C’è una priorità: contrastare il fascismo (di Meloni e di Vannacci)

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Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)

Sarebbe un grave errore sottovalutare il potenziale politico di Roberto Vannacci, l’ex generale che tre anni fa ha deciso di calcare la scena politica italiana. La storia degli ultimi decenni insegna, infatti, che parole d’ordine anche molto semplici, non importa se sottintendono promesse illusorie, possono risultare assai efficaci per conquistare il voto di una parte consistente dell’elettorato. Berlusconi esordì nel 1994 con lo slogan “meno tasse per tutti” ed ebbe oltre 8 milioni di voti (il 21% del totale) sino a conquistarne 12 (33%) nel 2008 con il Popolo delle libertà. Due anni più tardi Matteo Renzi si è preso la scena predicando alla Leopolda un’improbabile “rottamazione” e, divenuto segretario del PD, ha portato quel partito a superare il 40% dei suffragi alle elezioni europee del 2014. Inneggiando a una quanto mai ovvia “onestà” in politica Beppe Grillo ha portato al suo Movimento quasi 9 milioni di voti (26%) nel 2013 e 11 milioni (33%) nel 2018. “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana!”, in sostanza una versione aggiornata del motto d’antan “dio, patria e famiglia”, ha consentito a Giorgia Meloni di essere al governo di questo Paese grazie ai 7 milioni di voti (26%) ottenuti alle elezioni politiche generali del 2022.

La remigrazione è una formula che può diventare altrettanto efficace nella caccia al voto dell’elettore italiano, sempre più impoverito, sempre più confuso e alla perenne ricerca di un salvatore. Per odiosa e inverosimile che sia, questa ricetta promette di liberare le città dall’accattonaggio, di confinare paura e miseria dietro i rassicuranti schermi televisivi, di sradicare ogni forma di violenza dalla società e persino di creare nuove opportunità di lavoro per gli italiani che oggi ne sono privi. L’esperienza mostra che non è facile combattere, argomentando con la ragione, uno slogan persuasivo per la pancia. Confidare che Vannacci e il suo Futuro Nazionale non diventino presto una delle gambe più robuste della destra italiana, pur nel contrasto che dovremo farne, sarebbe molto ingenuo. Se alle prossime elezioni Meloni dovesse essere riconfermata premier con il determinante appoggio di Vannacci, l’imperfetta democrazia italiana correrebbe un rischio che potrebbe esserle fatale. L’Italia entrerebbe a far parte di quel non ristretto club di nazioni dove il voto rappresenta l’ultima, irrilevante parvenza di democrazia. Si stima che oltre sei miliardi di persone, i tre quarti della popolazione mondiale, vivano oggi in regimi totalitari. Già alle porte di questo continente con mille peccati mortali premono Russia e USA, i giganti del vecchio e del nuovo autoritarismo, che infatti non lesinano diretto e manifesto sostegno alle destre estreme radicate in ogni paese europeo.

Se questa è la posta in gioco non è affatto retorico il riferimento ai Comitati di Liberazione Nazionale nati a partire dal 1943 per combattere il fascismo. Come sappiamo, attorno ai CLN si strinsero, pur fra mille difficoltà e non poche incomprensioni, uomini e donne delle più varie correnti politiche, divisi persino nella scelta fra monarchia e repubblica. C’era anche chi auspicava un ritorno all’età liberale pre-fascista e chi propugnava una democrazia più avanzata; e neppure fra quest’ultimi c’era totale identità di vedute. Una lezione di cui la sinistra dovrebbe oggi tener conto. Solo la più ampia convergenza delle forze che si oppongono a Meloni e a Vannacci, senza alcuna preclusione, sondaggi alla mano, può preservare l’Italia dal nuovo, incalzante fascismo.

Gli autori

Pino Ippolito Armino

Pino Ippolito Armino, ingegnere specializzato in economia e informatica, è membro dell'Officina dei Saperi e dell'Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (ICSAIC). È autore di numerosi saggi e collabora con “il manifesto” e “Left”.

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