Il male oscuro del Primo maggio a Torino

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Verrebbe da dire “meno male che c’erano i No Tav” – i “famigerati” No Tav! – al Corteo torinese del primo maggio, a restituire un po’ di vita a una manifestazione altrimenti esangue. O comunque a restituire alla giornata il suo significato originario di rivendicazione e di lotta. Il corteo del Primo maggio è sempre stato un grande termometro, a misurare la temperatura del clima sociale del momento. Tanto più in una città – una metropoli di produzione era chiamata – come Torino, che è stata a lungo la capitale del lavoro. Quest’anno l’immagine era bifocale. O bipolare. Un unico corteo, con due facce diametralmente diverse.
La prima parte, sgranata e paludata, infarcita di rappresentanze istituzionali e di candidati alle prossime elezioni regionali, offriva l’immagine di un Primo maggio scialbo. Un corteo silenzioso, senza slogan o canti – solo la banda musicale che eseguiva pezzi di repertorio -, con le diverse rappresentanze di categoria di CGIL CISL e UIL a ranghi ridotti. Nemmeno la Fiom, che in altri tempi, anche recenti, aveva costituito il nerbo militante della manifestazione portandovi una ventata di conflittualità, riusciva a far sfilare più di un centinaio di lavoratori senza nemmeno i tradizionali fischietti come se non avessero più il fiato di un tempo. Mancava, diciamolo sinceramente, anche se suonerà scandaloso, mancava il lavoro, quello che vive sulla propria pelle lo sfruttamento e lo denuncia, quello che rivela i nervi sensibili di una società ingiusta nella sua struttura portante e trasforma la propria rabbia in progetto e in organizzazione. Non c’erano i migranti – il nuovo lavoro schiavo, il corpo vivo del Quarto stato del XXI secolo. Mancavano i precari: c’erano, è vero, i riders di Foodora e Just Eat, con le loro biciclette stanche posate a terra, ma erano lì per contestare la manifestazione ufficiale ritardandone per qualche minuto l’ingresso in piazza San Carlo per poi schierarsi sotto il palco a gridare “venduti venduti”. Mancavano i working poors, quelli che sono poveri nonostante abbiano un posto di lavoro, con un salario così basso che non basta a sollevarli neppure al di sopra della soglia di povertà assoluta. Mancavano perché sono invisibili alle stesse centrali sindacali maggiori e qualcuno di loro lavorava, nel giorno della festa, nei vari cantieri a loro volta invisibili, che per star dietro alle consegne non conoscono santi.
E, infine – last but not least – mancavano i giovani. L’età media dello spezzone ufficiale del corteo era decisamente alta. Tanti i capelli grigi, molti quelli bianchi. Il segmento più numeroso dietro lo striscione della CGIL era quello dello SPI, della Federazione pensionati… C’erano un po’ di delegati dietro a ogni striscione, molti funzionari, poca voglia di parlare, figuriamoci di urlare, come se fossero lì per una presenza rituale, senza molto da dire se non richiedere stancamente investimenti per il lavoro a un padronato avaro e a uno stato dalle casse vuote. Forse non lo sapevano, e magari se l’avessero saputo si sarebbero ribellati, o magari no, ma stavano sfilando dietro una testa del corteo in cui non figuravano solo, in grande spolvero, il Governatore della Regione Piemonte e la Sindaca di Torino, ma anche le delegazioni di Forza Italia e, prima volta in assoluto a un Primo maggio, di Fratelli d’Italia con il tardo-fascista Agostino Ghiglia, nel quadro di una campagna elettorale che straborda senza rispettare più nulla e nessuno. Erano per loro tutte le telecamere e i microfoni dei media, in omaggio a quella società dello spettacolo che ha soppiantato, umiliandola, la vecchia società del lavoro. A guardarla così, con occhio da storico, quella prima parte della sfilata, veniva da pensare che davvero il movimento operaio novecentesco non fosse riuscito a superare il confine del secolo: che quello che era transitato oltre il Novecento, sulle scialuppe acciaccate di un ceto politico residuale, non fosse che il pallido fantasma del terribile spettro che per 150 anni si era aggirato per l’Europa…

