Costruire un progetto partecipato

Download PDF

Nel suo intervento alla recente assemblea di Volere la Luna, Tomaso Montanari ha accennato alla necessità per la Sinistra di avere un programma, ma ha poi precisato l’idea specificando che serve un progetto. Che differenza c’è, nella percezione diffusa, tra programma e progetto? Ogni volta che si avvicinano le elezioni, tutte le formazioni si presentano con un programma, scritto per catturare il favore degli elettori. Quelle pagine, che a volte superano il centinaio, sono piene di promesse in massima parte scontate, perché tutti, dalla destra al centrosinistra, si dichiarano intenzionati a contrastare squilibri e inefficienze oltre a soddisfare i bisogni più importanti, agendo secondo gli interessi della maggior parte della popolazione. Ben pochi elettori perdono tempo a leggere quei programmi, che hanno una concretezza inversamente proporzionale alla vastità del territorio a cui si riferiscono: infatti, in un comune medio o piccolo, un programma amministrativo dettagliato può servire a dimostrare che si conoscono le necessità locali più urgenti e che si ha la capacità di affrontarle. Al contrario, per le elezioni politiche a livello nazionale, ciò che fa la differenza è il progetto, per lo più non dichiarato, perché implica il chiarire da che parte si sta, qual è l’idea del futuro da costruire e dove si possono trovare le risorse necessarie. Se si provano a individuare sinteticamente le differenze tra il progetto delle destre e quello del centrosinistra, emerge, pur con consistenti distanze sul piano dei diritti democratici e civili, la sottomissione a modelli economici simili.

Ma in cosa consiste il progetto della Sinistra? Certo non lo si può costruire a tavolino, sommando, come si fa per i programmi, gli apporti di ciascun componente di un’eventuale alleanza elettorale e sorvolando sulle differenze: un vero progetto richiede ampia adesione, fondata sull’ascolto e la partecipazione. Movimenti popolari e manifestazioni forniscono un sostegno indispensabile, a cui si deve sommare una solida capacità di elaborazione, che non è scontata. La sequenza generalmente considerata necessaria per la costruzione di un progetto è la seguente: a) analisi dello scenario che, oltre comprendere la valutazione delle forze in campo, ormai non può prescindere dalla situazione economica e ambientale a livello europeo e mondiale, con i suoi riflessi sul nostro Paese; b) individuazione degli obiettivi, definendo le priorità tra i bisogni da soddisfare, insieme alla necessità di ristabilire le pratiche di convivenza democratica e di far prevalere gli interessi collettivi su quelli privati o corporativi; c) valutazione delle risorse disponibili, che comprendono quelle economiche (dove si trovano i soldi e quanti sono), insieme all’indispensabile capacità di coinvolgere gran parte della cittadinanza nella progressiva attuazione del progetto; d) elaborazione della strategia, come risultato dei passaggi precedenti sommati all’esperienza storica, che permette di individuare cosa ha buone probabilità di funzionare o, viceversa, comporta rischi e limiti già evidenziati in passato. Dalla strategia discendono poi le decisioni tattiche, che consigliano cosa è opportuno fare nel breve periodo, anche attraverso mediazioni e scelte comunicative favorevoli a indirizzare la pubblica opinione.

Pur avendo nella partecipazione allargata la fonte principale di ispirazione e di legittimità del progetto, è illusorio pensare che questo si costruisca automaticamente, come somma di tanti contributi spontanei. La maggior parte delle persone, concentrata su necessità e aspirazioni quotidiane del proprio nucleo familiare e del proprio ambiente di lavoro, non è attrezzata per proporre cosa si può fare per modificare la situazione generale, pur considerandola sbagliata e ingiusta. È soltanto sulla base di idee ben costruite e ben comunicate che anche chi non è direttamente impegnato nell’attività politica o nello studio dell’economia e della società riesce a dare il proprio contributo, confermando se quelle idee corrispondono alla propria sensibilità ed esperienza. In altri termini, senza proposte avanzate da qualcuno, non in modo rigido, ma necessarie per un percorso di messa a punto, non si va da nessuna parte.

