Il ballottaggio a Firenze: votare o non votare?

«Ai migliori manca ogni convinzione, mentre i peggiori | Sono pieni di appassionata intensità». Osservando come la mia città, Firenze, si avvicini al ballottaggio tra la candidata del Pd e quello dell’estrema destra, viene in mente questo celebre verso di Yeats. Una stampa servile si affanna a descrivere differenze di programma che invano si cercano rovistando tra le dichiarazioni dei due mediocrissimi concorrenti: una ricerca che fa scemare ancora una qualsiasi convinzione, quando per esempio si legge (con infinito imbarazzo) che è il secondo a contestare una privatizzazione e quotazione in borsa dei servizi pubblici, che invece la prima propala, e difende… (https://firenze.repubblica.it/cronaca/2024/06/14/news/firenze_elezioni_funaro_schmidt_multiutility_renzi_pd_iv-423230311/).

Non sono uguali, sia chiaro. Anche se l’antropologia è simile, la ‘visione’ non opposta, il (non) progetto pericolosamente prossimo. Se a Roma il ritorno dei fascisti al governo significa un pericolo mortale per Costituzione e democrazia, il loro già governare Pisa, Siena, Grosseto, Pistoia, Arezzo e altre città ancora nella Toscana che fu antifascista, non ha provocato sfaceli, ma ‘solo’ una discesa di altri scalini verso l’inferno. Non una discesa da poco: soprattutto perché il conto di questo ulteriore smottamento a destra (e che destra!) è pagato dai più fragili, dagli ultimi, dagli indifesi, dai migranti, dai diversi, dai poveri: abbandonati e disprezzati da chi governa oggi Firenze, ma perfino perseguitati da chi potrebbe governare domani. Tuttavia, come dimenticare che la candidatura di Sara Funaro è stata decisa proprio per la sua grigia e obbediente continuità con il governo di Dario Nardella? Un sindaco che approvò con entusiasmo i daspo urbani per i poveri decisi in prefettura; che si è fatto riprendere su una ruspa mentre spianava un campo nomadi, dichiarando che «la bandiera della legalità non si può lasciarla solo alle destre», e che promette di agire contro le «occupazioni abusive, soprattutto se molto impattanti, che colpiscono la proprietà privata o l’interesse pubblico»; uno che ha invitato Marco Minniti a chiudere un convegno ispirato a La Pira sul tema «migrazioni tra le sponde del Mar Mediterraneo. Come le città possono contribuire nella definizione di nuove politiche migratorie e collaborare per un effettivo rispetto dei diritti umani fondamentali», convinto (sono parole di Nardella) che Minniti sia «l’unica figura che può mettere a nudo l’inaffidabilità di Salvini e del suo governo, proprio perché ha dimostrato che argomenti come la legalità e l’immigrazione possono essere affrontati seriamente e con più efficacia anche dalla sinistra». È la piena continuità con tutto questo che Elly Schlein è venuta a benedire a Firenze, negando l’evidenza con un cinismo sconcertante: «Sara Funaro ha già dimostrato di sapere dove mettere le mani per cambiare in meglio la vita di Firenze, che è una città ben governata. È stata una grande amministratrice ed è la migliore candidatura possibile, sarà sindaca». Una minaccia, più che una promessa…

È votando questa roba che fermeremo il fascismo? O non ci stiamo invece scavando la fossa da soli, alimentando da anni questo orrendo senso comune? E ancora: questo perpetuarsi del ricatto, questa stanca sopravvivenza di una ‘sinistra-di-destra’ che si fonda sulla paura, questi voti dati con l’urto di vomito, tutto questo cosa può costruire di buono? Non prepara forse uno schianto più forte, quello che inizia ad avvenire in tutta Europa? Non sarà allora peggio per tutti, anche per gli ultimi? Una Firenze ‘salva’ non contribuirà a chiudere ancor più gli occhi alla già pressoché cieca classe dirigente di un Pd, che rischierebbe così di perdere la regione Toscana (eventualità già ora assai probabile), con danno assai più grande proprio degli ultimi? E, ancora: è sensato combattere il fascismo continuando a tenere in vita il sistema che di fatto crea consenso per il ritorno del fascismo, perché fa sembrare la democrazia un fallimento e una truffa? Un sistema politico che, abbandonando ogni progetto, si è genuflesso al mercato e alla sua forza brutale, lasciando che fossero distrutte eguaglianza e giustizia sociale, espellendo lavoratori e abbracciando la rendita, devastando il territorio e praticando la politica come un sistema chiuso di potere. Andare a votare per Sara Funaro significa dire: ‘grazie, continuate così, e fatelo anche a nome mio’. Ampliate l’aeroporto, quotate in borsa servizi privatizzati, svendete ancora lo spazio pubblico, aumentate il flusso turistico, cementificate, reprimete le proteste, cacciate i poveri, inneggiate alla repressione… A pensarci, vengono le vertigini.

