L’8 e il 9 giugno si vota. Per chi?

image_pdfimage_print

Fra pochi giorni si voterà. E vincerà l’astensione. A ruota ci sarà la destra: in tutta Europa, seppur con proporzioni verosimilmente diverse. È solo auspicabile che la destra (questa pessima destra) non stravinca. La cosa, grave sempre, è particolarmente preoccupante nell’attuale momento storico in cui incombe, su tutto, la guerra. Si tratta, dunque, di elezioni importanti, anche se circondate da una tensione mai così ridotta. Dare indicazioni di voto è fuori dalla mission di Volere la Luna, che ha deciso di operare su altri piani, e, dunque, ce ne asterremo, come abbiamo fatto nelle precedenti tornate elettorali. C’è peraltro al nostro interno – come ovvio – un confronto aperto e plurale. Di esso sono espressione i contributi di Livio Pepino e Tomaso Montanari qui pubblicati. Sono contributi che impegnano solo i loro autori, ma crediamo che i temi in essi prospettati ci accompagneranno nel dopo elezioni. Nella speranza che alle prossime scadenze la sinistra (quel che di essa ancora resta o quanto di nuovo nascerà) arrivi più preparata di oggi. (la redazione)

Ancora una volta arriviamo alle elezioni impreparati, divisi, demotivati.

Non dovrebbe essere così. Per una pluralità di ragioni. Anzitutto perché l’Europa, e dunque tutti noi, siamo in guerra: ai confini orientali e sulle coste del Mediterraneo. Con una partecipazione diretta mai così intensa in termini di schieramento, di fornitura di armi, di impiego di mezzi e (probabilmente a breve) di uomini e di donne. Con una potenza di fuoco e con una crudeltà mai vista, che sta modificando non solo la geopolitica ma la nostra stessa cultura e il senso stesso dell’umanità. Senza prospettive di pace, o anche solo di un cessate il fuoco duraturo, e con l’Europa divisa, balbettante, incapace di iniziativa politica, subalterna alla Nato e agli Stati Uniti. Tutto ciò con il concorso di tutte le forze politiche medio-grandi, senza sostanziali differenze nei singoli Paesi e a livello comunitario tra destra e sinistra, egualmente schierate nel “sostegno all’Ucraina sino alla vittoria finale” e nella fornitura di aiuti (e di armi) a Israele – non scalfita da alcune prese di distanza verbali – nonostante la violenza indicibile spiegata contro Gaza. Non solo. La guerra cementa il pensiero unico liberista che regge l’Unione producendo ovunque una crescita di povertà e disuguaglianza, la trasformazione dello Stato sociale in Stato penale, i passi indietro nelle politiche di contrasto dei cambiamenti climatici e la violazione dei diritti umani più elementari nel governo delle migrazioni (sui confini, all’interno dei singoli Stati e addirittura con deportazioni dei migranti in paesi extracomunitari, attuate o richieste da ben 15 Paesi: Danimarca, Italia, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Romania, Bulgaria, Repubblica ceca, Grecia, Cipro, Estonia, Lituania, Lettonia, Malta e Finlandia). Intanto, esplodono i nazionalismi e le spinte verso il potenziamento della dimensione sovranazionale sembrano riguardare solo “la difesa comune” (sic!).

Il fatto è che su questi punti le differenze tra destra e sinistra, pur esistenti, sono labili e comunque non tali da far intravedere, anche in un orizzonte lontano, un progetto di sviluppo diverso, solo qualche anno fa ancora presente nella “primavera” greca e nel protagonismo delle sinistre in Portogallo e, parzialmente, in Francia. È questo che alimenta, a sinistra, il disinteresse, la demotivazione, la fuga dal voto, anche se l’aggressività e la protervia di una destra che rimette ovunque in discussione gli stessi elementi formali della democrazia dovrebbero produrre l’effetto opposto.

In Italia, poi, ci sono elementi aggiuntivi. Nel confronto elettorale nessuno, o quasi, parla di Europa e il voto sembra ridursi a un (ricercato o temuto) plebiscito su Giorgia Meloni detta Giorgia, mentre il degrado della politica cresce (al punto che il presidente della Regione Liguria, in stato di arresto e, per questo, impossibilitato ad esercitare il proprio mandato, resta tranquillamente, e senza scandalo, al suo posto) e il top dell’interesse della stampa scritta e parlata è riservato ai duetti da varietà di quart’ordine tra la presidente del Consiglio e il presidente della Regione Campania o alle intemperanze e ai canti stonati della improbabile coppia Salvini-Vannacci.

