Primarie PD – La resurrezione di Lazzaro?

Dunque, posato il polverone, possiamo tentare una riflessione a freddo sulle primarie del PD. Sono state davvero lo “straordinario boom” di partecipazione di cui parlano i giornali mainstream?

Per certi versi SI’, se si confrontano i risultati con le aspettative (col timore della vigilia di star sotto il milione di votanti). Di sicuro NO se li si considerano in serie storica. L’affluenza attestatasi “poco sopra il milione e mezzo” (così la quantifica You Trend, unica fonte aggiornata ai risultati finali dal momento che il sito ufficiale del PD resta deserto) rappresenta in assoluto il minimo storico da quando esistono le primarie. Più di 300.000 partecipanti in meno (quasi un 18%) rispetto a quelle, già considerate disastrose, che nel 2017 incoronarono per la seconda volta Renzi segretario; appena il 60% dei 2.814.881 che lo avevano eletto la prima volta, e meno della metà dei 3.554.169 che votarono Veltroni nel 2007. Per non parlare dei 4.311.149 che scelsero Prodi come candidato premier alle primarie di coalizione del 2004… L’immagine è quella di una discesa su un piano inclinato che non presenta in realtà inversioni di rotta.

In qualche misura persino più impietoso il quadro offerto dalla distribuzione regionale del voto per confronto con le primarie del 2017 (offerto anche questo da You Trend su dati ancora parziali ma comunque già significativi). Il numero dei partecipanti sale, non di moltissimo ma comunque sale, solo in quattro regioni su ventuno (Molise, Lazio, Trentino, Sardegna); rimane pressoché pari in Veneto; e scende in tutte le altre regioni, da percentuali contenute (inferiori al 10%) nelle regioni del nord (Lombardia, Friuli, Piemonte, Liguria) a smottamenti clamorosi nel sud dove la partecipazione crolla di due terzi in Basilicata, di quasi la metà in Puglia e Campania, di circa un terzo in Sicilia. Nelle regioni “renziane” (Toscana, Umbria) la flessione è all’incirca di un quarto, mentre nella ex regione rossa Emilia-Romagna sfiora il 15% e nelle Marche il 18% (esattamente nella media nazionale).

Quanto al confronto tra la partecipazione alle primarie e il voto al PD alle elezioni politiche del 4 marzo, i dati sia pur parziali sembrano offrire due mappe tutto sommato sovrapponibili, soprattutto per quanto riguarda la distribuzione del voto in base ai cleavages socio-territoriali (centro/periferia, ceti benestanti/ceti popolari, ecc.). La partecipazione alle primarie è maggiore nelle aree in cui il PD alle politiche aveva ottenuto risultati migliori: nelle grandi o grandissime città, Roma, Milano, Torino, in particolare nei quartieri del centro o comunque residenziali, o nei capoluoghi di provincia; si fa rerefatta e marginale in quelli dove era andato peggio, nelle periferie metropolitane, nei piccoli centri, nelle aree rurali… Un’analisi specifica (ancora di You Trend) focalizzata su Torino (dove “sono stati 22.780 gli elettori che si sono recati al voto nei 41 seggi della città”), rivela come “in generale l’afflusso ai gazebo e alle sedi sia stato particolarmente alto soprattutto nel Centro (circ.1) e nei quartieri limitrofi di Porta Palazzo, Vanchiglia e Collina (circ.7). Al contrario, i risultati meno entusiasmanti si sono registrati nelle aree periferiche di Barriera di Milano e Borgata Vittoria (circ. 6 e 5). Qui, peraltro, anche le ultime politiche avevano visto più basse percentuali di consensi ai democratici”. Una correlazione, questa, che sembrerebbe suggerire la conclusione che, in occasione di queste “primarie di svolta”, il PD avrebbe in realtà ri-mobilitato il proprio elettorato “fedele” più che ri-conquistato gli elettori perduti o conquistato nuove fasce (fra l’altro l’età media assai alta sembrerebbe mostrare lo scarso appeal verso i giovani).

