Elezioni europee: facciamoci del bene

image_pdfimage_print

Non c’è dubbio che ci troviamo in uno dei momenti più drammatici della storia umana. I processi e le contraddizioni che attraversano il mondo sono inediti e aspri, come in poche altre epoche è accaduto, e richiederebbero capacità di risposte altrettanto inedite. La crisi climatica ed ecologica, domanda non solo ingentissimi investimenti nella riconversione, ma più al fondo la rimessa in discussione di un benessere che non può più essere inteso come mera moltiplicazione di merci. La crisi del neoliberismo, finanziarizzazione estrema e disuguaglianze estreme, è conclamata, produce qualche inquietudine anche nei ceti dirigenti e qualche esempio di inversione di tendenza, ma non la fuoriuscita da quel modello. La transizione in corso da Ovest ad Est, processo storico non reversibile, iscritto persino nella demografia, domanderebbe una nuova mediazione di interessi, con la capacità di definire cooperativamente nuovi equilibri.

Con tutta evidenza non è quello a cui stiamo assistendo. Il ritorno della guerra, che non se n’è mai andata, ma che oggi viene rilegittimata come strumento “normale” di risoluzione delle controversie internazionali, sembra indicare che si stia percorrendo la via opposta. La guerra rilegittimata, non è “solo” lo strazio senza fine del genocidio del popolo palestinese, né quello delle morti e della distruzione in Ucraina, è la guerra come strumento, di più, come sistema, per “governare” quelle contraddizioni, erigere nuove cortine di ferro con le potenze emergenti, difendere e ribadire un dominio unipolare ormai in crisi, con il mestiere delle armi. In un tempo in cui le armi sono “anche” le quasi 13.000 testate nucleari esistenti.

L’Europa è uno degli snodi fondamentali dei processi in corso. Non solo perché la guerra in Ucraina è dentro l’Europa, e quella in Palestina sulle coste del Mediterraneo, ma perché un’Europa capace di darsi un ruolo autonomo nel mondo, come di rilanciare il compromesso sociale che l’ha per lungo tempo caratterizzata – aggredito pesantemente dalle politiche austeritarie, ma ancora non compiutamente distrutto – potrebbe essere

un attore decisivo nella definizione di quei nuovi equilibri globali, come nella ricerca di vie d’uscita progressive alle contraddizioni che segnano questo tempo. Per questo la guerra non è solo dentro l’Europa, è contro l’Europa, in un contesto in cui mai come oggi “l’atlantismo” non solo non coincide, ma collide con la stessa esistenza dell’Europa come soggetto nei processi globali.

Le prossime elezioni europee sono dunque un appuntamento di straordinaria importanza. Se si continuerà nella scelta della guerra, con lo spostamento sempre più in avanti di ciò che è accettabile da parte dell’opinione pubblica, con le dinamiche di riarmo che si stano compiendo, l’invio delle truppe vagheggiato da Macron, il coinvolgimento sempre più esplicito nell’allargamento dei conflitti – come avviene con la missione Aspides –, gli accordi bilaterali con l’Ucraina di una serie di paesi, Italia compresa, la “terza guerra mondiale a pezzi” si trasformerà sempre più in un conflitto globale, sarà sempre più difficile trovare una via d’uscita alle crisi sistemiche, intrecciate e contemporanee, l’Europa sarà sempre più solo un’appendice subalterna al dominio unipolare in crisi degli Stati Uniti, e la società tutta si “abituerà” alla crescente disumanizzazione.

È per tutti questi motivi che ho firmato l’appello di Michele Santoro e Ranierò La Valle. Per la centralità assoluta della pace, e all’opposto, delle conseguenze della guerra, sul terreno economico, sociale, ambientale, antropologico. E perché troppo deboli mi sembravano le forze che contrastavano i processi in atto, nella politica, e forse ancora di più, nella società, con le difficoltà evidenti di rimettere in campo un movimento come quello che aveva segnato l’inizio del secolo. Fin dall’inizio mi sono augurata tuttavia che quell’appello non si traducesse in una nuova lista in competizione con quelle già esistenti, Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle, che magari con contraddizioni (il voto iniziale sulle armi all’Ucraina, come quello recente per Aspides, per quel che riguarda il M5S) erano e restano interlocutori indispensabili per cambiare il quadro esistente. Che si trovassero modalità per evitare di correre il rischio di sottrarre rappresentanza alle ragioni della pace, come avverrebbe in presenza dello sbarramento al 4% se AVS o Pace, Terra, Dignità non raggiungessero il quorum, togliendosi reciprocamente consensi, e magari togliendoli anche a quel Movimento 5 Stelle, che pure non ha problemi a superare la soglia di sbarramento. Una preoccupazione analoga ha quella che ha visto intervenire su il manifesto, prima Rizzo e Molinari, e subito dopo Gianni e Vita, per quanto non sia identica la proposta avanzata.

Per questo ho sempre pensato che ci fossero solo due possibilità positive: o la confluenza in un’unica lista dei diversi soggetti esistenti, o l’apertura delle liste di M5S e AVS non a singoli indipendenti, ma al programma e alle persone impegnate nel percorso di Pace, Terra, Dignità. Qualcosa di analogo all’esperienza degli “indipendenti di sinistra”. C’erano e ci sono ragioni e problemi in entrambe queste vie.