Non andare a votare, o annullare la scheda, o lasciarla bianca, dunque? In queste ore gli osservatori più attendibili ci dicono che se i votanti di Funaro al primo turno tornassero a votare, basterebbero ad eleggerla. Bene, uno pensa: che lo facciano loro, visto che ne son convinti. Ma poi, inizia a rodere un tarlo: e se non ci tornassero? E se anche Firenze finisse, magari per un pugno di voti, in mano a questi orrendi fascisti? Dietro la mediocre, incolore figura del direttore tedesco ci sono i piccoli gerarchi fiorentini, repellenti anche solo a sentirne la voce. Ecco, allora: pensiamo a questa possibilità, da cui sempre uno distoglie lo sguardo come si fa con le disgrazie improbabili. Se davvero, stavolta, succedesse, di chi sarebbe la colpa? Non la responsabilità, ma proprio la colpa: quella morale, quella che non fa dormire. Da decenni, ormai, a sinistra funziona così: una classe politica indegna, che rinnega ogni principio, ricatta moralmente elettori che non rispetta, e che non ascolta. Rovescia su di loro ogni responsabilità, in un depistaggio indecente quanto efficace. Davvero se Firenze passasse a destra sarebbe colpa di coloro che da decenni denunciano questo possibile esito, condannano le politiche di destra commesse da una sedicente sinistra, propongono alternative, si spendono in ogni modo per un cambiamento? No, questo davvero è troppo: se Firenze dovesse passare a destra non sarebbe merito di questa destra oscena, né responsabilità degli elettori di sinistra astenuti, ma solo colpa (e colpa gravissima) di chi governa questa città da decenni senza uno straccio di progetto, di giustizia, di senso morale.

È diffusa, a Firenze, una crescente insofferenza verso un sistema che, a mezza bocca, sempre più spesso senti chiamare ‘una mafia’. Moltissimi vorrebbero cambiare. Come il Renzo dei Promessi sposi, che «aveva così poco da lodarsi dell’andamento ordinario delle cose, che si trovava inclinato ad approvare ciò che lo mutasse, in qualunque maniera». In qualunque maniera, pur di cambiare: confesso che se a competere contro lo stato delle cose fosse una destra antifascista e costituzionale, una destra democratica e compassionevole, sarei quasi (quasi) tentato di votarla perfino io. Perché in fondo la visione del mondo sarebbe assai vicina a quella di chi governa ora la città, e almeno ci sarebbe un sano cambiamento in questa ossificazione clanica del potere.

E, tuttavia, quella destra non c’è: esattamente come non c’è una sinistra che stia dalla parte degli ultimi, e lotti per cambiare lo stato delle cose. Ed è per questo che al primo turno la maggioranza assoluta (150.980) degli aventi diritto al voto a Firenze (che sono 288.571) ha detto (con l’astensione, o con altri voti) che non vuole sindaco né Funaro (che ha preso 78.126 voti) né Schmidt (59.465). E ora, una legge elettorale che è il contrario della democrazia trasformerà una minoranza (una esigua minoranza: meno di un terzo) in maggioranza, con la retorica falsa e bugiarda del «sindaco di tutti». E dunque, sgomberato il campo dai sensi di colpa, rimane il dilemma politico: cosa sia giusto fare, in questo ballottaggio tra due diversi ‘peggio’. Non credo che nessuno sia in grado di indicare una scelta come ‘doverosa’, o di riprovarne un’altra come ‘indegna’: certo non lo sono io, che, morettianamente, «rappresento a malapena me stesso». Ci sarà da star male in qualunque modo: sia votando, sia non votando (come sono più propenso a fare). Mentre provo a maturare una sofferta scelta personale, sento crescere la solidarietà con i compagni e le compagne di sventura che prenderanno l’una, o l’altra, decisione.

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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4 Comments on “Il ballottaggio a Firenze: votare o non votare?”

  1. Abito a Verona, dove il nero va molto, molto di moda.
    Ma se abitassi a Firenze, perso per perso, andrei a votare scrivendo sulla scheda: “Funaro e PD la sinistra è un’altra cosa”.
    Almeno, se vincerà la destra fascista, Funaro e PD sapranno perché, sperando che il tarlo cominci a rodere loro.

  2. Eh sí, molto vero. Il solito votare tappandosi il naso per evitare che entri la puzza dei sensi di colpa. Ma non votare, comunque, non basta perché mette plasticamente in risalto la percentuale di coloro che non sono riusciti ad organizzare un dissenso costruttivo

  3. Con il PD -che in sostanza a Firenze ha il ruolo del partito di destra- resterebbe almeno possibile un minimo di contraddittorio anche per la Firenze Che Non Conta. La controparte non fa mistero alcuno di voler togliere la terra sotto i piedi alla Firenze che conosco e che frequento da sempre.
    Il signor Schmidt ha avuto il compito di rendere presentabili ciurme e programmi che presentabili non sono e che sapevano benissimo di non esserlo, tant’è che i ben vestiti che per cinque anni hanno lordato ovunque coi loro comunicati stampa (a tanto si è limitata la loro azione politica) stanno osservando da mesi un sostanziale silenzio.
    Il fatto è che cinque anni da buttare per tollerare lo sporco anche morale dell’esecutivo di Roma, in quale che sia la sua incarnazione locale, non li ho.
    E mi infastidirebbe molto se questo avvenisse grazie agli Oscar Wilde dell’astensionismo.

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