Un’Europa federale per uscire dalla palude

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La prima cosa che vorrei dire è che in vista delle elezioni europee del prossimo giugno temo il rischio che molti voti vengano vanificati dal non raggiungimento del quorum da parte di liste alla sinistra del PD. Questa esperienza l’abbiamo già fatta ed è molto frustrante.

Il momento è difficile: l’Europa che abbiamo davanti è lontanissima da quella che sarebbe necessaria. Edgar Morin osserva che le crisi si alimentano a vicenda e le guerre ne sono parte fondamentale, fino a divenire quella che lui definisce una “crisi antropologica”. In Europa, le piccole aperture che avevamo apprezzato durante la pandemia, quali il ricorso al debito comune per finanziare investimenti e la sospensione del Patto di stabilità, hanno lasciato il posto a una acritica ripresa del rigore finanziario e di bilancio.

L’indebolimento del fronte alternativo alle destre è preoccupante così come la subalternità delle forze socialiste e democratiche rispetto all’offensiva di destra, inseguita, spesso, sul suo stesso terreno. Il voto del 18 gennaio scorso del Parlamento europeo sulla guerra in Medio Oriente è emblematico e può rappresentare l’anticipazione delle dinamiche politiche della prossima legislatura. Infatti, a una risoluzione chiara che chiedeva il cessate il fuoco permanente a Gaza e il rilascio degli ostaggi, è stato inserito un emendamento – sostenuto dal PPE, dalle destre e da parte dei liberali – che ne ha stravolto completamente il senso, subordinando il cessate il fuoco alla sconfitta definitiva di Hamas e al rilascio degli ostaggi, praticamente la linea di Netanyahu. Ciò nonostante, la Risoluzione è stata approvata a larga maggioranza con il voto favorevole del Gruppo socialisti e democratici, con qualche piccola e meritoria defezione. Lo scenario che si prepara è facilmente prevedibile; il PPE riconquistando centralità come primo partito potrebbe giocare su più tavoli anche senza arrivare a una alleanza organica con le destre.

Che tutto ciò crei malessere fin dentro le istituzioni europee è testimoniato dal fatto che ben 840 funzionari della Commissione, con una lettera aperta, avevano contestato già dall’inizio le dichiarazioni di von der Leyen di totale appoggio alla reazione israeliana ai drammatici eventi del 7 ottobre, reazione che già si annunciava indiscriminata e tesa a colpire soprattutto la popolazione civile palestinese.

In tutto questo, appare quanto mai inadeguata la linea socialista di riproporre nella prossima campagna elettorale lo schema dello Spitzekandidat (cioè il candidato designato alla Presidenza della Commissione) da collegare al risultato elettorale; questa cosa avrebbe un senso solo in un sistema elettorale maggioritario. A chi auspica una proiezione in Europa degli attuali equilibri politici italiani, andrebbe ricordata la procedura che porta alla formazione della Commissione europea: a cominciare dalla designazione del/della suo/sua Presidente. Quest’ultimo/a viene indicato/a da un voto del Consiglio europeo (capi di Stato e di Governo) a maggioranza qualificata, e deve ricevere l’investitura del Parlamento a maggioranza assoluta dei componenti il che vuol dire 361 voti su 720. Quanto ai membri della Commissione, essi vengono indicati dai governi di ogni singolo Paese. Il Consiglio, a sua volta, approva a maggioranza qualificata l’intera Commissione. L’insieme della Commissione, compreso l’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza, è sottoposto al voto a maggioranza del Parlamento europeo. Il Parlamento, ha anche il compito di esaminare le candidature dei singoli commissari, attraverso audizioni atte a stabilirne: la competenza, l’impegno europeo e l’indipendenza; un giudizio, quindi, che prescinde dall’appartenenza politica ma che costò la bocciatura, nel 2004, al candidato italiano Buttiglione. Infine, l’ultima parola spetta al Consiglio, il quale, con un voto a maggioranza qualificata, nomina la Commissione e il/la suo /a Presidente. Ciò fa capire quanto sia azzardato fare previsioni.

