Quale sinistra per uscire dalla crisi? Sei questioni aperte

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Lo scorso 10 marzo, nella sede rinnovata di Volere la Luna a Torino, si è svolto un incontro dal titolo “Quale sinistra per uscire dalla crisi?”, concentrato in particolare sulla presentazione dei libri I non rappresentati di Valentina Pazé e Le piazze vuote di Filippo Barbera. Nonostante gli interessanti interventi degli autori, insieme a quelli di Elisabetta Grande, Leonard Mazzone, Jacopo Rosatelli e Livio Pepino, è evidente che un tema di questa vastità e importanza non può essere affrontato e, meno che mai, risolto in un paio d’ore. Il dibattito, per proseguire in modo costruttivo, va alimentato con quesiti e proposte per inquadrare i ragionamenti. Proverò, qui di seguito, a suggerirne qualcuno.

1. Un chiarimento preliminare: cosa intendiamo quando parliamo della sinistra?

L’uso che fanno i media di questo termine è talmente vago da falsare il confronto politico e la percezione da parte del pubblico più vasto. Se essere a sinistra è una posizione relativa, allora Azione di Calenda è a sinistra della Lega di Salvini… per non parlare di Cinquestelle e PD! Secondo questa logica viene chiamato di sinistra anche un partito, il PD, che ha deliberatamente eliminato il termine dal proprio nome. Da questo pasticcio, certamente non casuale, occorre tentare di uscire con ripetuti interventi da indirizzare a quei giornalisti e formatori d’opinione che mantengono ancora un po’ di rispetto per la corretta informazione e la possibilità di giudizio da parte dei cittadini. Ma anche tra il vero “popolo della sinistra” la confusione non è poca, per un retaggio storico-culturale decisamente variegato. Se interpellassimo gruppi di compagne e compagni sul significato di termini come comunismo, socialismo e anarchismo, ne sentiremmo di tutti i colori, con interpretazioni condizionate dalla storia personale, da posizioni ideologiche, o da semplice superficialità.
A mio parere, il comune denominatore dell’essere di sinistra è l’anticapitalismo che, oltre a chiarire la nostra visione del mondo, ci fornisce un indispensabile strumento di analisi delle logiche, prevalentemente economiche, che muovono i poteri dominanti. Basti vedere quali passi avanti compiono, sul piano politico, movimenti di protesta come quelli per la difesa dell’ambiente quando adottano l’anticapitalismo come guida interpretativa e modalità per progettare alternative al disastro incombente. La più sfumata avversione al neoliberismo, dichiarata frequentemente, non fa che suggerire la falsa idea di un possibile ritorno al cosiddetto “capitalismo dal volto umano” del secondo dopoguerra, mentre oggi ci si muove, senza freni, nella direzione opposta. Non va scordato, inoltre, che in quegli anni l’accesso al welfare, la tassazione fortemente progressiva e l’efficace contrattazione sindacale furono possibili grazie all’influenza di forti partiti socialisti e comunisti, attivi anche nei maggiori Paesi occidentali.

2. Una sinistra di duri e puri, o una sinistra che dialoga?

Anche per organizzazioni sorrette da militanti solidamente preparati e con buona capacità di analisi, il rischio di rinchiudersi su se stessi è consistente. Essere convinti di avere ragione non è, in politica, un motivo sufficiente per rinunciare al confronto e nemmeno il fallimento di innumerevoli tentativi di unificare la sinistra è una giustificazione per accontentarsi di essere pochi ma buoni. I movimenti di massa per il cambiamento si guidano sapendo interpretare i bisogni delle persone, con un continuo impegno sul campo e con capacità di mediazione: ciò richiede organizzazioni consistenti anche sul piano numerico. I saldi principi e le visioni ben definite non sono un ostacolo al dialogo: anzi, permettono un confronto più costruttivo. Su queste basi, si può aprire la collaborazione in ambiti precisi e con obiettivi condivisi anche con forze politiche diverse, avendo come precondizione una solida idea comune della gestione democratica della società. Non va trascurato il fatto che molti interventi necessari, in un quadro appunto democratico, attengono alla sfera del semplice buon senso, alla competenza e alla capacità di distinguere ciò che funziona da ciò che non può reggere in termini di concreta efficacia.
Per la sinistra, il buon funzionamento delle istituzioni e dell’intero apparato pubblico sono una premessa indispensabile per sostenere la necessità del prevalere del pubblico sul privato. Anche se i cambiamenti determinanti vanno proiettati in un contesto politico molto diverso da quello attuale, è pur vero che la sensazione diffusa di un settore pubblico lassista, mal funzionante e condizionato da lobby e corporazioni non può che favorire nell’opinione pubblica l’idea che “privato è meglio”. I nostri avversari al servizio del capitalismo, ai quali non mancano i mezzi, non si lasciano mai scappare l’occasione per sostenere che siamo sognatori incapaci: dobbiamo quindi batterci anche sul terreno dell’efficienza.