Quello che ha riempito le lunghe code ai seggi e ai gazebo, offrendo l’illusione ottica del “grande rimbalzo”, sarebbe cioè il “vecchio” elettorato residuo – di fascia sociale medio-alta, buon livello d’istruzione, prevalentemente agée, d’orientamento moderato e progressista – che ha seguito Matteo Renzi nei suoi 1000 giorni di fantasmagoriche esibizioni senza lasciarsi da questo allontanare dalla “casa madre” e che ora ha misurato in tutta la loro portata i danni di quella leadership e sentito il dovere di battere un colpo, di fronte all'”emergenza” (culturale, morale, sociale ed economica) rappresentata dal governo Salvini-Di Maio. Sono quelli di noi che, inorriditi di fronte all’ostentazione di disumanità quotidianamente esercitata dal ministro dell’interno, ai porti chiusi, ai migranti sequestrati, al far west autorizzato, alla discriminazione razziale sdoganata; o sconcertati dalle prove di incapacità e di vera e propria idiozia dei tanti apprendisti stregoni ai ministeri; oppure ancora spaventati dal pericolo dell’isolamento internazionale e di una precipitazione economica che ne possa pesantemente falcidiare il reddito, si devono essere detti “se non ora quando”. E sono andati a infoltire le code, producendo quella che difficilmente – data quella composizione – può essere considerata come la “resurrezione di Lazzaro”. E che forse più realisticamente può essere definita all’inglese “the Dead Cat Bounce“, ovvero “il rimbalzo del gatto morto”. Ma che comunque costituisce un fatto di rilievo. Un soprassalto nella linea piatta che ha caratterizzato quest’anno di “non-vita” del PD e di asfissia nella palude dell’opposizione, se non altro perché quel “popolo di fedeli”, per lungo tempo pazienti e passivi, ha sostenuto in massa il “candidato di rottura” – o per lo meno quello che nella contesa si presentava come tale -: Nicola Zingaretti. E questo è un fatto su cui non possiamo non soffermarci a riflettere.

Zingaretti ha vinto a mani basse dappertutto, con un risultato finale di quasi 20 punti percentuali superiore a quello ottenuto nei Congressi tra gli iscritti (47,4%) e un distacco abissale (di oltre 40 punti percentuali) rispetto al secondo qualificato, Martina. La regione in cui i due sono più vicini è la Campania (dove Martina fa il suo record, con il 44% ma Zingaretti lo sopravanza comunque con il 48,6), quella in cui sono più lontani è il Lazio (Zingaretti vicino all’80%, Martina fermo al 12). Persino nella renziana Toscana Zingaretti supera il 50% (nonostante il 17% di Giachetti e il discreto risultato di Martina). Il che ci presenta un (apparente?) paradosso, notato dagli analisti più attenti: e cioè che un elettorato di sostanziale continuità nella sua componente socio-culturale e nella sua identità politica abbia proclamato vincitore in modo plebiscitario il candidato di (almeno apparente) “rottura”. Evidentemente c’era, in quel pubblico composto, in fila ai gazebo, uno stato di esasperazione, di non più sopportabilità, di fastidio per ciò che era diventato il “suo” partito, per lo stile che ne aveva caratterizzato la leadership, per l’immobilismo che l’aveva paralizzato mentre Attila occupava Roma. E per l’uomo che aveva incarnato tutto ciò: il dio caduto di prima. Il salvatore della patria che l’aveva invece ridotta in macerie. A quel sentimento il volto normale di Zingaretti, il suo timbro di voce pacato, il suo discorso civile, senza invettive o calambour, senza le “c” aspirate e gli occhi strabuzzati, senza velleità rottamatrici anzi con qualche accento recuperante, deve aver offerto un “oggetto” su cui giocare la propria residua posta. Ecco, forse questo si può dire con una certa sicurezza: che dietro quella “partecipazione sopra le attese” alle primarie e quel plebiscito per il fratello del commissario Montalbano c’era, accanto al bisogno di manifestare contro il governo gialloverde, la voglia di farla finita col renzismo. Di voltare quella pagina diventata imbarazzante. E questo è stato fatto, con una evidente perentorietà.

