Modeste proposte per un resettaggio del campo progressista

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Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)

Uscire dallo stallo
Appurato che il confronto politico tra le forze di opposizione all’attuale governo reazionario-oscurantista risulta in evidente fase di stallo, può rivelarsi utile ripartire da un riesame delle premesse fattuali/comunicative che fanno abortire presunte volontà d’incontro. Smascherare mezze verità di comodo e incistati auto-inganni. Operazione che poggia su due assunti di inizio ‘900, quando – dopo i contributi di Marx e Tocqueville – si precisò l’idea di politica dei moderni come capacità d’intervento sulla natura plastica della società (la sua potenza maieutica orientata al progresso; con la reazione a fungere da antemurale, disse Hirschman) e il ruolo decisivo dell’organizzazione (potere dei senza potere): “la verità come priorità rivoluzionaria” di Rosa Luxemburg e la concezione della politica “come lento trapanare tavole dure” di Max Weber. Dunque, svelare pensieri indicibili ed evidenziare contraddizioni insanabili; gli inciampi del disegno politico in gestazione.

Partiamo dal fondo: le contraddizioni, nel senso etimologico del termine (dal latino contra-dicere). Ossia le promesse non mantenute da Elly Schlein, che dovrebbe rappresentare con il moroteo M5S Giuseppe Conte l’asse portante dello schieramento progressista. Infatti Elly ridens vinse le primarie alla segreteria Pd il 26 febbraio 2023 presentandosi quale discontinua rispetto alla condizione bloccata del proprio partito; in particolare, come liberatrice della sua vita interna dalla soffocante presenza di una casta notabilare consacrata alla gestione degli organigrammi di potere: gli antichi signori delle tessere rinominati “cacicchi”. Su questa base il Movimento 5Stelle, che aveva sempre denunciato tale professionismo senz’anima, non poté astenersi dal manifestare disponibilità alla collaborazione con la nuova arrivata (su cui – del resto – aveva già investito attraverso mareas di propri militanti, che si erano recati a votare pro Schlein ai gazebo open piddini; sovvertendo il peso dei “cammellati” interni pro Stefano Bonaccini). Ergo un connubio per la bonifica del personale di partito, che subì un rapido arresto quando ci si rese conto che la “tenera” segretaria armocromistizzata, invece di procedere al repulisti, si era rapidamente fatta ingabbiare dalle logiche interne (e dalle “gambe” su cui marciano), tanto da risultare colta da una sorta di “sindrome di Stoccolma” politica: la sequestrata che solidarizza con i sequestratori, come ben presto dimostrato dalle prese di posizioni: sia condiscendenza a ogni forma di imbarco a scopo elettorale, anche il più corrivo in materia di etica pubblica; sia appiattimento sul bellicismo mainstream, dilagante in sede occidentale. Da qui le difficoltà incontrate a lungo da Conte nel trovare accordi su candidature e obiettivi con la controparte, sempre all’inseguimento affannoso degli Orlando e dei Franceschini. Da qui uno sfinimento dell’intransigenza che, in procinto dell’appuntamento 2027, sembra essere anch’essa contagiata dal virus della cedevolezza ai diktat dei guardiani dell’ordine vigente (gli interessi spartitori che controllano attraverso il sistema mediatico la produzione del pensiero pensabile). Il 3 settembre, intervenendo alla Festa dell’Unità di Genova, Giuseppe Conte dichiara «nessun veto preventivo a Renzi e Calenda», il Lawrence d’Arabia di Rignano sull’Arno e il Joe McCarthy dei Parioli. Ossia i precettati destabilizzatori di una qualsiasi iniziativa per l’effettivo ripristino della democrazia italiana. E della legalità.

Campo Largo o Camposanto?
Se non lo si capisce, lo strombazzato “Campo Largo” volge inevitabilmente a Camposanto. Mentre la subalternità della presunta Sinistra al succitato pensiero pensabile (copy Noam Chomsky) determina la supina accettazione dell’ennesima truffa linguistica che impone un lessico mistificatorio per scopi retroversi. Lo si era visto negli anni ’90, quando la percezione dell’opera moralizzatrice di Tangentopoli venne depistata a “giustizialismo”: lemma virato da denominazione del movimento peronista argentino a uso perverso della legge per operare vendette a danno di inermi. Oggi – ennesimo contra-dictu – l’acquiescenza da parte della sedicente Sinistra “responsabile” allo stravolgimento ingannevole del termine “populismo” in sinonimo di demagogia. Ossia la denuncia otto-novecentesca della degenerazione che ciclicamente investe le élites e la necessità di rifondazioni democratiche dal basso – per lo storico Christopher Lash «la voce autentica della democrazia» – diventa marchingegno di depistaggio delle responsabilità di queste classi dirigenti, da scaricare sul demos. Una forma di illusionismo politico su cui Serge Halimi – antico allievo di Pierre Bourdieu, poi direttore de Le monde diplomatique – poteva persino ironizzare: «se il volersi rivolgere alla maggioranza del popolo diventa sintomo di populismo – e, in quanto tale, marchio d’infamia – sarebbe certamente meglio tornare al suffragio per censo, o addirittura risolversi a rimettere le questioni più impellenti alla decisione delle élite colte».