3. Per ricostruire l’egemonia culturale, qual è il ruolo degli intellettuali?

Il compito forse più urgente riguarda la ricostruzione di un vocabolario comune, ormai perso nei meandri di una comunicazione irresponsabile, sui media e in rete. Alcuni/e intellettuali sono meritoriamente all’opera, concentrandosi su termini e concetti che hanno, potremmo dire, una “storia” riconducibile alle fasi fondamentali della maturazione democratica: le Costituzioni, gli atti fondativi degli organismi internazionali, le dichiarazioni universali. Si affrontano così i temi della partecipazione, del diritto al dissenso, del rifiuto della guerra e delle eccessive diseguaglianze. Ma ciò che rimane, per lo più, scoperto è l’aggiornamento del significato di termini che sono caratterizzati da una continua evoluzione, a partire da quello, già richiamato, di “sinistra”. Cosa significano e quale idea contengono oggi le parole socialismo, uguaglianza, sicurezza economica? Cosa sono la libertà e la politica ai tempi dei social media e della crisi dei partiti? Come si concilia oggi il diritto al lavoro con la difesa dell’ambiente e con innovazioni tecnologiche fuori controllo? Sosteniamo ancora la radicale pianificazione dell’economia, con la decisa limitazione della proprietà privata, o riteniamo che sia possibile una ben guidata convivenza tra pubblico e privato? A queste domande non si può rispondere soltanto con la contrapposizione alle scellerate decisioni dei governi, ma bensì esponendosi a progettare le alternative: un compito che evidentemente molti intellettuali considerano fuori dai loro interessi.
Rimane da affrontare un passaggio indispensabile: quello della complessità di molti temi e della semplificazione necessaria per renderli accessibili al pubblico più vasto. Si può sostenere che questo è uno tra i compiti dell’attività politica, purché si superino alcuni ostacoli e brutti vizi. Occorre, innanzitutto, che intellettuali ed esperti vari accettino di “sporcarsi un po’ le mani”, rinunciando a mantenere il loro comodo distacco dalla politica organizzata. D’altro lato, chi guida le organizzazioni deve smettere di fare proclami e dettare la linea senza sottoporsi a una continua verifica, non solo della correttezza delle proprie affermazioni, ma anche di come queste vengono percepite da chi le ingiustizie le vive tutti i giorni sulla propria pelle.

4. Come rendere più efficace e partecipata l’attività politica sul campo?

Senza la presenza di un forte partito o movimento organizzato non è possibile una concreta opposizione di sinistra alla deriva in corso: le manifestazioni spontanee del dissenso, sempre più frequenti, hanno bisogno di essere strutturate per diventare una forza politica influente. Per comprendere ed evitare gli ostacoli presenti su questo percorso, si può prendere in considerazione, a titolo di esempio, il recente tentativo di costruzione dell’unità a sinistra avviato col nome di Unione Popolare e al momento interrotto a causa di gravi errori di impostazione. Possiamo, per maggiore chiarezza, dividere le carenze tra un livello che chiamiamo “prepolitico” e quello politico vero e proprio. Nel livello prepolitico vanno collocate le condizioni indispensabili per il buon funzionamento di una qualunque forma associativa: condivisione delle finalità, rispetto reciproco e capacità operative. Queste sono mancate gravemente nella conduzione di Unione Popolare, a partire dagli obiettivi diversi, che andavano dall’idea di costruire una semplice alleanza elettorale, a quella di dare finalmente vita a un consistente partito della Sinistra radicale, attraverso ulteriori coinvolgimenti. Il rispetto nei confronti degli aderenti è stato oscurato da una gestione nettamente verticistica, che ha considerato i militanti soltanto alla stregua di una docile truppa da mandare nelle piazze a raccogliere firme. Della necessità di mettere in campo solide capacità operative non si è tenuto alcun conto, paralizzando il lavoro dei vari gruppi di lavoro già avviati. Sul piano politico vero e proprio, le carenze più evidenti hanno riguardato la comunicazione interna e verso l’esterno: la prima quasi completamente assente, la seconda affidata in massima parte a un portavoce inadeguato e concentrato su sé stesso. La negazione dell’accesso ai nominativi degli aderenti, in base a un malinteso diritto alla privacy, ha ostacolato le attività sul territorio, con numerose regioni praticamente escluse da ogni iniziativa. Da ciò derivano anche le carenze in termini di progettualità collettiva, sostituita, come ormai avviene in quasi tutto il panorama politico, dalla figura di capi e dirigenti che hanno completamente dimenticato il compito dei veri leader, consistente nell’essere al servizio delle organizzazioni che sono chiamati a rappresentare.
Poiché l’attività politica comporta lo scambio di opinioni e contributi da parte di militanti e sostenitori, è necessario migliorare l’efficacia delle riunioni in presenza e online e, ancora di più, dell’uso dei social media come WhatsApp. Si partecipa a troppi incontri inconcludenti, con interventi lunghi e fuori tema, senza decisioni finali e concreti avanzamenti. L’idea inconsistente del “metodo del consenso” serve soltanto a mascherare le decisioni prese da un ristretto numero di dirigenti. Notevolmente più chiaro rimane il vecchio sistema della votazione, con l’accettazione di quanto deliberato dalla maggioranza. Tempo ed energie andrebbero dedicate alla diffusione di una cultura della politica e della partecipazione attiva, evidentemente in crisi.

