I treni da Reggio – Sveglia Italia!

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“Andavano col treno giù nel meridione/ per fare una grande manifestazione”. Incominciava così la ballata con cui Giovanna Marini raccontava i “Treni per Reggio Calabria” e la straordinaria mobilitazione per “unire nella lotta” il Nord e il Sud, il “ventidue d’ottobre del settantadue”. Sono passati 46 anni e sette mesi, e siamo di nuovo lì: ancora Reggio Calabria, ancora i lavoratori e il loro sindacato, ancora un’Italia che vorrebbero dividere e che bisogna unire. E ancora i nemici di allora: i fascisti del “boia chi molla” che tentarono con le bombe di fermare la marea operaia che scendeva lungo lo stivale e oggi rialzano la testa sotto l’ala protettrice di un ministro dell’interno amico; gli egoismi territoriali che pretendono di blindare gli spazi anziché aprirli; le logiche dei primati e delle esclusioni decise dall’alto in contrapposizione a quelle della solidarietà e della condivisione costruite dal basso. Questo è stata, appunto, la giornata del 22 di giugno del 2019: una risposta di massa a tutto questo. Un colpo battuto al di fuori di uno spazio politico che appare drammaticamente deserto di voci credibili, nell’unico brandello di spazio sociale ancora relativamente libero dall’ondata tossica di volgarità, asocialità, autoritarismo, che sommerge il resto del Paese: quella parte di mondo del lavoro che ancora crede nell’azione collettiva.
Avevamo chiesto con una lettera aperta a Maurizio Landini un segnale forte contro la “secessione dei ricchi” con tutto ciò che questa comporta (Tonino Perna ha spiegato con molta precisione, sulle pagine del “Manifesto”, lo spirito di quell’appello). E salutiamo oggi questa risposta concreta, collettiva, partecipata, che ripropone lo spirito dei tempi in cui appunto si era capaci di vincere. E in cui l’obbiettivo – per ambizioso che fosse, come l’unità dal basso dell’Italia del lavoro – era “praticato” nelle forme stesse dell’azione e della mobilitazione. Non è poco. Il Sindacato, col “gesto” di sabato (il primo di un’estate che si annuncia torrida), riempie un vuoto abissale lasciato dalla politica sul versante dell’opposizione, e si candida, di fatto, a un ruolo anomalo ma essenziale di resistenza contro le derive devastanti innescate dal governo: la disarticolazione territoriale, l’amplificazione delle diseguaglianze sociali riconfigurate in diseguaglianze territoriali, la liquidazione dei residui frammenti di welfare e di solidarietà sociale. Se il segnale di oggi dovesse replicarsi, e diventare discorso e linguaggio non occasionale, davvero potrebbero innescarsi i processi costituenti di quella “coalizione sociale” che Maurizio Landini aveva auspicato in passato e che era stata travolta dal trionfo effimero di un degradato politicismo a trazione renziana. I frammenti, numerosi, coraggiosi, ma separati e dispersi, di un’Italia che resiste potrebbero trovare la trama di un disegno comune e da resistenti che sono diventare anche resilienti, riprendere forma ed energia di protagonisti politici e sociali.