Se poi la scelta fatta costituisca una reale alternativa al recente passato, non solo nel volto del nuovo segretario e nello “stile”, ma anche nei contenuti, è più difficile affermarlo. Anzi, davvero arduo (occorrerebbe una dose di ottimismo – o di ingenuità – che personalmente so di non possedere). Soprattutto se si giudica la “nuova gestione” dagli inizi. Da quelle “congratulazioni al mio amico Zingaretti” (ricambiate con affetto) espresse dal commissario europeo Pierre Moscovici, uno di quelli che hanno sistematicamente elevato muri di carta invalicabili contro qualunque politica sociale in nome dei conti in ordine. E soprattutto da quella scelta sciagurata di inaugurare il proprio mandato con una visita a Torino a prostrarsi sull’altare del SI al TAV, con contorno di politici trombati e imprenditori accattoni: un’opera simbolica di quel paradigma gestito dal partito degli affari che ha devastato il panorama sociale e quello fisico, fatta contro la popolazione di un intero territorio. Con tutte le scelte che aveva a disposizione, proprio quella doveva fare? Maurizio Landini la prima visita da segretario generale della CGIL l’ha fatta al Cara di Palese. Lui non poteva andare, che so?, alla baraccopoli di San Ferdinando dove chi muore viene anche sgomberato dalle ruspe di Salvini? O al quartiere Tamburi di Taranto dove si muore di leucemnia? Dai bambini della terra dei fuochi ammalati di cancro? Dai pastori sardi soffocati da prezzi umilianti? Dai lavoratori della logistica in lotta per la propria dignità? No, proprio dalle madamine doveva andare a genuflettersi? E se anche da Torino avesse voluto partire (come a suo tempo Veltroni prima e poi Renzi, che bene non ne hanno tratto), non poteva trovare una mezz’ora, qualche decina di minuti, per sentire dalla viva voce dei valsusini che da trent’anni resistono alla Grande opera e ne pagano salato il prezzo qualcosa sulle loro ragioni? Sarebbe stato quantomeno un (sia pur piccolo) segno di resipiscenza da parte di un partito che da un quindicennio si schiera contro quel “popolo”. Invece, scegliendo quella piazza SI TAV ingombra di cattive compagnie, si è di fatto omologato alla peggior componente del governo contro cui è stato votato per combattere, cioè con quella Lega di Salvini che della Grande Opera ha fatto la propria bandiera (e dal cui stesso linguaggio sgrammaticato il povero neo-segretario PD sembra essere stato contagiato quando ha auspicato che quanto prima “partino” i lavori….).

Forse, in realtà, di alternativo rispetto al passato nella linea del “Nuovo PD” zingarettiano, aldilà del comoufflage di stile e d’immagine personale del suo “non-capo” come vuole definirsi, c’è ben poco o forse niente. La stessa accondiscendenza alla prevalente dogmatica che caratterizza la governance neo-liberista europea, con l’annessa intangibilità dei vincoli di bilancio e interdizione per politiche anticicliche e redistributive orientate alla giustizia sociale; la medesima adesione al cosiddetto TINA (There Is Not Altenative) che ha svuotato la politica del proprio senso e contenuto consegnandoci all’accettazione acritica dell’esistente come destino; una condivisa identificazione dell’Impresa e della figura dell’Imprenditore come valore e soggetto di riferimento, egemone nel senso più proprio del termine e la riconfigurazione delle antiche classi subalterne (e del Lavoro) a variabile dipendente. E ancora: l’assunzione del mito di uno sviluppo quantitativo e lineare come valore dominante ed esclusivo;  l’accettazione dell’individualismo possessivo come prevalente orizzonte antropologico che riduce legame sociale e solidarietà a ornamenti retorici e che in effetti alimenta solitudine e disagio; il sacrificio del principio di responsabilità e di prudenza in nome di quello d’efficienza…