5. Come sviluppare la presenza nei territori con iniziative concrete?

Se le attività sui territori sono indispensabili per aumentare la credibilità e l’adesione alle proposte politiche della Sinistra, è altrettanto importante che queste siano ben scelte, organizzate e rese riconoscibili. L’area del volontariato e dell’impegno nel mutualismo è decisamente ampia: con questa è necessario avere relazioni costruttive, senza mai perdere la riconducibilità alle forze politiche promotrici. In assenza di questa, ogni iniziativa diventa un episodio isolato o genericamente caratterizzato dal volontarismo buonista. Si cita frequentemente il successo del Partito Comunista Austriaco nelle elezioni comunali a Graz, da attribuire all’impegno continuativo nel campo dell’edilizia popolare e dei servizi sociali. «I comunisti […] non si limitavano ad amministrare dal palazzo, ma andavano casa per casa a vedere di che cosa avessero bisogno le famiglie più in difficoltà. […] Non lo facevano soltanto alla vigilia delle elezioni, ma sempre. In questo modo i frutti arrivano da soli». Dunque, vanno scelti impegni ben definiti, con forti probabilità di successo e presenza nei luoghi del conflitto: sulle sconfitte non si costruisce niente.
La diffidenza verso la politica va contrastata con ogni mezzo, soprattutto portando la cittadinanza a distinguere tra il degrado dei partiti e la vera portata dell’impegno politico. Per ottenere risultati, vanno riformulati i criteri della partecipazione democratica e aumentata decisamente la capacità di stare vicino alle persone più in difficoltà, comprendendone i bisogni e senza colpevolizzarne le eventuali reazioni mal indirizzate. Le campagne per la raccolta firme a favore delle leggi di iniziativa popolare hanno dimostrato di essere un’ottima occasione di contatto e propaganda, che va ancora più valorizzata con adeguati materiali, buona comunicazione e, soprattutto, la collaborazione tra i militanti di organizzazioni tra loro vicine.

6. Come rispondere alle nuove minacce, con nuove visioni e proposte?

Le nuove sfide sono di enorme portata e richiedono un impegno collettivo nell’elaborazione di competenze e visioni adeguate. I temi ambientali sono quelli su cui è più evidente la necessità di assumere posizioni chiare e proiettate verso soluzioni concrete. Il ritardo, o meglio la resistenza, nell’affrontare il dibattito sulla decrescita è una lacuna da contrastare rapidamente, a partire dal superamento degli equivoci anche, o soprattutto, di comunicazione. È ovvio che i nuovi modelli di convivenza vanno studiati e prospettati non come l’ennesimo sacrificio a carico di chi ha di meno, ma come la possibilità di migliorare la qualità della vita, al posto della crescita quantitativa dei consumi imposti artificiosamente. La globalizzazione sfrenata, la ricerca scientifica e le innovazioni tecnologiche che ne derivano, la finta democrazia della rete telematica, i controlli sempre più pervasivi, il ruolo perduto degli organismi internazionali sono soltanto alcuni dei temi che richiedono un ampliamento della nostra capacità di aggiornarci, senza perdere il fondamentale contributo della nostra storia e del pensiero che la ha arricchita.
A questo proposito va valorizzato l’apporto di organizzazioni come Volere la Luna, di numerosi altri siti web della nostra area e, naturalmente, di una vasta produzione editoriale di qualità. In riferimento agli articoli più recenti, è interessante, per esempio, la lettura di quello di Lelio Demichelis, La sinistra sedotta dalla guerra (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/04/18/la-sinistra-sedotta-dalla-guerra/), che, pur partendo da una certa vaghezza sul significato del termine sinistra, sviluppa in modo stimolante alcuni dei temi qui accennati. Ciò che rimane purtroppo carente è la reazione ragionata a questi numerosi interventi, sui quali si fatica a stimolare un dibattito in grado di portare a un avanzamento condiviso, con lo sviluppo collettivo delle capacità di analisi e proposta.

Gli autori

Franco Guaschino

Franco Guaschino, laureato in Scienze Politiche, ha lavorato soprattutto nella comunicazione visiva. Prima fotografo, poi regista e produttore, ha realizzato documentari, filmati promozionali e qualche opera di finzione. Negli ultimi dieci anni di attività si è dedicato alle montagne, nel quadro di quello che si chiamava “Laboratorio dello sviluppo sostenibile”. Da qualche anno in pensione, vive in una casa in mezzo ai boschi, sulla montagna sopra Torre Pellice.

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