È in queste condizioni che arriviamo al voto. Senza prospettive e senza speranze per chi crede in un’Europa e in un’Italia diverse. E senza il conforto di un’utopia, che ancora c’era 10 anni fa, con la lista dell’Altra Europa per Tsipras, ultimo tentativo degno di nota (seppur naufragato, dopo un risultato elettorale modesto ma non insignificante). Sarebbe troppo facile – come sparare sulla Croce Rossa, verrebbe da dire se l’espressione non evocasse una tragica attualità – descrivere lo sfascio delle forze che ancora si richiamano, più o meno credibilmente, alla tradizione della sinistra: la mancanza di identità del Partito democratico anche con la segreteria di Elly Schlein, l’ambivalenza dei 5Stelle (alla ricerca del ripristino di una verginità non accompagnata da alcuna analisi autocritica dell’esperienza di governo con la Lega), la subalternità al Pd e la sostanziale irrilevanza dell’Alleanza Verdi e Sinistra, la rissosità interna di quel che resta di Rifondazione (pervicacemente impegnata in una operazione prossima alla scissione dell’atomo). Sono cose ampiamente note, dette e ridette.

Ma sono di scarsa rilevanza (o comunque tuttora indecifrabili) anche i due soli fatti nuovi intervenuti in questa occasione: la costruzione della lista “Pace, terra, dignità” e la presentazione, nelle liste del Partito democratico e di Alleanza Verdi e Sinistra di candidati non organici (e talora dissonanti rispetto alla linea politica del partito). La prima operazione, infatti, è costruita intorno a una parola d’ordine chiara e condivisibile, come il rifiuto della guerra e l’apertura di una prospettiva di pace, e ha al suo interno alcuni personaggi credibili per storia e coerenza, ma sconta, insieme al ritardo nella proposta, l’improvvisazione e la precarietà delle alleanze sottostanti con i prevedibili effetti del non raggiungimento del quorum e, nel caso in cui ciò miracolosamente avvenisse, della divisione, il giorno successivo al voto, della rappresentanza eletta. A sua volta la presentazione nelle liste del Partito democratico e di Alleanza Verdi Sinistra di candidati indipendenti o comunque, per ragioni diverse, anomali e personalmente significativi, come Marco Tarquinio, Cecilia Strada, Pietro Bartolo, Ilaria Salis e Mimmo Lucano potrebbe essere un’operazione interessante se avesse una prospettiva di gruppo (come fu l’esperienza degli indipendenti di sinistra nella prima Repubblica) o di trasformazione di tali partiti in contenitori di tipo americano (assai discutibile, certo, e tuttavia, appunto, da discutere), ma che, per il modo in cui è avvenuta, si dimostra un tentativo strumentale e spregiudicato di puro recupero di voti.

In sostanza, ancora una volta, andremo a votare – se lo faremo – in ordine sparso, al solo fine di contenere la vittoria della destra, tappandoci il naso e magari votando nella cabina elettorale in modo diverso da come pensavamo un momento prima, salvo pentircene subito dopo… Eppure dobbiamo scegliere. Personalmente non ho opzioni sicure ma alcuni criteri per orientarmi sì.

Contenere la vittoria della destra è vitale ma non ci si riuscirà senza una proposta alternativa, chiara, forte, coerente e praticabile. Non basta, in altri termini, dire di no alla guerra, all’autonomia differenziata, al premierato, alla svendita del welfare e della sanità pubblica, alle politiche di stop nei confronti delle migrazioni. Ovviamente bisogna farlo ma è necessario, contemporaneamente, trasformare quei no in alcuni punti programmatici. Pochi ma espliciti, comprensibili e aggreganti: come fare la pace, cosa fare invece delle riforme costituzionali per migliorare le condizioni di vita di tutti, quali politiche mettere in atto nei confronti dei migranti, come rilanciare il welfare e ridurre le disuguaglianze. Il prossimo voto europeo e amministrativo deve essere coerente con questa impostazione. E dunque, per quanto mi riguarda:
andrò a votare: perché non voglio lasciare campo libero a questa destra (che è, a livello europeo e italiano, la peggiore del dopoguerra);
non sceglierò un partito o una coalizione in quanto tale: perché non vedo in alcuno/a una proposta politica coerente e innovativa e, insieme, l’idoneità ad essere l’embrione del nuovo soggetto di cui c’è bisogno (che mi ostino a chiamare sinistra). In tutte le ultime elezioni ho scelto, testardamente, la nuova aggregazione che prometteva questa prospettiva. È stato un errore che non ripeterò. I soggetti sedicenti di sinistra – tutti (anche l’ultimo nato, il cui slogan invitante non basta ad occultare i vizi di sempre, emersi già nella fase di raccolta delle firme) – non sono un veicolo per il cambiamento, ma sono – come si dice – una parte rilevante del problema da cui siamo travolti;
sceglierò le persone: non, peraltro, in base alla loro mera credibilità personale (che pure ne è il presupposto). Lo farò tenendo conto di un mix di considerazioni aggiuntive: il fatto, certo, che non portino voti al partito della guerra, ma, ferma questa condizione, anche la loro possibilità di essere eletti/e, la loro disponibilità a lavorare, a partire dal 10 giugno, alla costruzione di un nuovo soggetto e di nuove modalità di rappresentanza, la capacità di tenere aperte – anche con la loro semplice presenza sulla scena elettorale – questioni che in troppi vorrebbero accantonare (elemento quest’ultimo che mi induce – unica scelta certa – a votare per la presidenza della mia Regione una No Tav non pentita e coerente come Francesca Frediani, utilizzando nel resto, probabilmente, un voto disgiunto).

