Il manifesto di Calenda: un suicidio politico

Tra i numerosi paradossi del Partito democratico, o di ciò che ne resta, c’è anche la separazione tra la costruzione di una linea politica e le candidature alla carica di segretario. I due contendenti a quest’ultima, infatti, si sono precipitati ad aderire, pressoché a scatola chiusa, al “Manifesto per la costituzione di una lista unica delle forze politiche e civiche europeiste alle elezioni europee” scritto da Carlo Calenda, il quale non si è candidato, ma delimita il perimetro delle alleanze e traccia la rotta.

Ma questo manifesto, su cui la stampa mainstream si sta esercitando in virtuosi esercizi di compiacenza, è – per parafrasare Tayllerand – peggio di un crimine: è un errore. Un boomerang, il più efficace elisir di lunga vita per gli esecrati gialloverdi.

La retorica è quella della chiamata alle armi per la salvezza della patria: i barbari sono alle porte, anzi sono al governo. E dunque tutti i buoni devono unirsi in un fronte patriottico che abbia come bandiere il tricolore e il vessillo azzurrostellato dell’Europa, puntualmente inalberati sul sito ufficiale dell’appello.

Ora, in molti pensano che il governo Salvini – Di Maio abbia degli inaccettabili tratti di barbarie, che ormai sono da addebitare indifferentemente alla Lega e ai 5Stelle: chi scrive, per esempio, condivide, fino in fondo il grido di don Luigi Ciotti, che in queste ultime ore ha chiamato all’insorgenza contro la violazione «dei più elementari diritti umani». Dal disprezzo delle vite dei migranti fino alla strumentalizzazione del corpo dell’omicida Cesare Battisti, in molti troviamo ripugnante una politica per cui la persona umana è un mezzo e non un fine.

Ma Calenda di tutto questo non si occupa. Anzi. Stigmatizza, dell’Europa attuale, «l’incapacità di gestire i flussi migratori provenienti dalle aree di prossimità colpite da guerre e sottosviluppo»: riducendo un’epocale questione di giustizia a un fatto di polizia. E lasciando intendere che la soluzione sia una “buona gestione”, alla Minniti: «aiutare i paesi di origine e transito dei migranti nella gestione dei flussi, nell’assistenza umanitaria e nei rimpatri». La famosa assistenza umanitaria dei campi libici.

La parola “giustizia” non compare mai nel manifesto, mentre ricorre quattro volte “sicurezza”. La “nostra” sicurezza, ovviamente, «il nostro ruolo nel mondo, la nostra sicurezza – economica e politica», scrive Calenda: mentre Oxfam ricorda che l’1 per cento del patrimonio del padrone di Amazon equivale all’intero bilancio sanitario dell’Etiopia (105 milioni di abitanti). Ma non è questo che preoccupa Calenda: che, di fatto, non propone nessuna seria inversione di rotta, e si limita a difendere «un mercato unico di cinquecento milioni di persone, regolato dai più alti standard di sicurezza».

E non è solo una difesa del sistema inteso come Occidente: c’è da difendere il sistema interno, inteso come casta. Calenda parla dell’Italia, ma da un qualunque lettore medio italiano, quel suo “nostro” è inevitabilmente inteso in un senso assai più ristretto: i benestanti, i pochi salvati, la famosa élite i cui tradimenti stiamo pagando.

Noi, noi, e ancora noi: contro l’altro, gli altri, inevitabilmente.

La stessa Oxfam torna a dire che il 5 per cento più ricco degli italiani possiede una ricchezza equivalente a quella posseduta dal 90 per cento più povero. Una sperequazione che comporta il sacrificio dell’interesse generale della conservazione dell’ambiente sull’altare degli interessi privati di pochi. Quando, con reticente giro di parole, Calenda prospetta la «necessaria costruzione di un modello di sviluppo legato alla sostenibilità», chi può credergli?

L’ex ministro delle Infrastrutture Del Rio si è precipitato a certificare che su questa base il Pd potrà allearsi «con i movimenti civici che in questi mesi si sono ribellati: quelli contro il blocco delle grandi opere e quelli contro il degrado delle città. O agli intellettuali, come Massimo Cacciari». La ribellione sarebbe, dunque, quella delle madamine Sì Tav, dei movimenti securitari che difendono il “decoro” delle città (“i poveri e i neri stiano al loro posto, cioè fuori”) e di un sindaco che ha cavalcato senza remore la mercificazione di Venezia, fino a farla estinguere come città. Un intellettuale che pochi giorni fa, sull’Espresso, ha scritto che non ci troveremmo in questa situazione se avessimo approvato le riforme renziane, e anzi avessimo imboccato con decisione la strada del presidenzialismo. Lucidità e lungimiranza davvero notevoli.

Nessuna autocritica, nessun ripensamento, come conferma la mirabile lista dei firmatari: i coraggiosi professori che firmarono il manifesto per il Sì alle riforme costituzionali Renzi-Boschi, e un bel gruppo di governatori regionali pd mangia-territorio, da Chiamparino a Bonaccini. Con la surreale presenza di quello della Toscana, Rossi, che firma da Leu mentre Calenda dice che Leu deve starne fuori: tanto per certificare la morte cerebrale della Sinistra politica. Ovvia la presenza del nome di Nardella, ma assai deprimente quella di Giuliano Pisapia: già acclamato leader della sinistra radicale, e oggi caudatario del neoliberale, moderatissimo Calenda. Proprio vero che il tempo svela la verità.

Come la Boschi che scelleratamente attacca il reddito di cittadinanza gialloverde non da sinistra (e c’è un fiume di argomenti assai efficaci per farlo), ma da destra (osando dire che porterà a «una vita in vacanza»), così Calenda attacca i “populisti” da posizioni di conservazione del sistema.

Per avere qualche possibilità di vincere contro i nuovi padroni, bisognerebbe parlare una lingua di giustizia, radicale: e invece questo manifesto non solo non è di sinistra (e questo nessuno se lo aspettava), è anche palesemente a favore di uno stato delle cose ingiusto. E dunque è suicida: perché ripropone tutto quello che la maggioranza degli italiani ha già giudicato, a ragione, non più accettabile.

La notte appare ancora assai lunga, e l’unica vera luce di queste ore è l’arrivo di Maurizio Landini alla guida della Cgil. È da un sindacato vero, da una vera sinistra sociale che si può, si deve, ripartire.