Salone del libro: una vittoria su cui pensare

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Finalmente una vittoria. Oggi possiamo festeggiare la Liberazione del Salone del libro di Torino dalla presenza di uno pseudo-editore fascista noto più per l’uso della spranga che della penna.
Ma che tipo di vittoria è?

E prima ancora: una vittoria di chi? Non certamente degli editori del “Comitato d’indirizzo”, che fino a poco prima all’unanimità ne avevano ribadito l’ospitalità nella più importante manifestazione libraria italiana. E nemmeno di Appendino e Chiamparino, intervenuti in “zona Cesarini” giusto in tempo per evitare lo scandalo. È una vittoria – possiamo dirlo? – degli “intellettuali”. Di quelli che non hanno voluto rimanere “indifferenti” o equidistanti, e minacciando sia la propria assenza accusatoria che la propria presenza combattiva ne hanno “fatto un caso”.  Anzi – a volerla dire tutta – è soprattutto la vittoria di un’intellettuale: un’anziana signora, ultranovantenne, fragile, un corpo esile su una sedia a rotelle, col numero di matricola del lager tatuato sul braccio, più pesante di una pietra. Halina Birenbaum. È stata lei che ha fatto pendere dalla parte giusta la bilancia dei tanti Pilato (che sia delle presenze che delle assenze degli “indignati” se ne sarebbero fatti una ragione), lei e la direzione del Museo di Auschwitz che hanno dissipato d’un colpo il chiacchiericcio sull’equivalenza di “tutte le idee” e sul divieto di vietare facendo profilare davanti agli occhi dei tiepidi e degli incerti il paradosso di una manifestazione di cultura che si aprisse con le vittime inermi fuori e i maneschi eredi dei carnefici dentro. Gli intellettuali dunque… Ed è giusto che sia così, perché spetta a loro – non agli editori, sempre più commerciali e in quanto tali soggetti al credo esclusivo della “libertà di mercato”, non agli amministratori pubblici vincolati all’“imparzialità” dell’agire burocratico weberiano, ma agli intellettuali, per vocazione chiamati a ragionare sul senso delle cose – presidiare il terreno dei valori e dei principii.

Detto questo, bisogna aggiungere che quella del Lingotto è stata una vittoria “minore”. Non meno importante. Ma “minore”, perché lo scandalo “maggiore” – quello grande, devastante per l’ordine repubblicano: il “vero scandalo” – non è quello di Torino. È quello di Roma. Non è la presenza di un editore fascista in una Fiera del libro. È la presenza alla guida di un ministero chiave della nostra Repubblica di uno che da quell’editore fascista ha pubblicato. La messa al bando di Francesco Polacchi e della sua Altaforte dal Salone del Libro “per fascismo”, su iniziativa di due autorità di territorio come un’Amministrazione regionale e un Comune, rende per molti versi ancor più grave, e inaccettabile, la posizione del ministro che a quell’editore bandito ha affidato le proprie esternazioni politiche. Quella cacciata, se libera Torino della sua pietra dello scandalo pone a Roma un macigno. Il ministro dell’interno è colui che più di ogni altro ha la responsabilità di vigilare sul rispetto della legalità, in primis della legalità costituzionale: come può farlo se ha scelto come mezzo di comunicazione delle proprie idee (si fa per dire) un editore che è stato considerato “indesiderabile” proprio per la violazione del fondamento originario della Costituzione? E che oltre a essere carico di imputazioni, processi e condanne per reati materiali (aggressioni fisiche, risse, accoltellamenti) e politici (apologia di fascismo), continua – ancor dopo l’episodio torinese – a proclamarsi “fascista” e a definire l’antifascismo il “vero male di questo Paese”? Tanto più che il libro ministeriale presente in catalogo accanto all’elogio di Farinacci (Dallo squadrismo alla RSI) e del cinema di Goebels o alla reinterpretazione della “mistica fascista”, non è un testo qualunque, ma una dichiarazione di identità politica: Io sono Matteo Salvini, come si fa appunto quando si dichiarano le proprie generalità, o si mima il preambolo dei comandamenti «Io sono il Signore Dio tuo…». Che cosa si aspetta a chiedere le dimissioni al Ministro-autore? Che cosa aspetta il Presidente Mattarella – Custode primo della Costituzione – a segnalarne l’incompatibilità con l’alta carica ricoperta? Che cosa aspetta l’opposizione a chiedere in campo nazionale quello che un Governatore di regione e una Sindaca hanno fatto a livello locale?

Infine, per dirla davvero tutta, bisognerebbe dirci che quella è stata una vittoria “parziale”. Lo ripeto, non meno importante. E nemmeno poco significativa. Ma parziale, ottenuta in un luogo fortemente “visibile”, illuminato dai riflettori mediatici e proprio per questo tendenzialmente effimero (dopo i cinque giorni della kermesse cosa resta?). O “virtuale”, nel senso di “distante dal reale”. O dal “materiale”. Ha ragione Maurizio Maggiani quando si chiede se stia davvero lì, nei padiglioni eleganti del Lingotto trasformato da fabbrica a palcoscenico, la “Stalingrado d’Italia”: la “linea del fronte dove si è vinta la prima epocale battaglia della resistenza democratica contro la reazione revanscista e squadrista, preludio alla controffensiva che porterà alla vittoria finale”. O se quella linea non stia altrove, a Casal Bruciato come a Tor Bella Monaca o Torre Maura, e nelle infinite periferie dove «il sole del buon dio non dà i suoi raggi», e nemmeno la voce dei sacerdoti della ragione giunge a illuminare le menti. Là dove la vita nuda degli ultimi nostrani s’incrocia con la nuda vita di chi non ha nemmeno uno straccio di cittadinanza e per questo funziona perfettamente come capro espiatorio su cui l’uomo deprivato, abbandonato, abusato da un sistema amministrativo cieco e sordo, può scaricare la propria domanda di risarcimento. È lì che i sodali di Francesco Polacchi scavano la propria linea del fronte, iniettando in quel tessuto sociale doloroso e dolorante il veleno tossico dell’odio razziale e del rancore antidemocratico. E dove la memoria di Auschwitz, la parola di Halina, il valore di un umanesimo riconquistato nella tragedia di una guerra immane, vincenti sul palcoscenico torinese, sono a rischio, insieme alla memoria che ci ha fino ad ora difesi. Se non sapremo riconquistare quel territorio di confine tra umano e non umano, per ritornare a vedere quel mondo del margine e con esso parlare, quella del Lingotto rischia di essere una vittoria di Pirro.

About Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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One Comment on “Salone del libro: una vittoria su cui pensare”

  1. Questa volta non sono d’accordo con Marco. Forse è la prima volta da quando lo conosco, vale a dire, ahimè, da parecchi decenni. Il motivo è questo: la libertà di opinione è indivisibile. E’ evidente che ci sono delle opinioni repellenti; ma se accettiamo che alcune debbano essere vietate, allora è inevitabile che ci sia un’autorità che decide quali opinioni sono accettabili e quali no – cosa che contrasta con l’idea stessa di libertà di opinione.

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