Tutt’altro scenario per la seconda metà del corteo. Qui quello che si faceva notare fin dal primo colpo d’occhio era la densità: di corpi, di volti, di bandiere e di cartelli, di cori e di grida… Si avvertiva una forte energia sociale, quella che difettava nella prima metà. E’ difficile descrivere a parole la cosa, ma se devo ricorrere a un’immagine, è alla “Fiumana” di Pellizza da Volpedo che ho pensato quando ho visto, guardandolo in controcorrente dopo averne superato la testa, quel torrente in marcia. Davanti, con i fondatori del movimento valsusino, facce giovani, tante, ragazze e ragazzi venuti giù dalla Valle con l’aria di voler prendere la parola. Di aver delle cose da dire, forse troppe per poter essere comunicate tutte insieme alla gente che stava di lato al corteo. Perché non si tratta solo del “treno” – di quel maledetto TAV, o TAC, o NLTL come lo chiamano adesso quelli di TELT, che devasterà la loro valle -, ma di un “paradigma”. O di una concezione del mondo (quella che ha dominato gli ultimi decenni e che ci ha ridotti come siamo ora) che, a ben pensarci, fa un certo orrore, incentrata com’è sull’idea di una moltiplicazione infinita delle merci e della loro velocità di circolazione, e sulla dissipazione di enormi masse di denaro pubblico a solo vantaggio di pochi grandi costruttori e delle banche che li sovvenzionano.
Questo era il messaggio di quella fiumana di ragazzi e ragazze pigiati l’uno sull’altro… A saperli ascoltare anziché esorcizzarli a priori, erano lì per innestare nel corpo stanco della festa del lavoro tradizionale il tema vivo del territorio, dell’habitat, della sopravvivenza e della “buona vita”, a dire che il lavoro non può essere distruzione di ambiente e di relazioni comunitarie, non può essere una merce come le altre, da alimentare con altre merci e da cui trarre denaro. Insomma: quel pezzo di corteo vissuto dalla “parte istituzionale” come un ospite indesiderato, era in realtà lì per ringiovanire e riattualizzare quella festa altrimenti triste e vuota, offrendole l’unico futuro possibile per un lavoro che si vuole ancora vivere come soggettività ribelle (come fu appunto il “Lavoro” agli albori del suo essere “movimento”): l’intreccio con i luoghi della vita e con la loro difesa e tutela. Ascoltarne le ragioni (assolutamente ragionevoli), di quella coda loquace, avrebbe fatto un gran bene a tutti, compresi quelli che silenziosamente sfilavano in testa. Invece…

Invece a far barriera tra i due spezzoni di corteo si sono trovati la polizia con caschi scudi e manganelli. Un vero e proprio tappo che sembrava voler bloccare alla partenza la componente “non istituzionale”, creando un’inutile e ingiustificata tensione. Ero lì, come tanti altri come me, e ci siamo chiesti perché un’intrusione così muscolare. Un uso così sproporzionato della forza, dal momento che non c’era nessun possibile pretesto, nessuna forma di aggressività da parte dei manifestanti NO TAV, qualche slogan e coro polemici, anche sferzanti, come naturale nella dialettica di piazza, ma niente più. Anzi, dall’altoparlante Alberto Perino, uno dei leader storici del movimento valsusino, si sgolava per invitare reiteratamente alla calma e a non raccogliere le provocazioni. Ci si chiedeva anche perché la coda del segmento costituito dal PD – gli uomini del suo servizio d’ordine – stesse lì, così ostentatamente contigua, conoscendo le antiche e rinnovate ragioni di ostilità sul tema del TAV. Qualcuno, malignamente ma neanche troppo, ha sollevato il sospetto che lo volessero, l’incidente… Di sicuro non volevano il “contagio”. Intendevano sterilizzare il resto del corteo dalla presenza di qualunque simbolo, bandiera o fazzoletto, che alludesse alla resistenza della Valle. L’idea che nel “loro” pezzo spuntasse anche solo un drappo con il bianco il rosso e il nero del “movimento” giustificava l’ingiustificabile, come ad esempio il filtro duro, manesco, esercitato da agenti in tenuta antisommossa sotto i portici all’angolo tra via Po e Piazza Vittorio Veneto, come dimostrato nella testimonianza di un associato di “Volere la luna” pubblicata qui di seguito nell’APPENDICE. Poi per fortuna il blocco è stato tolto e la manifestazione si è potuta svolgere senza incidenti – posso testimoniarlo – fin quasi alla fine, quando in via Roma la polizia ha caricato a freddo, senza alcun motivo se non quello di respingere indietro per un paio di isolati la parte “eretica” del corteo e ritardarne l’ingresso in Piazza San Carlo finché le componenti “ortodosse” – che evidentemente la consideravano proprio esclusivo territorio, anzi proprietà -, non avessero concluso la propria stanca cerimonia (si veda in proposito il comunicato dell’Associazione Nazionale Giuristi Democratici).