È poco – lo so – salvo l’indicazione per le regionali. Ma ho ancora tre o quattro giorni per riflettere ulteriormente…

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

Guarda gli altri post di:

5 Comments on “L’8 e il 9 giugno si vota. Per chi?”

  1. Stimo Livio Pepino, ma non sono d’accordo con lui.
    Se siamo in guerra, e lo siamo, non è più una questione di destra e sinistra e di “alleanze sottostanti”, di “proposte alternative” e “praticabili”, ma di vita o di morte, di pace o di guerra.
    Tutto ciò che dice Pepino è giusto se fossimo in un tempo normale. Ma qui non c’è più niente di “normale”!
    Stiamo ballando tutti sull’orlo dell’abisso e quello che è drammatico è che non ce ne rendiamo conto. Se vogliamo avere ancora una speranza di salvare l’umanità allora non serve il voto ad un candidato, seppur onesto competente e credibile.
    Il giorno dopo le elezioni quel candidato si confonderebbe nel grigio magma della burocrazia tecnocratica di Bruxell e ne verrebbe subito assorbito diventando irrilevante.
    Quello che serve è una bandiera, la bandiera della Pace. Portiamola in Europa!
    La bandiera della Pace nel Parlamento di questa Europa di guerra sarebbe una speranza per le mamme dei soldati ucraini e russi, per i bambini palestinesi e per le mamme degli ostaggi israeliani. Sarebbe una speranza per tutti i popoli, perché i popoli non vogliono la guerra.
    Pace, Terra, e Dignità vuole provare a portare questa speranza, diamole una chance, diamoci una chance. Solo se riusciremo a fermare la guerra potremo ancora parlare di diritti, di uguaglianza e di progresso civile. La Pace è la precondizione di tutto il resto. E se anche non ci riusciremo, almeno potremo dire di averci provato. Grazie.

  2. Caro Livio,
    comprendo le tue incertezze, però il 9 giugno si deve dare un segnale chiaro per punire il partito unico della guerra. Io spero che Tarquinio sia eletto, ma il risultato sarà che il Pd eleggerà 15/20 deputati schierati per la guerra ed uno solo contrario. Nel partito unico della guerra il PD ci sta a pieno titolo al punto che ha preferito perdere le elezioni piuttosto che correre il rischio di portare al governo una forza politica di scarsa fedeltà atlantica (i 5 stelle).
    Ci sono solo tre liste che si oppongono al partito unico della guerra, 5 stelle, AVS e Pace Terra e Dignità. Hic Rodhus, hic salta!

    1. ciao Mimmo.
      Hai perfettamente ragione, e infatti ho scritto che la precondizione di ogni scelta è evitare di “portare voti al partito della guerra”. Detto questo confermo che non mi basta, ai fini della scelta, la parola “pace” inserita più o meno strumentalmente e/o demagogicamente nel simbolo di un partito…

  3. La ricostruzione in Italia di una sinistra in grado di non avere solo un ruolo di testimonianza ha tempi assai più lunghi di quelli relativi alle prossime elezioni e richiede un impegno notevole da parte di tutti/e coloro che ritengono ancora aperta la partita.
    Rispetto alla prossima scadenza elettorale – le elezioni europee – occorre concentrarsi su alcuni punti essenziali (la volontà di portare avanti una politica di pace prima di tutto ).
    Penso che con questa premessa le scelte possibili si riducano alle 3 indicate da Domenico Gallo.

  4. Come siamo arrivati a queste europee e regionali adesso è chiaro, l’impressione che anche dopo questa tornata, ripartiremo da lì, sperare che le liste raggiungono il quorum , e poi non marginale il gruppo a cui aggregarsi.
    Davvero non è possibile provare a fare un passo avanti?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.