Forse sono gli stessi valori e gli stessi riferimenti che abitano l’insediamento sociale che si è riversato ai seggi delle primarie, quello che le persone pazientemente in fila in realtà pensano e desiderano; o forse sono ciò che ancora una volta ne tradirà le aspettative. Sta comunque di fatto che dentro quell’orizzonte di continuità sembra muoversi la politica del PD anche dopo la cosiddetta “svolta”: l’ostilità di principio (bisogna sottolinearlo: “di principio”, non al modo insufficiente e malaccorto ma all’istituto stesso del “reddito di cittadinanza”) nei confronti della principale misura potenzialmente efficace contro la povertà così come si presenta nella situazione attuale (non in un futuro immaginario di piena occupazione); il tifo per la cementificazione della Grandi Opere, come espressa dall’ossessiva difesa della Torino-Lione e nella mozione di sfiducia contro il Ministro delle Infrastrutture (perché non invece contro il Ministro degli Interni e le sue politiche illegali contro i migranti?); l’allineamento alla Confindustria di Vincenzo Boccia e al “partito degli affari” sulle principali questioni di politica economica, a cominciare dalla difesa a oltranza del primato della voce Investimenti per le Imprese su quella Reddito alle Persone…

Si tratta di un elenco – possiamo dirlo? – inquietante, perché conferma un’impressione suggerita da tempo dal tipo di opposizione del PD al governo giallo-verde: e cioè la sensazione che si trattasse (e, temiamo, si tratti) di un’opposizione asimmetrica, più diretta a contrastare il Movimento Cinque Stelle che non la Lega di Salvini, e questo perché mentre con i primi l’ostilità sembra sincera e in qualche modo alimentata dall’appartenenza a universi antropologici contrapposti, con la seconda, con la Lega, sembra serpeggiare, pur sotto una retorica della contrapposizione, una sorta di sotterranea corrispondenza di amorosi sensi, basata sulla condivisione di punti di vista simili. Soprattutto sul riferimento a gruppi d’interessi omologhi, a opzioni pragmatiche convergenti, rispetto alle quali nemmeno la questione atroce delle politiche migratorie di Salvini e della sua ostentazione del disumano sembra fare ostacolo (in fondo il PD ha ancora in pancia la memoria di Minniti, che per primo aprì la strada alla guerra ai “taxisti del mare”). Nemmeno quella, di per sé clamorosa, delle autonomie regionali, con l’Emilia Romagna agganciata al carro degli autonomisti, e poi la Campania di De Luca, e l’autonomismo debole di Chiamparino…

Insomma il PD di Martina è sembrato assai più ostile alla componente gialla e simpatetico con quella verde, come in fondo simpatetico fu il PD di Renzi con il Berlusconi del Nazareno. E come minaccia di essere anche il PD di Zingaretti. Tanto più che in questo, alla faccia dal segnale lanciato dalle primarie, rimangono in sospensione, massicciamente, le scorie del renzismo: renziani sono i gruppi parlamentari (ricordiamo tutti come furono compilate le liste dei candidati, in modo monocratico, con il Capo chiuso da solo nel suo ufficio e tutti gli altri fuori); renziano resta una parte del quadro intermedio… Forse, abituati come sono a saltare sul carro del vincitore, molti di loro cambieranno cavallo e gabbana, si faranno zingarettiani, ma la mentalità di fondo, quella se la tireranno dietro anche nel nuovo fronte.

Ed è un problema drammatico per chi soffre ogni giorno alla lettura dei giornali e vorrebbe, per istinto di sopravvivenza, un’alternativa reale al pessimo esistente. Per tutti costoro – e noi siamo tra loro – la scelta elettorale delle Europee sarà un rebus, costretti come saremo, nel momento più basso dello stato morale e politico del Paese, a causa del deserto che è cresciuto alla sinistra del PD, a scegliere tra il meglio del peggio e un’astensione che sembrerebbe tremendamente a un lungo addio alla politica.