Guardare la luna con i piedi per terra

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Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)

Negli ultimi anni, pur avendo radici lontane nel tempo, si è resa sempre più evidente e drammatica la crisi dell’umanità, in entrambi i significati che il termine assume. La popolazione della Terra, quadruplicata nell’arco di un secolo, risulta ancora in crescita nei Paesi più poveri, con il rapido aumento non solo dei bisogni reali, ma anche delle aspirazioni al consumo stimolato dai mercati. Nel frattempo, le risorse, comprese quelle alimentari, tendono alla scarsità per via dell’ipersfruttamento e del cambiamento climatico. È in crisi anche l’umanità come senso comune che si riteneva diffuso tra noi esseri sociali, nel rifiuto (almeno dichiarato) di crudeltà e sopraffazioni, e che credevamo potesse essere tutelata dalle grandi organizzazioni internazionali nate nel secondo dopoguerra. Oggi, su genocidi, guerre e neocolonialismo non si levano nemmeno le condanne che venivano pronunciate, pur con frequente ipocrisia, dai governanti dei Paesi sedicenti democratici.

Questo è il quadro generale che genera ansia e sconcerto e che, con modulazioni diverse, si riflette sulla popolazione di ogni Paese. Di questo la politica, anche locale, deve tenere conto perché le reazioni delle persone possono andare in due direzioni opposte. Da un lato, l’indignazione per genocidi e bellicismo senza senso si somma all’attivismo, soprattutto giovanile, sui temi ambientali e alimenta i movimenti con vivaci (ma purtroppo discontinue) manifestazioni di piazza. Dall’altro, si diffondono il senso di impotenza e la sfiducia nella politica, portando al “si salvi chi può” individuale o a dar credito alle false promesse dell’uomo o della donna capaci di gridare più forte.

Il recente dibattito, che ha trovato spazio sui media, sulla cultura woke ha spinto vari esponenti del centrosinistra e opinionisti progressisti a focalizzare l’attenzione sui problemi sociali ed economici, dichiarando la priorità degli interventi su salari e stipendi, welfare, diritti condivisi e sistema energetico sostenibile. Tutto ciò anche per la vera Sinistra fa parte delle urgenze e la capacità di fornire proposte concrete, unite all’estrema chiarezza su guerre, genocidi e repressione diffusa, è un modo necessario per stare con i piedi per terra. Dunque, anche interventi di tipo “riformistico strutturale” (cioè non tappabuchi momentanei) vanno sostenuti per ottenere qualche risultato parziale e la conseguente riconoscibilità.

Un concreto esempio è dato dalla proposta di legge di iniziativa popolare per l’imposta sui grandi patrimoni, che ha già superato le sottoscrizioni necessarie. Vari gruppi e associazioni promuovono altre battaglie importanti, come quelle contro l’autonomia differenziata, la privatizzazione della sanità, la precarietà, l’insostenibile sistema carcerario, le grandi opere inutili e tanto altro. Vanno anche elaborate con urgenza proposte chiare, ma per ora insufficienti, sul tema delle immigrazioni per contrastare le stragi in mare, lo schiavismo mascherato e la guerra tra i poveri, che alimenta le destre con la falsa scusa della sicurezza. Ma il cambio di passo richiesto specificamente alla Sinistra consiste nel saper guardare la luna, riuscendo a formulare sogni e visioni a occhi aperti, o piuttosto immaginare di salire sulla luna per guardare la terra e, da lassù, analizzare e affrontare le ragioni di fondo del disastro annunciato, che minaccia i popoli e la natura. Il passaggio da ciò che può limitare gli effetti negativi del sistema dominante al contrastarne le cause profonde è quello indispensabile per dare un senso alla cultura e alla politica di sinistra. I movimenti giovanili se ne sono resi ben conto, quando hanno unito le battaglie per l’ambiente con quelle per Gaza, il rifiuto del consumismo sfrenato con la pretesa di una democrazia effettiva e partecipata, individuando il nemico da battere nel capitalismo tecno-finanziario e nel mainstream neoliberista.

I cambiamenti necessari arrivano a toccare la sfera individuale e familiare di ciascuno di noi, ma non possono prescindere, per avere qualche probabilità di successo, dal livello politico, esteso fino alla competizione elettorale. Abbiamo sostenuto molte volte la necessità del cambiamento dal basso, alimentato dai movimenti, dall’internazionalismo, dalle manifestazioni di piazza e dal volontariato solidale; tutto ciò va confermato, senza esitazioni. Ma resta il fatto che qui da noi, in Italia, un’eventuale vittoria delle destre alle prossime elezioni potrebbe costituire la negazione, per lungo tempo, di ogni possibilità alternativa, con l’ulteriore diffusione della sfiducia nella politica in quanto tale e dell’idea che “la Sinistra non esiste più”. Una vittoria, per il rotto della cuffia, del cosiddetto “campo largo” forse ci metterebbe al riparo dalle peggiori storture, ma non intaccherebbe i meccanismi sostanziali su cui si basano lo sfruttamento, le enormi diseguaglianze e il dominio dei più ricchi sul funzionamento dell’economia e sull’innovazione tecnologica.