Questa la sintesi della mattinata. Poi, come spesso accade quando l’acqua rallenta e vengono a galla tutte le scorie, le cronache giornalistiche hanno aggiunto nuovi particolari. La notizia che il capogruppo PD alla Camera ha annunciato un’interpellanza al Ministro dell’interno sulla tutela eccessivamente timida da parte della polizia nei confronti del suo partito. La sciagurata frase del vicepresidente del PD torinese Joseph Gianferrini diretta ai NO TAV: “la polizia gli ha fatto assaggiare i manganelli. Finalmente”. Infine le immagini video che riprendono un membro storico del servizio d’ordine del PD affrontare con una cinghia di cuoio in mano i No Tav. Parlano di un mondo alla rovescia, con un esponente del principale partito d’opposizione che contesta “da destra” il ministro dell’Interno più di destra della nostra storia recente chiedendo da parte della sua polizia più durezza… Con un dirigente del PD torinese che usa frasi da Casa Pound. Con una sedicente vittima che si presenta come un hooligan (parole di una sindaca)…
L’antropologo Ernesto De Martino la definirebbe un’apocalisse culturale, di quelle che accompagnano la fine di un mondo: la caduta della presenza a se stessi. E in effetti – per lo meno per quanto riguarda il Partito democratico torinese – la questione del TAV ne ha prodotto una profonda contaminazione: ha fuso un blocco trasversale tra destra e sinistra, cementato dalla centralità degli affari che ha travolto ogni pregressa identità, ridefinito l’intera mappa degli amici e dei nemici selezionando come nemico chiunque voglia scendere dal treno, ne denunci l’assurdità e la distruttività, o ne disturbi il manovratore, e come amico chiunque si aggreghi al “cartello del SI”, si chiami esso Matteo Salvini o Agostino Ghiglia. Così come a livello nazionale la subalternità al “paradigma neo-liberista” con i suoi corollari di centralità del denaro e dell’impresa e di subalternità di lavoro, ambiente e territorio si è mangiata l’anima degli esangui eredi della sinistra novecentesca. Con buona pace di Greta, celebrata una volta al mese e tradita quotidianamente.

 

APPENDICE

Ciao Marco
[…] Nel caso possa darti uno spunto utile ti riporto questo piccolo episodio in cui sono stato direttamente coinvolto prima della partenza del corteo, in piazza Vittorio all’imbocco di via Po.
Inizialmente il cordone di polizia davanti allo spezzone notav si chiudeva e si riapriva senza alcuna logica (almeno in apparenza). Numerose persone con bandiere notav si trovavano al di qua e al di là del cordone.
Poco prima che il corteo si muovesse il varco centrale era aperto ma sotto i portici all’imbocco di via Po, un cordone di poliziotti “filtrava” i passaggi delle persone che dalla piazza andavano verso via Po, facendone passare uno alla volta. Io mi sono messo in coda, ma quando è arrivato il mio turno un funzionario mi ha fermato con queste parole: “non si passa con la bandiera (ovviamente no tav)”. Ovviamente ho protestato vivacemente, ho anche fatto notare le numerose bandiere al di là del varco. Niente da fare, con la bandiera non si passa. Allora (anche per verificare fino a che punto sarebbero arrivati), ho sfilato la bandiera dall’asta e l’ho messa nello zainetto lasciandone spuntare un piccolo lembo (ostentando la manovra…) e dicendo: “beh, ora posso passare!”. Appena mi sono mosso i poliziotti mi hanno strappato lo zainetto, hanno tolto la bandiera dallo zainetto, hanno buttato per terra lo zainetto, hanno spezzato l’asta e mi hanno spinto con forza facendomi rotolare in terra. Rialzato prontamente sono riuscito (insieme a Fulvio che era vicino a me), a strappare la bandiera dalle mani di un paio di poliziotti che non volevano mollarla, ho recuperato lo zainetto finito per terra e tutto è finito lì.
Di tutto ciò la cosa che a mio avviso potrebbe dare uno spunto è il fatto che potevi passare solo se non ostentavi con la bandiera la tua appartenenza notav. Il resto sono bazzeccole, ma questo è a mio avviso significativo e emblematico della logica con cui oggi il potere politico si pone nei confronti del dissenso dando le relative indicazioni alle forze dell’ordine. Ovviamente la violenza non c’entra nulla.
E’ la stessa logica che porta il TGR stasera a parlare non di un corteo se pure con uno spezzone notav, ma esplicitamente di due cortei, quello dei sindacati e quello degli antagonisti e notav, negando la realtà di un unico corteo di cui una parte (quella non gradita al PD e ai sindacati di regime), viene esclusa in ogni modo.
L’ultima carica, gratuita, che c’è stata quasi alla fine di via Roma, suppongo per impedire l’ingresso prima della conclusione dei comizi ufficiali (mi trovavo a ridosso), è solo il triste epilogo di un’ennesima giornata triste. Il TGR ne ha parlato in questi termini: “quando il corteo degli antagonisti e dei notav ha cercato di forzare per raggiungere piazza S.Carlo c’è stata una carica”. Mi sembra di sentire uno slogan del PD torinese, non urlato solo per pudore: padroni a casa nostra.
Dio ci scampi da Salvini e da questo PD
Un caro saluto
Ezio

About Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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2 Comments on “Il male oscuro del Primo maggio a Torino”

  1. Peccato che nemmeno lei professore abbia
    Visto e citato la parte più dignitosa e commovente del corteo.
    Ultimi quelli di Lotta Comunista: pochi italiani, tantissimi immigrati anche con famiglia.
    Bandiere rosse e dignità: se guardassimo al futuro? Angela Torino

  2. Questo articolo esprime chiaramente la decadenza della sinistra italiana negli ultimi 20-25 anni

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