che si dirige verso il più vicino ospedale o di un mezzo privato con feriti a bordo e il fazzoletto al finestrino. E a questo proposito, aggiungiamo noi, sarebbe interessante sapere chi ha impartito lo sciagurato ordine alla Guardia di finanza di ostacolare l’attracco fino a interporsi fisicamente tra la nave e la banchina, mettendo a rischio l’incolumità del personale a bordo, in un perverso e ingiustificabile gioco a chi cede per primo. Quello – o quelli – sì che dovrebbero essere indagati e sanzionati…
La conclusione di tutto ciò è triste. E anche un po’ oscura. Sia il mito che la Storia ci dicono che l’Hybris dei governanti è pagata con i mali della città. Tanto più quando la “sfida agli dei” è accompagnata dal disprezzo per gli uomini. Questo è il senso del messaggio finale che il Coro dell’Antigone ci lascia. Finora i popoli che si sono macchiati di gravi misfatti contro l’umanità, che hanno perduto la propria pietas e la propria coscienza di appartenenza a un genere comune, sono stati puniti con la rovina (il Novecento ce ne offre esempi terribili). C’è, in qualche misura, per ordine naturale, una soglia nella caduta verso il basso, superata la quale – per una sorta di contrappasso – le società marciscono, e cadono. A quella soglia siamo vicini. Terribilmente vicini (Lampedusa e Bruxelles ai capi opposti della medesima catena, ce lo segnalano). E se avesse occhi per vedere, l’ignobile Capitano che lavora sul fronte del male, forse potrebbe già scorgere sul proprio capo svolazzare quelle Erinni che il mito greco ci ha consegnato come eterne vendicatrici.

L’illustrazione pubblicata nella homepage è di Paola Formica (www.facebook.com/paolita.ant)

About Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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