Allora bisogna tornare con i piedi per terra e il tempo che ci resta per farlo è poco. Non dobbiamo certo immaginare un nuovo partito all’interno degli schemi consolidati e sperare, in pochi mesi, di presentarlo con successo alle elezioni. Ma è invece ancora possibile un’alleanza delle forze alternative per una nuova Resistenza contro il fascio-capitalismo. Possiamo adottare una tattica, ben conosciuta dai giocatori di carte, che può tornarci utile non solo come astuzia comunicativa: possiamo sparigliare sul campo, modificando improvvisamente gli schemi usuali e prevedibili. Non hanno forse sparigliato i 5Stelle, quando Grillo inveiva nelle piazze e in tv contro la casta, riuscendo in pochi anni a superare il 30% dei consensi elettorali? E non sta oggi sparigliando Vannacci, con i suoi proclami razzisti e vetero-maschilisti, ma anche con modalità “fuori dal coro” che, secondo i sondaggi, hanno già portato Futuro Nazionale oltre il sei percento? Allora la domanda diventa: «Si può sparigliare con serietà e rispetto dei cittadini, costruendo futuro, democrazia e uguaglianza, senza prendere in giro le persone?».

Un punto di partenza esiste già e ha un nome facile da capire e da condividere: ecosocialismo. All’ecosocialismo come possibile e necessaria alternativa fanno ormai riferimento numerosi intellettuali e opinionisti, insieme a svariati rappresentati delle residue formazioni organizzate. È un termine nuovo e antico al tempo stesso che, superando incomprensioni e stereotipi sfruttati dalle destre, sottolinea la volontà di coniugare uguaglianza e libertà, partecipazione e superamento del consumismo, difesa dell’ambiente e valorizzazione delle comunità territoriali aperte ai nuovi arrivati. Un altro elemento necessario per sparigliare è il superamento del leaderismo. Dobbiamo smettere di concentrare le aspettative su un uomo o una donna alla guida: una guida che diventa comando e personalizzazione delle promesse, con la conseguenza che, quando il leader molla, casca tutta l’incastellatura costruita intorno a lui o a lei. Una forma di rappresentanza condivisa è possibile e può costituire una novità interessante se affidata a persone che fanno politica soprattutto al di fuori dei consunti meccanismi interni ai partiti. Questo non significa escludere chi ha accumulato lunghe esperienze in ruoli pubblici, ma piuttosto chiedere loro di fornire un importante supporto di competenza. C’è un altro limite da superare, forse il più difficile tra tutti: la frammentazione, che non riguarda soltanto le residue formazioni della sinistra alternativa, che chiamavamo “di classe”. La frammentazione è presente anche tra i movimenti, le associazioni e i gruppi che praticano solidarietà mutualistica, tutti concentrati sulla propria finalità specifica, nella speranza di ottenere qualche risultato visibile. E c’è frammentazione persino tra gli intellettuali della nostra area, che non riescono ad attivare un confronto efficace (e a volte sembra che non intendano farlo). Mentre le informazioni corrette e aggiornate, insieme alle analisi basate sulle competenze sono sempre utili, la ricostruzione della tanto auspicata egemonia rimane ben lontana finché si esprimono opinioni generiche o scontate, senza spingersi a delineare qualche proposta concreta. Ma, si sa, le proposte hanno bisogno di maggiore realismo, rispetto alle profonde riflessioni etico-filosofiche, e ciò espone a critiche o svalutazioni nella cerchia ristretta dei professionisti della cultura.

Una visione alternativa dell’economia e della società, oltre a essere necessaria per diffondere un po’ di fiducia nel futuro tra le brave persone (che sono, nonostante tutto, la maggioranza), è richiesta persino in svariati interventi diffusi dai media, in quanto nutrimento del sistema democratico. Su la Repubblica del 18 agosto scorso, Carlo Galli scrive: «La politica è […] l’organizzazione del potere reale, è la dialettica dei ceti e delle classi, è la critica dell’economia, è lo sforzo di trovare spazi di libertà non solo individuale ma collettiva all’interno della ineludibile dimensione fondativa della democrazia – il lavoro, secondo la Costituzione –, è la lotta per l’egemonia, il confronto fra le diverse idee di società che nascono in un contesto pluralistico. È senso dei processi storici». Tutto ciò costituisce un forte richiamo alla responsabilità collettiva e personale. Non è sufficiente ripercorrere le fasi di entusiasmo e quelle di sconfitta degli ultimi sessant’anni, sussurrando: «È andata così, ma ormai…». Le cose possono cambiare soltanto se, al posto della speranza nell’intervento da parte di qualcun’altro (o dal cielo), riusciamo a mantenere un po’ di fiducia in quello che siamo in grado di ottenere tutti insieme, se ognuno fa la sua parte. Se ci mettiamo in cattedra, possiamo ricavarne soltanto diffidenza e passività; ma se riusciamo a dialogare tra generazioni diverse, possiamo mettere uno sull’altro i mattoni necessari per costruire una casa comune e, dalle finestre, guardare la luna.

