La sinistra sconfitta e i piedi nel fango

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In una recente intervista a Concita De Gregorio (La Repubblica, 7 aprile 2018) Sara Biagiotti, già sindaca renziana di Sesto Fiorentino, ha spiegato che il Pd ha perso le elezioni perché è stato identificato con l’establishment e ha proseguito affermando: «Ora rimettiamo i piedi nel fango». Ben a ragione – verrebbe da dire – posto che il Pd è in caduta verticale in tutte le aree popolari e contiene le perdite solo nei quartieri alti delle grandi città e nei luoghi in cui l’età degli elettori è elevata e la rete delle cooperative di riferimento fitta. I numeri assoluti, più ancora che le percentuali, danno il quadro del disastro. Il Pd ha raccolto, in tutto, nelle ultime elezioni, 6.134.727 voti, perdendo 3.511.307 elettori dal 2013 e 5.960.579 dal 2008. In dieci anni quasi un elettore del Pd su due ha lasciato la sua casa e la stragrande maggioranza di chi se ne è andato appartiene alle classi più svantaggiate.

I buoni propositi della ex sindaca di Sesto Fiorentino sembrano dunque meno disancorati dalla realtà di quelli di molti suoi autorevoli colleghi di partito che preferiscono sottolineare la volatilità del voto in questo inizio di millennio, una volatilità da cui si trae l’ottimistica previsione che, così come se ne sono andati, gli elettori possono tornare… Ma l’espressione utilizzata dall’esponente da Sara Biagiotti, presa a pie’ pari dal titolo di un fortunato libro intervista di Gianrico Carofiglio con Jacopo Rosatelli (Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità, Edizioni Gruppo Abele, 2018), deve, per non essere solo un vezzo, essere riempita di contenuti. La crisi del Pd – e più in generale di quella che continua a definirsi, impropriamente, sinistra – è, infatti, una crisi di comportamenti e di coerenza prima ancora che di idee e di programmi. E su questo piano non si vede, nell’analisi di protagonisti e commentatori, molto di nuovo.

C’è qualche eccezione. Tra esse un passaggio di un discorso del papa di Roma rivolto ai partecipanti al Primo incontro mondiale dei movimenti popolari (Roma, 28 ottobre 2014), rimasto all’epoca sostanzialmente ignorato e recentemente riproposto in Papa Francesco, Terra, casa, lavoro (Il Manifesto / Ponte alle Grazie, 2017). In esso l’espressione “coi piedi nel fango” è usata in modo particolarmente impegnativo e pregnante. Non è inutile una rilettura: «I poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa! Non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi. Non stanno neppure aspettando a braccia conserte l’aiuto di Ong, piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai, o che, se arrivano, lo fanno in modo tale da andare nella direzione o di anestetizzare o di addomesticare. Voi sentite che i poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti; si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quanto meno ha molta voglia di dimenticare. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari.
Questo nostro incontro non risponde a un’ideologia. Voi non lavorate con idee, lavorate con realtà come quelle che ho menzionato e molte altre che mi avete raccontato. Avete i piedi nel fango e le mani della carne. Odorate di quartiere, di popolo, di lotta! Vogliamo che si ascolti la vostra voce che, in generale, si ascolta poco. Forse perché disturba, forse perché il vostro grido infastidisce, forse perché si ha paura del cambiamento che voi esigete, ma senza la vostra presenza, senza andare realmente nelle periferie, le buone proposte e i progetti che spesso ascoltiamo nelle conferenze internazionali restano nel regno dell’idea».
Non c’è male per una prospettiva di rinnovamento. Se qualcuno vorrà percorrerla…

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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