Il senso del non voto. Nell’attesa di un’alternativa

Le elezioni europee hanno confermato, al di là del dato numerico, l’egemonia della destra. Il loro esito, inoltre, ha assunto una rilevanza che va oltre il nuovo assetto dell’Europa. Lo senario politico ne esce, anche sul versante nazionale, profondamente segnato. All’analisi dei risultati abbiamo dedicato, nell’immediato, due ampie analisi di Marco Revelli (https://volerelaluna.it/commenti/2024/06/13/elezioni-a-che-punto-e-la-notte/ e https://volerelaluna.it/commenti/2024/06/19/europa-occidente-il-canto-stonato-delle-anatre-zoppe/) e un primo intervento di Livio Pepino (https://volerelaluna.it/controcanto/2024/06/17/dopo-le-europee-la-necessita-di-un-dibattito-senza-reticenze/) teso a mettere sul tappeto alcune questioni aperte. La situazione interpella, peraltro, anche noi di Volere la Luna e i gruppi e movimenti che compongono il variegato arcipelago che ci ostiniamo a chiamare sinistra alternativa. Che fare? La domanda di sempre richiede oggi analisi particolarmente accurate e risposte all’altezza dei tempi bui che stiamo vivendo, in cui all’ormai consolidata vittoria del mercato si affiancano, in Italia, il consolidamento di una svolta autoritaria che non tollera dissenso e, sul piano internazionale, una guerra mondiale “a pezzi” che rischia di degenerare in guerra nucleare. Abbiamo, dunque, deciso di aprire, sul punto, un dibattito franco e – lo speriamo – capace di non fermarsi all’esistente e di individuare nuove modalità e nuove strade da percorrere. Le analisi e le proposte pubblicate rappresenteranno uno sforzo collettivo ma saranno tra loro assai diverse e impegneranno, per questo, solo i loro autori. Poi, a suo tempo, forti del confronto realizzato, proveremo a trarre delle conclusioni, magari in un’iniziativa di carattere nazionale su cui stiamo cominciando a ragionare. (la redazione)

I dati dell’affluenza definitiva alle urne ci dicono che in Italia per le elezioni europee ha votato il 49,69% degli aventi diritto. Il dato più basso mai registrato. Siamo scesi sotto la soglia del 50%, soglia simbolica e non solo visto che in Italia l’unica importante pratica di democrazia diretta, quella referendaria, è valida soltanto se partecipa alla votazione la maggioranza degli aventi diritto. Non si tratta di ponderare e sottolineare le evidenti differenze tra referendum abrogativo ed elezioni: il dato su cui bisogna riflettere è se quella soglia simbolica del 50% possa mettere in forse, anche nel caso delle elezioni, l’idea che il voto sia davvero espressione della volontà popolare, limitandosi esso ad essere, di fatto, l’espressione di una minoranza.

Mi sembra che nell’analisi del voto delle ultime elezioni europee si dovrebbe obbligatoriamente partire dalla forte percentuale di astensioni e riportare i consensi ottenuti dai partiti alla loro effettiva consistenza. Da questo punto di vista Meloni, la Trionfatrice, rappresenta il 14,4% dei votanti, Schlein il 12% e via discorrendo. Se sommiamo ai voti di Fratelli d’Italia quelli degli alleati di governo arriviamo al 47,42% (cioè al 24% scarso degli aventi diritto) mentre le forze attualmente all’opposizione in Parlamento arrivano al 47,91%; se aggiungiamo il 2,21% di “Pace terra libertà” ci avviciniamo al 50% (cioè al 25%), ancorché questo sia un ragionamento ipotetico, che mette insieme gli inconciliabili (ah, l’Italietta!) Stati Uniti d’Europa (3,76%) e Azione (3,35%). Questo è il Paese reale, diviso a metà tra votanti e non votanti e diviso ulteriormente a metà tra coloro che hanno espresso il voto a favore dei partiti al governo e coloro che hanno scelto i partiti di opposizione. In termini assoluti Fratelli d’Italia ha perso 600.000 voti: perciò mi chiedo perché continuare ad affermare che in Italia abbiano vinto le destre. La verità è che in Italia si è affermata, con la percentuale del 50,31% la massa popolare che non è andata a votare per il Parlamento europeo.