Detto questo, non possiamo però nasconderci le differenze, per molti aspetti abissali, tra ieri e oggi. Sarebbe insensato ignorare il peso di una sconfitta durissima, dei soggetti sociali di allora e della mutazione, a tratti genetica, delle organizzazioni che li rappresentano o dovrebbero rappresentarli. Se i luoghi (e spesso i treni) sono gli stessi, il materiale umano che ne è trasportato è cambiato. Se allora i vagoni “che sembravano balconi” addobbati com’erano di striscioni e di bandiere rosse portavano dal Nord verso il Sud una moltitudine di operai fieri del proprio ruolo, e – diciamolo – della loro missione storica, tanti di loro migranti verso il triangolo industriale dove erano stati ri-classificati come protagonisti ed ora in viaggio verso il loro Sud da riconquistare, i treni di oggi trasportano rivoli esangui di ciò che resta di una classe operaia scomposta, marginalizzata, spesso umiliata. Da regioni in cui il rosso delle bandiere di ieri è stato sostituito dal verde delle camicie di oggi. Le cronache operaie del nuovo millennio parlano di un’inedita subalternità a un interclassismo gregario, di un tentativo di risarcimento della perdita di reddito e di status attraverso retoriche neo-etniche, individuazione di capri espiatori, invenzioni di primati usurpati, diffusa soprattutto in quell’area geografica da cui un tempo aveva spirato il “vento del nord”. Dunque anche la direzione del viaggio è cambiata: non più i metalmeccanici della Falk e di Mirafiori, usciti ancora con le loro tute blu dalle catene di montaggio e diretti a “liberare” dal fascino nero di Ciccio Franco e di un notabilato criminale i loro compaesani rimasti inchiodati al fondo dello stivale a un’atavica arretratezza economica e sociale ma, al contrario, la moltitudine meridionale del lavoro precario e assente, il simbolo incarnato degli effetti di un paradigma mortifero come quello neoliberale imperante nelle terre del nord, chiamata a suonare la sveglia e chiedere una svolta drastica.
Né i Sindacati sono rimasti gli stessi, delegittimati da anni di compromessi al ribasso, appesantiti da un funzionariato pletorico e conservatore, spesso più preoccupato di preservare la propria burocratica funzione che non le ragioni dei propri rappresentati nonché segnato da decenni di colonizzazione partitica. A Reggio Calabria, nel ’72 – non dimentichiamolo – accanto a Bruno Trentin c’era Pierre Carniti col quale il confronto con Annamaria Furlan risulterebbe offensivo (si deve sapere, disse allora il segretario generale della Fim, che “non siamo nel ’22 e che la classe operaia, le masse popolari, le forze politiche democratiche hanno la forza ed i mezzi per difendere le istituzioni democratiche dall’attacco e dall’aggressione fascista… Oggi non sono calati a Reggio, amici e compagni di Reggio, i barbari del Nord, ma con gli impiegati e con gli operai del Nord sono tornati a Reggio i meridionali!”). E per la Uilm era presente lo stesso Giorgio Benvenuto che, con tutti i suoi limiti, appare comunque imparagonabile col povero Carmelo Barbagallo. Tra gli organizzatori, oltre ai metalmeccanici della neonata FLM, c’erano anche gli edili, guidati da una leggendaria figura come Feliciano Rossitto che nel 1947, alla guida della Federterra di Ragusa aveva diretto le epiche lotte bracciantili per l’imponibile di manodopera e la riqualificazione delle culture. Era – quello che decise una manifestazione che pur sollevava perplessità e timori tra le stesse file del Pci – un quadro dirigente espressione di lotte sociali durissime e, infine, vincenti. Con un patrimonio di fiducia da parte dei propri rappresentati che non era delega in bianco, affidamento passivo, al contrario rispetto critico, dialettico, in qualche misura paritario soprattutto là dove le comunità di fabbrica erano reali, temprate in una quotidiana pratica di confronto/scontro col padrone. Un’altra era geologica. Un altro mondo, oggi quasi dimenticato.

Per questo l’esperimento del 22 giugno del 2019 è importante, tanto quanto lo era stato quello del 22 ottobre del 1972. Se allora il sindacato vinse la battaglia dell’egemonia nazionale del lavoro, oggi può giocarsi cambiando a fondo se stesso, forse sul limite estremo della zona Cesarini, e partendo proprio dal Sud, una nuova, decisiva partita: quella di una legittimazione del lavoro a essere possibile catalizzatore del pulviscolo di energie sparse. A costruire un possibile “punto di capitone” – come direbbe Lacan – per la costruzione di una “massa critica” sufficiente a compensare e possibilmente rovesciare le tendenze al cupio dissolvi di un Paese che, sia pur per una breve stagione, era stato modello di una vigorosa vita sociale.
Ma appunto, dovrà cambiare tanto, e davvero, questo gigante stanco: questo sindacato anemico, incerto, diviso, se vorrà lasciare un filo di speranza a chi non si rassegna al degrado non solo economico e sociale ma morale e civile. Dovrà cancellare dal proprio orizzonte le incertezze sull’Ilva scegliendo una volta per tutte le tutela della vita contro il ricatto del lavoro e la responsabilità penale piena per i manager che la vita dei propri dipendenti e dei cittadini mettono a rischio. Dovrà ricuperare le lezioni come quelle dei due Rinaldini che alla guida della Fiom si schierarono senza se e senza ma a fianco della popolazione valsusina contro il TAV (ricordo come fosse oggi Gianni in pedi al centro della piana di Venaus riconquistata l’8 dicembre del 2005). Dovrà piantarla con le critiche al salario minimo alla Cesare Damiano, che di recente ha dichiarato eccessivo un salario minimo di 1500 euro lordi (meno di 1200 netti per un totale di 172 ore mensili), considerando le esigenze dell’impresa preminenti su quelle dei dipendenti. Dovrà fare una seria autocritica sulla propria esperienza negli ultimi tre decenni, se da essa è scaturito uno dei peggiori arretramenti del lavoro dal secondo dopoguerra a oggi. Allora, anche per quelli come noi, les landemains potrebbero tornare, se non a cantare, quanto meno a bisbigliare…

 

Versione ampliata dell’articolo pubblicato il 22 giugno 2019 sul Manifesto col titolo Contro la secessione il ruolo anomalo, ma cruciale, dei sindacati.

About Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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