Mattarella e le ragioni del caos

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Quos Deus vult perdere amentat – “Il dio acceca coloro che vuol perdere”. Mi è tornata in mente, quella terribile citazione latina, domenica sera, alle 19, quando ho visto in diretta TV, d’un colpo, in pochi secondi, cadere in rovina il governo che stava per nascere e che tutti, fino a poco prima, davano ormai per scontato. E mi è ritornata più forte, quella eco funesta, un’ora dopo, nell’ascoltare le parole con cui il Presidente Mattarella ha comunicato al Paese le ragioni del suo NO al governo che il presidente incaricato si preparava a presentargli. E poi ancora, ha continuato a tormentarmi per tutta la serata, come un fastidioso memento mori, ascoltando il lungo dibattito su La7, man mano che diventava sempre più chiaro che eravamo entrati in una nuova, più pericolosa, più torbida e più drammatica fase della crisi italiana. Un’accelerazione improvvisa (e improvvida) che rende inattuale tutto ciò che eravamo andati almanaccando fino ad allora, nel tentativo di metabolizzare un cambiamento che avvertivamo dirompente, compresa la nota che mi preparavo a pubblicare qui a commento dell’ultima travagliata settimana.
Partiva da lontano, quella riflessione. Da questioni di geofisica, e di filosofia delle catastrofi. “I terremoti, si sa, scompaginano un po’ tutto: il paesaggio fisico, ma anche quello mentale – scrivevo -. Dopo le loro scosse nulla sembra più essere al proprio posto: case e categorie. Solide mura e granitiche certezze. Sconvolto dalla catastrofe di Lisbona del 1755, Voltaire confesserà di aver abbandonato le infrangibili idee di Platone e quelle rassicuranti di Epicuro per volgersi al dubbio sistematico di Bayle, perché – diceva – il pensiero, nel gorgo del cataclisma, assomiglia terribilmente a quel “cieco esposto ai Filistei, che cade sotto le mura abbattute dalle sue stesse mani” quando “il libro del destino si chiude alla sua vista” (Poème sur le désastre de Lisbonne)”. E aggiungevo: “Anche noi – si parva licet – brancoliamo come ciechi dopo che il terremoto elettorale del 4 marzo ha sconvolto il nostro paesaggio politico e con esso quello mentale, rendendo di colpo obsolete tutte le vecchie mappe che disegnavano la consueta geografia politica. E con esse le consumate guide di viaggio”. Non sapevo, allora che una nuova scossa sarebbe venuta. Un nuovo strato tettonico sarebbe saltato, questa volta sotto il colle più alto, a sconvolgere ulteriormente un paesaggio già devastato. Soprattutto non immaginavo che questa tempesta piuccheperfetta sarebbe stata alimentata dall'”uomo invisibile” che era stato finora il Presidente, fattosi d’un colpo “uomo di ferro”. Quello che a suo tempo aveva rivendicato per sé, in materia elettorale, un ruolo “notarile”, di fedele registratore del volere degli italiani, e che d’improvviso ne ha rivestito uno “sovrano” che di certo lo spirito se non la lettera della Costituzione non gli attribuisce.
Intendiamoci. Non mi piace per niente l’ipotesi dell’impeachment. La considero inopportuna, pericolosa, e sbagliata. Non credo cioè che Sergio Mattarella si sia macchiato del reato di “alto tradimento”. Ma credo che abbia commesso un errore politico catastrofico. Mi sforzo di cercare e trovare tutte le possibili circostanze attenuanti che possano alleggerire il carico, e le possibili giustificazioni di quella decisione: metto in conto il bisogno di difendere l’autorevolezza dell’unica carica dello Stato rimasta a riferimento in un paese in preda all’entropia; la volontà di non apparire ostaggio di capipartito spesso ingombranti; la preoccupazione per l’immagine dell’Italia (di cui è istituzionalmente il garante) e soprattutto per il percorso parlamentare di un governo che nei prossimi mesi e settimane si sarebbe trovato ad affrontare nodi vitali con una maggioranza poco omogenea…
Tutto vero. Ma ciò non toglie che la scelta fatta, lungi dall’allontanare questi pericoli, rischia di esasperarli e enfatizzarli oltre misura (un caso esemplare di quella che Gian Battista Vico avrebbe chiamato “eterogenesi dei fini”). In particolare non mi sembra essere stata una buona idea (anzi me ne sembra una pessima) impedire a un governo che si dichiara al momento dello scioglimento della riserva garantito da una sicura maggioranza di presentarsi in Parlamento per la fiducia. E mi pare ancor peggio l’averlo fatto con le motivazioni che poi Mattarella stesso ha esplicitato. L’ho ascoltato con attenzione quello speach presidenziale, e a ogni parola mi si drizzava un capello: dire a un Paese che appena 85 giorni prima aveva espresso con il voto una urlata volontà di cambiamento, che cambiare non si può e non si deve (almeno per quanto riguarda alcuni “fondamentali”) perché la cosa non piace a quelli che buona parte degli elettori considera responsabili del proprio malessere, mi sembra più atto da incendiario che da garante dell’equilibrio. Ridurre, nel contempo, la questione gigantesca della compatibilità degli assetti politici nazionali con i vincoli di contesto finanziari e istituzionali (mercati, spread, Bce…) al nome di un ministro (il “famigerato” Paolo Savona), mi sembra un modo malaccorto di mascherare un ben più ampio veto “esterno” che poco prima era stato al contrario dichiarato… Tutto insieme quanto accaduto in poche ore di una tarda domenica di primavera mi sembra abbia trasformato il Quirinale in una gigantesca macchina di riproduzione su scala allargata di quel “populismo” che si intendeva in realtà tener fuori dal Palazzo. Un modo per confermare tutti i mantra, i luoghi comuni, le denunce le paure le idiosincrasie di cui si nutre l’umor nero che sta spazzando i sistemi politici di mezzo Occidente. Si potrebbe dire che se fosse stato Steve Bannon a scrivere il copione di quella giornata particolare, non avrebbe potuto far meglio tanto perfetta sembra la sceneggiatura di questo noir politico.