Tra coloro che questa volta hanno scelto di non votare ci sono anch’io e non soltanto per il fatto che gli schieramenti politici in campo non rappresentavano il mio punto di vista. Mi sono ricordata del percorso che ha portato, nel 1979, alla nascita di questo Parlamento europeo. A tratti – con la visceralità frammentaria che guida la memoria involontaria, ma che ci riporta fresco alla memoria il passato che crediamo di aver razionalizzato e archiviato in bell’ordine – mi sono tornate alla mente le grandi e impotenti arrabbiature che mi hanno preso dopo la lettura di certi documenti dell’Unione, dalla Direttiva Bolkestein al Trattato di Maastricht, dal Trattato di Lisbona a tutti i protocolli che parlano con lingua bifida, facendo uso di un linguaggio blandamente progressista per poi, di fatto, mettere in ginocchio il popolo. Sopratutto mi sono ricordata di alcuni effetti concreti dell’intervento europeo nella vita dei singoli Stati: il passaggio all’euro che, nel nostro Paese, non è stato governato per nulla (a volte si ottiene meglio l’effetto voluto non governando), quell’insultante definizione di Paesi PIIGS usata per Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna (mentre i “virtuosi”, per esempio Paesi Bassi e Lussemburgo, noti paradisi fiscali, sottraggono anche a noi notevoli risorse). Mi è tornata in mente la tragedia della Grecia dopo la crisi mondiale del 2008 e il barbaro, durissimo trattamento che l’UE ha riservato a quel Paese. E poi i due “salvatori della Patria” che l’Unione ha regalato all’Italia: il primo, l’”uomo in loden”, che dichiarava un milione di euro all’anno, richiedeva sacrifici a lavoratori malpagati e imponeva una dissennata riforma pensionistica i cui danni sono evidenti tuttora; e il secondo, anche questo accolto con il plauso che dovrebbe essere riservato ad un eroe filantropo e non certo a uno spregiudicato banchiere che ha dato il suo contributo personale a far versare lacrime e sangue al popolo greco, compromettendo la tenuta democratica di quel Paese. Infine, da questa sorta di cauchemar ad occhi aperti, è emerso un film di Lars von Trier, Il grande capo. La vicenda che il film presenta è presto detta: il proprietario di un’azienda finge di essere il portavoce e l’uomo di fiducia del “grande capo”, che i dipendenti non hanno mai visto. L’azienda sta per essere venduta e qui le cose si complicano: non basterà all’impostore assumere un attore per fargli interpretare la parte del “grande capo” per passarla liscia. Spostare le decisioni politiche ed economiche in un “altrove” può fare molto comodo a chi quelle decisioni deve gestire: “lo vuole l’Europa” è stato il motto bugiardo che i nostri scialbi e incapaci governanti hanno usato spesso per difendere posizioni indifendibili. Insomma: forse è venuto il momento di dire “no” ad ogni “grande capo”. Perché devo contribuire con il mio voto a legittimare un Parlamento europeo i cui atti sfuggono completamente al controllo popolare? Sinora l’Europa soggetto forte nello scenario mondiale non l’abbiamo vista; non abbiamo visto l’Europa dei popoli, mentre l’Europa delle banche è sempre stata ben presente. Perciò, non votare per il Parlamento europeo lo considero un atto, pur minimo, di disobbedienza civile: tutto quello che di buono la solidarietà tra Stati europei potrebbe fare, lo si potrebbe ottenere senza tenere in piedi una farraginosa e costosa megamacchina parlamentare.

Comunque è certo che la mancanza di prossimità allontana i cittadini dall’esercizio del diritto-dovere del voto. Più che temere i rigurgiti neo-fascisti e neo-nazisti c’è da temere l’indubbia lontananza tra la politica e i cittadini. Dove risieda l’origine di tale lontananza è la prima domanda che le persone che fanno politica attivamente dovrebbero porsi. I piagnistei che abbiamo sentito dopo le elezioni (Oh, l’avanzata delle destre! Oh, l’astensionismo!) e, peggio ancora, i peana innalzati a presunte vittorie non ci aiuteranno a risolvere un problema di rappresentanza che ammette una sola soluzione, per quanto difficile da praticare: tendere all’omnicrazia, che non vuol dire realizzare il paradiso in terra, ma cercare di dare a tutti diritto (vero) di parola, quel diritto da troppo tempo sostituito dall’abuso, perpetrato dai nostri politici e consolidato dai grandi mezzi di comunicazione di massa, del parlare a vanvera. Contro l’Europa della finanza e dei politici di professione si dovrebbe recuperare una preziosa eredità dell’Illuminismo e parlare di nuovo di cosmopolitismo; oggi, per molti motivi, dovremmo aspirare ad una dimensione planetaria non ignorando la dimensione locale. Il binomio locale/globale è troppo presto divenuto una formula vuota: ritengo invece potrebbe guidarci nella direzione giusta.

Insomma, si tratta davvero di andare strada per strada, azienda per azienda e cercare di ricostruire un dialogo interrotto da troppo tempo e in nessun tempo mai abbastanza forte. Non è sufficiente, come ha fatto il PD, scriverlo sulla tessera. Bisogna farlo e per farlo è necessario fare, noi tutti ma in primo luogo i nostri rappresentanti, una severa autocritica e sostituire idee e valori positivi e concreti alla paura dell’avanzata delle destre e al mito dell’antifascismo (valore rispettabilissimo, l’antifascismo, e da non dimenticare mai, sino a quando non si metamorfizza in un mito che ci allontana dalla necessità di affilare le armi contro l’attuale autoritarismo). Per intenderci, due esempi: sostituire alla richiesta di salario minimo (in cambio di un lavoro servile) la riduzione drastica dell’orario di lavoro a parità di salario; avere finalmente il coraggio di dire, senza distinguo, un “no” secco alla guerra, alla produzione e al commercio di armi. Non abbiamo bisogno di illusioni e di false promesse, abbiamo bisogno di senso – vale per tutti, ma in particolare per i più giovani, cresciuti in questa malsana società dello spettacolo, in questo crepuscolo in cui si riesce a stento ad orientarsi. Se chi, a sinistra, ha l’ambizione di rappresentare altri cercherà di avanzare proposte sensate (il che non vuol dire “compatibili con l’esistente” ma comprensibili da tutti e nettamente migliorative dell’esistente) forse si uscirà dal pantano in cui ci troviamo. La destra si afferma perché fa leva sul sentimento della paura e attorno a questo costruisce una comunità livida e rancorosa. Lasciamoli alle loro passioni tristi e difendiamo altri valori: la pace contro la guerra, la giustizia contro il sopruso, la cultura contro l’ignoranza, la gentilezza contro il pugno e lo schiaffo, la sobrietà contro lo sciupio e lo spreco, la difesa del “qui e ora” contro una politica dei “due tempi” sempre a danno del popolo. Se inizierà un nuovo corso, in molti torneranno a votare. Magari anch’io: per questa volta, ad un voto che mi appariva privo di senso ho preferito il senso del non votare.

Gli autori

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.

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