Non solo elezioni, bisogna anche guardare oltre

Download PDF

Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)

Il dibattito sulle possibili scelte relative alle elezioni del prossimo anno deve tenere conto di due dati di realtà, per quanto sgraditi: il primo è che un’eventuale lista di sinistra seria al di fuori dei due schieramenti principali (se pure riuscisse a realizzarsi) sarebbe condannata all’irrilevanza numerica, come è avvenuto in tutte le precedenti occasioni; il secondo è che il cosiddetto centrosinistra, nell’ipotesi non scontata che vinca le elezioni, porterà avanti sulle questioni essenziali (economia e politica estera) le stesse posizioni del governo di destra, che sono poi le stesse dei precedenti governi di centrosinistra o di unità nazionale, tra liberismo, privatizzazioni, riarmo e obbedienza euroatlantica. Differenze sono possibili in altri campi, quantomeno nella retorica utilizzata, ma la scelta di proporsi come il migliore interprete degli interessi della classe dominante è costitutiva del centrosinistra, che infatti, ai tempi di Berlusconi, lo accusava di perseguire i propri interessi personali invece di quelli della classe imprenditoriale nel suo complesso. Di conseguenza, è logico e inevitabile che, tra chi si considera di sinistra, ognuno scelga quello che ritiene il meno peggio tra una testimonianza irrilevante e il turarsi il naso per cercare di evitare almeno l’incubo della riconferma di Meloni.

Quello che bisognerebbe fare però è mettere le basi perché non ci si trovi di nuovo con lo stesso poco attraente dilemma tra cinque anni e poi tra dieci, così come è stato cinque anni fa e prima ancora. Se la marea montante dell’estrema destra riguarda tutto il mondo e non solo l’Italia, vi è anche una specificità italiana con la scomparsa della sinistra dalle istituzioni e dalla visibilità mediatica, con la conseguenza che le forme della partecipazione sono diventate fluide, legate alle emozioni o alle scadenze del momento. Ci si ritrova a milioni in piazza per la Palestina al culmine del genocidio e poi ognuno a casa sua, solo a sentirsi impotente di fronte a un mondo spaventoso o, nel migliore dei casi, in piccoli gruppi monotematici che hanno il pregio di fare qualcosa di concreto ma non hanno la possibilità di affrontare le questioni e le loro evidenti interconnessioni alla scala che sarebbe necessaria.

La parola “partito” è diventata impresentabile per ragioni reali, perché da decenni indica gruppi di professionisti della politica che si contendono il potere senza avere programmi realmente diversi. Ma questo non elimina il fatto che una politica diversa richiede una partecipazione continuativa di grandi masse di persone che si interessano alla cosa pubblica sulla base dei propri ideali e di interessi collettivi, non di un tornaconto individuale. E allora proviamo a individuare alcune caratteristiche di questo “partito ideale”: un partito di lavoratori, perché il discrimine fondamentale in questa società rimane quello tra chi vive del proprio lavoro e chi si arricchisce sfruttando il lavoro altrui; questo non significa che le altre oppressioni (genere, colore della pelle, stili di vita) siano meno importanti ma questa riguarda tutti; un partito democratico, che discute liberamente, dove non c’è un capo ma un gruppo dirigente selezionato dalla platea più ampia dei militanti sulla base di un confronto politico continuo, con periodici congressi in cui le differenze politiche sono esplicitate e sottoposte al voto di tutti gli iscritti; un partito duttile nella tattica, elettorale e non solo, disposto a mediazioni e compromessi, ma solo sulla base di accordi trasparenti e rispettati, senza ricatti o doppi tempi (quello che va a favore delle imprese si fa subito, quello a favore dei lavoratori in un poi che non arriva mai); un partito internazionalista, consapevole che in un mondo interconnesso la classe lavoratrice ha interessi comuni in tutti i paesi, contro tutti gli imperialismi;

Ovviamente questo partito adesso non esiste e non è che si può creare semplicemente mettendo insieme i piccoli gruppi esistenti, e neanche si può immaginare di riproporre le forme di un passato che non c’è più. Credo però che, nelle forme e con gli strumenti che ogni generazione si dà, rimanga la necessità di organizzare in modo stabile quella grande maggioranza di esseri umani che ambisce a un’esistenza libera e dignitosa e a un futuro vivibile, e che solo organizzandosi collettivamente può sperare di prevalere su quella minoranza di ricchissimi che detiene il potere reale e che sta portando il mondo verso la catastrofe.

Gli autori

Fausto Angelini

Fausto Angelini (fausto.angelini@yahoo.it), classe 1967, impiegato, inizia a fare politica nella seconda metà degli anni ’80 con l’obiezione di coscienza al servizio e alle spese militari, dal 1991 si iscrive a Rifondazione Comunista che lascia nel 2007 con quella che diventerà Sinistra Anticapitalista, di cui fa tuttora parte.

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.