La confluenza in un’unica lista, sarebbe stata il segno di un fatto di estrema novità nel panorama politico, ed avrebbe segnalato la centralità assoluta dell’impegno per la pace. Avrebbe comunque comportato dei problemi, che non mi paiono ascrivibili semplicemente all’orgoglio o peggio all’egoismo dei soggetti politici esistenti. Michele Santoro ha spesso fatto riferimento al recupero dell’astensionismo, e alla maggioranza della popolazione italiana che tutti i sondaggi registrano essere per l’opzione della pace, la contrarietà all’invio di altre armi, la via del negoziato. Ma i processi non sono lineari. Parte di chi esprime quegli orientamenti ha votato per partiti che hanno fatto altre scelte, compresi quelli di destra al governo, buona parte dell’elettorato vota per motivi di politica interna, magari per chi ha incontrato nelle iniziative per il reddito di cittadinanza, o la difesa della sanità pubblica, magari per una vertenza di quartiere, come pure per motivi del tutto contingenti e persino irrazionali. Così come il recupero dell’astensionismo, presuppone processi complessi di ricostruzione di legami con lo spazio pubblico e la politica. In questo contesto, a meno di non raccogliere la disponibilità di persone assolutamente autorevoli e capaci di rappresentare mondi diversi e complessi (ma forse anche in questo caso), la scomparsa dalla scheda elettorale di simboli già noti avrebbe potuto avere persino l’effetto di una diminuzione dei consensi. A questo si aggiunge la stanchezza per i molti tentativi di produrre “liste per elezioni”, finiti tutti, salvo rarissime eccezioni, senza raggiungere il proprio obiettivo, per il semplice fatto che alla difficoltà meramente funzionale di far conoscere in poco tempo e con pochi soldi, una proposta e un simbolo, si aggiunge la difficoltà più pesante: la crisi della politica che porta ad etichettare proposte nate per un appuntamento elettorale, come espedienti per cercare una collocazione. Sono motivi che anche se del tutto estranei ai proponenti di Pace, Terra, Dignità, vivono nell’opinione pubblica e nel senso comune.

Se non è troppo tardi, spero che sia ancora possibile la seconda opzione, quella dell’apertura delle liste del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra alla proposta di Pace Terra Dignità. Non ci sarebbero problemi particolari a “sommare” gli elettorati potenziali, per una coerenza di fondo, se non in tutti i passaggi, certamente in orientamenti in qualche modo consolidati. Non comporterebbe in nessun modo per Pace Terra e Dignità l’adesione all’interezza dei progetti politici di M5S e AVS, né per questi ultimi l’adesione a ogni articolazione della proposta Santoro-La Valle, riconoscerebbe soltanto che esistono soggetti politici già in campo che hanno obiettivi con cui è possibile una qualche convergenza. Sarebbe un riconoscersi per l’appunto, nelle proprie parzialità, per un obiettivo che certamente lo merita, e forse lo esige. Con la trasversalità evocata nel primo appello, rivolta non solo ai pacifisti ma ai “pacifici”. Con la possibilità di raggiungere risultati positivi per tutti sul terreno istituzionale, movimentando il quadro esistente nel Parlamento Europeo, ed anche di rafforzare le dinamiche sociali e di movimento.

Non ho alcun titolo per consigliare scelte che appartengono alla sovranità di altri, se non la preoccupazione di chi a giugno dovrà andare a votare e vorrebbe finalmente vedere un risultato positivo in un quadro così difficile, che richiede non solo la forza della ragione, ma anche, almeno un po’, le ragioni della forza. Quella che serve per ricostruire qualche speranza nel futuro.

Gli autori

Roberta Fantozzi

Roberta Fantozzi è stata attivista dei movimenti pacifisti e antirazzisti, per i diritti delle donne. Iscritta fino al 2020 al PRC-SE, è stata consigliera comunale e regionale in Toscana, poi responsabile per le politiche del lavoro e per il programma in segreteria nazionale. Oggi è una libera attivista a sinistra.

Guarda gli altri post di:

2 Comments on “Elezioni europee: facciamoci del bene”

  1. Ritengo l’analisi un’ottima ricetta per farci del bene come europei e come umani.
    Condivido in particolare: “…mai come oggi ‘l’atlantismo’ non solo non coincide, ma collide con la stessa esistenza dell’Europa come soggetto nei processi globali”.
    Quanto a me, atomo novantenne, al prossimo giugno andrò a votare solo se troverò una forza politica che proponga l’Europa stato federale e neutrale. Unico modo perché l’Europa sia “capace di darsi un ruolo autonomo nel mondo … nella ricerca di vie d’uscita progressive alle contraddizioni che segnano questo tempo”.

  2. 24-03-17 domenica 21:15ca

    “buona parte dell’elettorato vota per motivi di politica interna…
    espedienti per cercare una collocazione…”
    anche se anch’io non non ho titolo mi trovo ad avere il diritto di dire a chi potrebbe rappresentarmi che sbaglia.
    4 per cento. lo vogliamo? pace, ambiente, sussidiarietà, e poi vedete voi. vedete anche come trovare il modo per avvicinarsi. a che non vuole b, b che evita c, d che non sa se, e poi forse ci sarebbe anche f, g, h,… quando andremo alle urne non so a chi mi dedicherò, ma posso rinfacciare già da oggi ad a, b, c,… di non essere stati disponibili a fare assieme un alfabeto.
    e se il passato insegna…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.