Da ciò discende la responsabilità specifica dell’area intellettuale, che deve fornire informazioni corrette e utili, analizzare la situazione con competenza ed esporsi nel proporre alternative. A ciò va aggiunta una presenza diffusa sul territorio da parte di attivisti in grado di sollecitare il dialogo e le adesioni, oltre a saper organizzare e gestire le manifestazioni di piazza. Nonostante la dimensione molto ridotta delle residue formazioni della Sinistra, un po’ di sedi sparpagliate per lo Stivale esistono ancora. Se a queste potessimo aggiungere quelle di tante associazioni e gruppi impegnati su temi specifici, ma che fanno parte dell’attivismo democratico e di sinistra, la rete territoriale non sarebbe del tutto insufficiente. Per valorizzare queste presenze attive, è però indispensabile abbattere il muro delle diffidenze reciproche, che rendono difficile la confluenza in un progetto complessivo anche da parte di chi si ritrova spalla a spalla in tante manifestazioni di piazza: contrasto a guerre e genocidi, diritto al dissenso, difesa dell’ambiente, retribuzioni adeguate e servizi pubblici efficienti sono tra i pilastri indispensabili per la costruzione di un futuro decente.

Il cambio di marcia richiede un altro passaggio, in direzione della concretezza. Nella cultura manageriale, e in particolare nella formazione dei “Bocconiani”, è ben presente il criterio del problem solving. In un campo dominato dal potere capitalistico e dall’invadenza del neoliberismo, la soluzione dei problemi è relativamente chiara e poco condizionata da dettami etici: per la grande impresa privata gli obiettivi principali sono gli utili e le quotazioni in Borsa, insieme alla capacità di condizionare a proprio favore le decisioni pubbliche. Invece in politica, così come nelle istituzioni e nei servizi pubblici essenziali, l’attitudine ad affrontare gli ostacoli individuando possibili soluzioni è condizionata da numerosi fattori, anche in contrasto tra loro, ma questa capacità risulta ancor più necessaria.

Purtroppo, sono molti coloro che a ogni livello, compreso quello direzionale, insistono nell’elencare i vari problemi da risolvere e si fermano lì. Questo succede soprattutto dove non c’è contatto diretto con il pubblico per rispondere a necessità urgenti: un medico in corsia risolve problemi in continuazione, mentre il dirigente dell’ASL non vede nemmeno i pazienti e si barcamena tra pressioni contrastanti. Un’attività politica chiusa nel perimetro dei sostenitori, e che non si immerge nei molteplici problemi della vita quotidiana, tende inevitabilmente a limitarsi al commento critico delle storture più evidenti, esprimendo opinioni tanto corrette quanto inefficaci. Persino nelle riunioni, spesso chiamate impropriamente assemblee o seminari, ciascuno fa il proprio intervento anche fuori tema, e si arriva raramente a conclusioni operative, che permettano di stabilire un punto di avanzamento concreto, confermato a maggioranza. Per la costruzione del progetto della Sinistra è inoltre necessario tracciare il perimetro che lo definisce, anche per contrastare i frequenti equivoci diffusi dai media, a vantaggio dei nostri avversari.

La premessa, sul piano filosofico, sta nel ritenere che l’unico modo per raggiungere un vero benessere richieda la sua più ampia condivisione, attraverso l’uguaglianza generalizzata dei diritti e il soddisfacimento, per tutti, dei bisogni fondamentali e di quelli collettivi. La consapevolezza delle esigenze da parte di ciascuno si estende per cerchi concentrici: prima ci sono quelle individuali, poi quelle familiari, della comunità lavorativa e territoriale, poi ancora quelle del Paese in cui si vive. Il passaggio ulteriore, più che mai urgente, comporta l’estensione di questa consapevolezza non soltanto all’intera comunità umana, con un internazionalismo attivo, ma anche alla natura che ci circonda e ci permette di vivere. Si tratta di una visione pienamente laica, in quanto sostenuta da un’evidenza che possiamo definire “scientifica” e, ormai, anche dal buon senso (non sufficientemente diffuso).

