Di Maio, Repubblica, i giornalisti

10/10/2018 di:

La ristrutturazione del gruppo editoriale GEDI (Repubblica, L’Espresso) comporterà, a quanto si dice, tagli al personale e riduzione di stipendi ai giornalisti. Ciò ha stimolato il commento del Ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio che ha attribuito i verosimili prossimi tagli al fatto che i media diramano notizie false e che perciò perdono lettori.

L’affermazione ha suscitato – manco a dirlo – lo sdegno della categoria dei giornalisti.

La mia sarà, forse, un’opinione controcorrente. Ma credo che, se ha torto Di Maio, hanno torto anche i giornalisti. E non certo per voler dare un colpo al cerchio e uno alla botte.

Ha torto Di Maio perché il calo dei lettori dei giornali è palesemente dovuto al diffondersi di Internet. Soprattutto i giovani sono ormai disaffezionati a quotidiani o periodici. Sfido io a vedere un giovane con in mano un quotidiano: solo anziani. E un edicolante assomiglia sempre più a un panda.

Ma hanno torto anche i giornalisti quando difendono a spada tratta la loro professione, in nome del pluralismo. Un conto è il pluralismo, il dare voce a opinioni diverse su un dato argomento. Un altro, e ben diverso, è fornire una versione distorta o parziale della realtà. In questo ‒ diciamolo ‒ molti, troppi giornalisti sono maestri, grazie/a causa della sudditanza rispetto a chi gli procura il pane.

Anche Repubblica non ne va esente. Gli esempi sono, ahimé, infiniti. Personalmente, agli inizi acquistavo il giornale di Scalfari, ma poi, con l’andare del tempo, me ne sono ben guardato, rilevando una deriva nella quale si celavano certe notizie e se ne fornivano altre, o comunque delle notizie si dava una certa versione e non un’altra.

Un esempio per tutti: la TAV Torino-Lione. Della vicenda, fin dai suoi esordi, la Repubblica stampata (poi diventata anche online) ha fornito verità parziali o verità distorte. Comprensibile: i giornalisti lavorano all’interno di un giornale la cui proprietà è interessata e schierata. Non è informazione, è propaganda, che io chiamo “di regime”. E i giornalisti sono organici al regime. C’erano scontri fra polizia e dimostranti? Erano i dimostranti che picchiavano, mai i poliziotti, in onore del “teorema Caselli”. I numeri dell’Osservatorio erano gonfiati per dimostrare la necessità dell’opera? Venivano riportati supinamente senza controllarne la veridicità. E così via.

Se dalla carta stampata ci spostiamo alla televisione, a mamma Rai, il risultato non cambia. Ricorderò sempre un vergognoso servizio che il TG3 regionale fece in occasione di un sequestro disposto dalla magistratura quando si effettuavano i sondaggi per quell’altra opera inutile che è il Terzo Valico. Cosa fece il giornalista? Anziché intervistare il pubblico ministero, andò a intervistare le maestranze che rimanevano senza lavoro! La Rete 3 della Rai ai tempi di Antonio Guglielmi era una rete intelligente, ora è un house organ del PD. Anche nel campo culturale (Augias docet).

Eppure l’art. 2 della legge professionale dei giornalisti così recita: «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede».

Dove sta la lealtà? E la buona fede?

Otto giornalisti su dieci in Italia hanno un reddito sotto la soglia di povertà. Chi mi conosce sa quanto sia attento e sensibile alle tematiche della povertà. Devo dire che, in questo caso, lo sono assai meno.