Veniamo – così – alla decostruzione dell’indicibile, come inquinamento della natura di un soggetto rappresentativo. Tutto ruota attorno al trauma della Sinistra all’avvio della rivoluzione reaganiana-thatcheriana: la scoperta sconvolgente che il presunto vincitore nella nuova fase storica non è più il lavoro bensì la finanza. Con una duplice conseguenza, scandalosa: in primo luogo le incontrollate pulsioni collusive hanno determinato profonde mutazioni genetiche in quella che chiamavamo classe politica; e che ora assume appieno i connotati di una corporazione indistinta del potere. Fenomeno prefigurato negli anni ’50 da Nicola Matteucci descrivendo le pratiche omologanti di scambio nelle commissioni parlamentari, in cui già allora avveniva il 90% della produzione legislativa, tra i due partiti in apparenza antagonisti: DC e PCI. Da tempo teorizzato da politologi fuori dal coro: Marco Revelli (Le Due Destre: «una plebiscitaria (fascistoide) e una tecnocratica ed elitaria (liberale)») e Colin Crouch (Post-democrazia: «le elezioni diventano gare attorno ai marchi anziché opportunità per i cittadini»). L’apoteosi del trasformismo, cui gli apprendisti stregoni della London School, con in testa il Mazzarino Anthony Giddens, hanno fornito un adeguato travestimento con la formula simil-magica della Terza Via (la perniciosa ricetta che la Sinistra vince le elezioni se indossa i panni della Destra). E fu quello che un altro intellettuale irregolare – Tony Judt – definì “gli anni delle locuste”. A livello mondiale la stagione dei Bill Clinton e dei Tony Blair. Dalle nostre parti l’interminabile gelata, da Romano Prodi e Massimo D’Alema fino a Matteo Renzi (e – perché no? – il suo ologramma da generone romano: Silvia Salis). Ma guai a dire che il re è nudo.

Il secondo effetto è la cancellazione del principio della distinzione da parte di un personale politico trasformato in un’informe ammucchiata permanente, le cui uniche pulsioni sono di stampo neurovegetativo (istinto di sopravvivenza e accaparramento famelico); premessa irrinunciabile al disconoscimento della natura competitiva insita nel gioco democratico. Il conflitto (ovvero l’eracliteo “polemos”, padre di tutte le cose), fondamento del paradigma della democrazia competitiva e di qualsivoglia dinamica sociale in una società aperta e inclusiva, ridotto a una brutta parola. Politicamente scorretta. O meglio, l’utilizzabilità della parola urticante in un solo caso: la liceità – meglio, l’apprezzabilità – dell’alimentazione dei conflitti in corso, dalla slavomachia Russo-Ucraina al genocidio in Palestina. Anche in questo caso paravento di un altro indicibile: il mantenimento della situazione bellica sub specie aeternitatis come polizza assicurativa di sopravvivenza poltronista delle classi dirigenti occidentali (Ue, Nato ma anche entourage trumpiano) e come opportunità di business miliardari per il decadente apparato industriale europeo. L’immensa finzione di inizio millennio promossa attraverso l’invenzione del nemico, grazie alla quale continuare imperterriti nella monetizzazione e nella svendita del welfare; nel portare a compimento la guerra civile non dichiarata, in corso nelle società del capitalismo maturo. Con le parole irridenti del riccone Warren Buffett: «c’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo».

In soldoni
Giungiamo, così, all’ultima fase del nostro ragionamento. Il brutale resettaggio qui proposto, come bonifica del pensiero pensabile progressista, dovrebbe far emergere alcune verità rimosse dall’inconcludente dibattito pubblico in corso, tali da riorientarlo alla sensatezza. Seppure a livelli elementari:
– basta con l’idea fasulla che la vittoria elettorale si riduca a una sommatoria matematica di sigle, a prescindere dall’omogeneità che le renda assommabili, in un campo votanti ormai ridotto alla metà degli aventi diritto. Il vero obiettivo è richiamare al voto i disillusi. La condizione perché avvenga è la credibilità;
– piantarla con il feticcio del programma, quando tale documento non è altro che qualche centinaio di pagine commissionate dietro adeguata prebenda a una società di comunicazione pubblica (la politologa Giovanna Zincone agli sgoccioli di Prima Repubblica aveva confrontato i programmi del PCI e del MSI scoprendoli intercambiabili). Ciò che conta è individuare 5 o 6 sintetici assunti altamente identitari e motivanti su cui stipulare la nuova alleanza con gli elettori;
– smetterla con il volemose bene, per cui le primarie sarebbero divisive. Il confronto è un prezioso valore aggiunto di chiarezza e coinvolgimento. Semmai sono i ritualismi da gattemorte a scoraggiare la partecipazione attiva.
Infine ciò che conta più di tutto è la passione, per rianimare una politica narcotizzata dalla convinzione politicante che il demos sia solo un gregge da tenere in riga.

Gli autori

Pierfranco Pellizzetti

Pierfranco Pellizzetti (Genova 1947) ha insegnato nell’Ateneo Genovese “Politiche di Territorio” ad Architettura, “Sociologia dei fenomeni politici” e “Politiche globali” a Scienza della comunicazione e “Comunicazione istituzionale e d’impresa” a Ingegneria. Ha scritto – tra l’altro – per il “Secolo XIX”, “il Fatto Quotidiano”, “il Manifesto”, la pagina genovese de “la Repubblica” e “La Vanguardia” di Barcellona. Ha collaborato con “MicroMega” e ora con “Limes”.

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