Con un progetto concreto e visionario a un tempo, si può poi definire la strategia e da questa far dipendere la tattica più opportuna. La cultura economica, sottratta al mainstream e riportata alla realtà scientifica dei rapporti tra risorse disponibili e bisogni condivisi, è uno strumento indispensabile, insieme alla capacità di comunicare. Andando alla sostanza dei problemi, si può sparigliare anche con un linguaggio accessibile, perché l’essenza dell’iperliberismo contemporaneo è, con tutta evidenza, quella della secolare sovrapposizione tra ricchezza e potere, in cui l’una genera l’altro e viceversa, costruendo una fortezza che a molti può sembrare inespugnabile. La comunicazione è ben altro dall’utilizzo astuto di tecniche e mezzi, anche se non prescinde dalla loro conoscenza: la comunicazione è lo strumento per tentare di ricostruire un’intelligenza collettiva, prima che a quella umana si sostituisca l’intelligenza artificiale, con conseguenze che ancora non riusciamo a prevedere compiutamente, ma che incombono su di noi con nuove e sconvolgenti minacce.

Gli autori

Franco Guaschino

Franco Guaschino, laureato in Scienze Politiche, ha lavorato soprattutto nella comunicazione visiva. Prima fotografo, poi regista e produttore, ha realizzato documentari, filmati promozionali e qualche opera di finzione. Negli ultimi dieci anni di attività si è dedicato alle montagne, nel quadro di quello che si chiamava “Laboratorio dello sviluppo sostenibile”. Da qualche anno in pensione, vive in una casa in mezzo ai boschi, sulla montagna sopra Torre Pellice.

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3 Comments on “Guardare la luna con i piedi per terra”

  1. Abbiamo individuato il nemico “nel capitalismo tecno-finanziario e nel mainstream neoliberista”. Abbiamo individuato anche l’alternativa nell’ecosocialismo. A questo punto però mi sorge forte il sospetto che ci stiamo parlando addosso. Se andiamo a contare gli articoli pubblicati sul sito che, più o meno, esprimono gli stessi concetti qui sopra esposti, penso che non avremmo alcuna difficoltà a trovarne parecchi. A mio modo di vedere c’è urgente bisogno di fare sintesi per passare dalle parole ai fatti (per usare l’auspicato “linguaggio accessibile”). L’unica cosa certa che mi pare emerga chiara da tutti questi articoli è che per passare dal capitalismo all’ecosocialismo il cambiamento individuale non è sufficiente se non accompagnato da un nuovo e radicale indirizzo politico. Dato per assodato che una “vera Sinistra” non c’è, e se c’è è molto marginale, come portare a livello istituzionale le istanze di giustizia ed equità che l’ecosocialismo porta con sè? Sono d’accordo che non abbiamo bisogno di eroi sui quali caricare tutto il fardello del cambiamento, ma è altrettanto vero che, prima o poi, dobbiamo pur dare un volto che incarni questo ecosocialismo e nel quale si riconosca e possa fare riferimento chi veramente vuole un cambiamento epocale del sistema economico e sociale. Non dico un nuovo partito, non c’è tempo, ma almeno due o tre personalità di specchiata onestà ci vogliono assolutamente. Montanari, Revelli, Viale…?

    1. Grazie a Stefano per il commento. Al mio e ad altri articoli di contenuto simile deve necessariamente fare seguito un’azione concreta sul piano organizzativo, con tutta l’urgenza della situazione drammatica e dell’avvio della fase preelettorale; elezioni di cui non sono ancora definite date e regole. Ciò richiede in ogni caso un confronto e un atteggiamento realmente collaborativo da parte di numerose realtà organizzate e di singole persone riconoscibili per impegno, competenza e affidabilità. Un’alleanza non si crea da un giorno all’altro, ma è l’unica strada percorribile. A questo sto lavorando, insieme a numerosi altri e altre, con la difficoltà di superare lo sconforto ampiamente diffuso. Ogni contributo è utile e benvenuto.

  2. Grazie a lei per la risposta. Sono contento di sentire dell’alleanza a cui state lavorando, di sapere che siete in tanti e, soprattutto, mi fa molto piacere la presenza delle donne. Non ho idea di come intendiate procedere ma, vista l’urgenza anche da lei rilevata, ritengo inevitabile la convergenza verso realtà politiche già esistenti. Se fosse per me avvicinerei AVS e M5S, no PD e altri, con la Costituzione in mano… Le sarei grato se di tanto in tanto pubblicasse sul sito l’avanzamento del vostro lavoro. Buon lavoro dunque a voi tutte e tutti. Grazie.

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