Ci sarebbero stati mille altri modi per esercitare quella moral suasion che spetta per diritto al Capo dello Stato: mandare il nascituro governo davanti alle Camere per il voto di fiducia unitamente a un messaggio di accompagnamento contenente tutti i caveat e i worning del caso; riservarsi di vigilare strettamente sulle leggi e di utilizzare la prerogativa costituzionale del rifiuto della firma e del rinvio alle Camere nel caso di mancanza di copertura finanziaria o di dubbia costituzionalità; denunciare le eventuali ragioni di “indegnità morale” o di “conflitto d’interesse” nei confronti del nome “incriminato”. Persino, al limite, fare la parte del nume irato e lamentare la mancanza di riguardo verso la sua persona. Tutto tranne questo modo. E queste motivazioni. Tanto più che a stretto giro, senza alcuna soluzione di continuità e senza neanche lo straccio di una sia pur frettolosa tornata di consultazioni, si è proceduto a dare l’incarico a Carlo Cottarelli (quello soprannominato “mani di forbice” per la vocazione ai tagli di spesa).
Dopo giorni di perplessità sulla caratteristica “non politica” di Giuseppe Conte, ora un “non politico” per eccellenza. Dopo un rifiuto a mandare davanti alle Camere per il voto un Presidente del consiglio con una maggioranza matematicamente certa, l’invio per direttissima di uno con la maggioranza del tutto incerta. Anzi, con la certezza pressoché assoluta di una solenne bocciatura in entrambe le Camere, di quello che sarebbe per tutti il “governo del Presidente”, la cui sconfitta nel voto di fiducia suonerebbe appunto come “sfiducia” nel Presidente stesso (trasformato in una sorta di “anatra zoppa” proprio nel momento in cui il Paese avrebbe un disperato bisogno di una figura di garanzia rispettata e riconosciuta da tutti). E aprirebbe la strada a una nuova tornata elettorale nella quale a una forza torbidamente radicale come la Lega di Salvini è stata aperta dai fatti di questi giorni un’autostrada a quattro corsie. E a cui è stata offerta non qualche arma polemica, ma un’intera armeria di argomenti ad alto potenziale di impatto popolare. Non mi sembra un gran risultato. Anzi, mi sembra un drammatico contributo alla costruzione di uno dei peggiori dei mondi possibili.
Proviamo a immaginare come sarebbe (come sarà) una campagna elettorale gestita da un governo di minoranza, privo di fiducia, guidato da un Capo mai legittimato da un voto, chiamato a vedersela con la patata bollente del disinnesco delle clausole sull’IVA (qualcosa come 30 miliardi da trovare con una manovra lacrime e sangue) e con in campo forze politiche radicalizzate dall’esclusione da un governo cui si sentivano pienamente legittimate dal consenso popolare. E allora forse si capirà che quello che a molti di noi appariva il “governo più di destra dell’intera storia repubblicana” – l’abortito governo giallo-verde – non sarebbe che una pallida controfigura di quello che potrebbe uscire dalle urne tra cento giorni, dopo che il 27 di maggio è stato sconsideratamente aperto il vaso di Pandora di tutte le passioni tristi. Perché quel giorno non è stato arrestato il “pericolo fascista” che minacciava le mura della nostra democrazia, ma sono state fornite più ragioni proprio a quelli che si voleva tener fuori da quelle mura, sono stati confermati i più classici luoghi comuni di ogni populismo contemporaneo (l’usurpazione della sovranità popolare da parte dei poteri finanziari e della tecnocrazia europea, l’onnipotenza del “pilota automatico”, l’impermeabilità e l’inamovibilità della casta, il disprezzo per le espressioni della volontà del popolo), sono state sdoganate le forme più rozze di nazionalismo, di sciovinismo, di malriposto orgoglio nazionale.
Non so per quale ragione Sergio Mattarella abbia maturato la decisione del suo atto “sovrano”. A quali pressioni di enti, poteri o potenze, di persone o di demoni notturni, sia stato sottoposto per essere giunto a un passo così “fatale”. E sinceramente non saprei dove schierarmi se sciaguratamente il campo dovesse dividersi tra “partito del Presidente” e “partito del popolo”. Ma una cosa è certa: la sua è una figura tragica. E se un’immagine provo a cercare nel repertorio delle rappresentazioni contemporanee, quella che insistentemente mi ritorna in mente è la sequenza finale di Ran, uno dei più belli e terribili film di Kurosawa, con lo sventurato Tsurumaru brancolante nella sua cecità sulle rovine del castello dopo aver smarrito il proprio flauto, travolto anch’egli da uno scontro fratricida più grande di lui.

Gli autori

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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