Se passiamo alla scelta di campo, con la conseguente individuazione degli avversari, l’anticapitalismo è l’elemento distintivo della Sinistra, nella sua caratterizzazione storica e nella sua evoluzione più recente. Da sempre, ricchezza e potere si sono rinforzati a vicenda, basandosi sul possesso dei corpi, dei terreni, degli eserciti, della tecnica etc. Oggi a quello si sovrappone il dominio della sfera immateriale, che produce una concentrazione di ricchezze mai vista prima, con un potere reale capace di mascherarsi dietro a quello politico al suo servizio. Con il neoliberismo (o ultraliberismo) si arriva a superare il teorema della libera concorrenza, schiacciata da interessi finanziari spersonalizzanti e dalla capacità di scaricare sulla collettività i fallimenti dei super capitalisti. Finalmente a sinistra si incomincia a riconoscere la necessità di salvaguardare le piccole e medie imprese, la cui presenza è necessaria sui territori e che, se inserite in un corretto sistema di regole, diffondono occasioni di lavoro. Si è invece del tutto tralasciata l’importanza che potrebbero avere le cooperative, se fossero riportate al loro senso originario, con l’effettiva partecipazione di lavoratrici e lavoratori. Mentre si celebrano, giustamente, le lotte e la resistenza della GKN, si permette che molte finte cooperative servano a mascherare situazioni di sfruttamento estremo, attraverso appalti e subappalti, commissionati anche da enti pubblici.

Quale denominazione è adeguata a questo progetto aggiornato? Il comunismo, ancora sbandierato da alcune formazioni come chiaro elemento identificativo, si porta dietro parecchi equivoci, difficili da superare per chi non ha una lunga militanza alle spalle. Nella sua interpretazione marxiana, il comunismo, che comporta il superamento dello Stato tradizionale attraverso il soddisfacimento generalizzato dei bisogni, non si è mai realizzato. Si sono invece condivisi recentemente i risultati delle ultime riflessioni di Karl Marx, che riuscì, con grande lungimiranza, a prevedere i limiti della crescita. Ne parla diffusamente il filosofo giapponese Kohei Saito, nei suoi libri di grande successo Il capitale nell’antropocene e L’ecosocialismo di Karl Marx. È appunto il termine ecosocialismo quello che appare più adeguato alla realtà attuale e al futuro prossimo. Con l’indebolimento della condizione operaia come forza politica d’opposizione, serve estendere la percezione delle urgenze, superando quelli che erano ben definiti rapporti di classe. I giovani sono già oltre, perché ciò che li unisce è la consapevolezza di un futuro minaccioso per tutte e tutti. Sappiamo bene che forza hanno i nostri avversari e lo hanno ben compreso anche i giovani: è ora di attrezzarsi, tutti insieme, per una “lotta dura, senza paura”, come si gridava una volta nei cortei.

Gli autori

Franco Guaschino

Franco Guaschino, laureato in Scienze Politiche, ha lavorato soprattutto nella comunicazione visiva. Prima fotografo, poi regista e produttore, ha realizzato documentari, filmati promozionali e qualche opera di finzione. Negli ultimi dieci anni di attività si è dedicato alle montagne, nel quadro di quello che si chiamava “Laboratorio dello sviluppo sostenibile”. Da qualche anno in pensione, vive in una casa in mezzo ai boschi, sulla montagna sopra Torre Pellice.

Guarda gli altri post di:

One Comment on “Costruire un progetto partecipato”

  1. Ci sono momenti in cui il presente sembra chiuso, come se tutto fosse già deciso altrove. Guerre raccontate come inevitabili, disuguaglianze come naturali, precarietà come destino individuale. In questo clima molti pensano che non ci sia più spazio per cambiare davvero. Eppure in ognuno esiste una parte che non coincide con ciò che è già stato definito: una forza discreta che rifiuta l’idea di un mondo immobile e cerca un varco anche quando tutto sembra bloccato.
    Questa tensione non è fuga, ma un modo diverso di guardare la realtà: non come un insieme di fatti compiuti, ma come un campo di possibilità. Ogni situazione contiene elementi trasformabili; ogni ingiustizia può essere contrastata; ogni condizione sociale può essere ripensata. Chi oggi lotta per diritti, libertà e dignità non è ingenuo: ha capito che il mondo è una domanda aperta e che le risposte nascono dall’agire umano, non dall’alto.
    Cambiare la società significa cambiare anche noi: non basta desiderare giustizia se non costruiamo relazioni che la rendano viva. Servono luoghi in cui pensare insieme, comunità che sostengono, idee che aprono il presente, giovani che non si accontentano e adulti che non smettono di credere nel possibile.
    Il futuro non è tracciato: è un compito che riguarda tutti. Ogni gesto di solidarietà, ogni parola che rompe il silenzio, ogni scelta che rifiuta l’ingiustizia contribuisce a costruire ciò che ancora non c’è, ma può nascere.

Comments are closed.