Detto tutto questo, quello che sarebbe davvero importante è il rafforzamento del Gruppo della sinistra europea, che esercita il ruolo di stimolo, soprattutto nei confronti del Gruppo dei verdi e dello stesso Gruppo socialista; oltre a ciò, questo Gruppo ha il merito di mantenere alcuni “punti fermi” in una situazione in cui rischiano di venir meno i riferimenti fondamentali alla base del processo di integrazione europea quali: la pace e la guerra; l’ immigrazione e i diritti delle persone; le politiche sociali; le politiche ambientali e di contrasto ai cambiamenti climatici e le questioni della democrazia e della partecipazione dei cittadini nelle decisioni politiche.

La nostra destra, avendo abbandonato l’antieuropeismo ancestrale, ha una idea precisa, direi terra-terra, dell’Europa e la si può dedurre dai ripetuti pronunciamenti della presidente Meloni – da ultimo quello esposto nella conferenza stampa di inizio anno in cui ha dichiarato: «Non c’è questo superiore interesse comune, ci sono nazioni che, chiaramente, valutano quello che è meglio per i propri interessi e si cerca una sintesi tra questi interessi». Nella neolingua meloniana, “nazione” e “interesse” sono termini ossessivamente presenti e, messi insieme costruiscono “l’interesse nazionale”, concetto ambiguo e mutevole, che tende a legittimare, come portatori di questo interesse, i governi; questa visione si sposa perfettamente con il progetto di premierato inseguito in Italia. Questa visione, sotto la cortina fumogena degli interessi nazionali, nasconde i veri scontri di interessi che sono quelli tra i poteri economici, i gruppi sociali subalterni e quelli degli stessi governi che mirano essenzialmente al consenso e al mantenimento del proprio potere.

Il paradosso è che le destre nazionaliste sembrano, più di altri, in grado di agitare questioni che travalicano la dimensione nazionale, riportandole, poi, nella dinamica spesso conflittuale della prassi intergovernativa che oggi prevale nel sistema istituzionale europeo. Tutto ciò rende indifferibile una svolta realmente europea della sinistra e pone il problema, non solo della rappresentanza ma, soprattutto, quello di rendere incisive le proprie idee; in pratica, fare politica e cercare di farla sempre più nella dimensione europea.

Che io ricordi, in tutti gli anni trascorsi al Parlamento europeo, a parte singole crisi aziendali, l’unica occasione in cui vi fu una vera mobilitazione dei lavoratori fu quella dell’opposizione alla famigerata Direttiva Bolkestein; mobilitazione che qualche risultato lo ottenne – almeno quello di impedire che le imprese, operando in un Paese diverso dal proprio, potessero avvalersi delle legislazioni sociali del Paese di provenienza. Sventato questo pericolo, essa rimane un provvedimento volto soltanto a tutelare il mercato e la concorrenza delle imprese più che i diritti dei destinatari dei servizi. I sindacati, che pure hanno una rappresentanza nella dimensione europea (Confederazione europea dei sindacati), non sono ancora riusciti, tramite le necessarie “cessioni di sovranità”, a darsi una vera organizzazione europea capace di portare a quel livello il conflitto sociale.

Con il Trattato di Lisbona e con la prassi che ne è seguita, il tratto istituzionale che si è rafforzato è quello “intergovernativo” fino a fare dell’attuale Unione qualcosa di molto simile a una confederazione di Stati, modello caro alle destre. Ciò ha influito anche sul ruolo del Parlamento; osservando, infatti, il comportamento dei diversi gruppi politici, si può notare la continua scomposizione degli stessi in riferimento alla diversa collocazione dei singoli deputati rispetto al Governo nel proprio Paese, a prescindere dal contenuto o, al contrario, votare contro contenuti condivisi ma proposti da Gruppi o deputati estranei alla propria maggioranza. Qualche esempio curioso, a questo proposito: nella Risoluzione che il Parlamento europeo ha esaminato e votato sulle riforme necessarie al progresso dell’Unione, il Gruppo della sinistra europea, ha proposto un emendamento per abolire, togliendoli dai Trattati, il Patto di stabilità e il Fiscal compact, cavallo di battaglia di Lega e di Fratelli d’Italia i quali, però, hanno votato contro. Nella stessa Risoluzione, il deputato della sinistra Botenga ha chiesto di inserire un articolo che riprendesse l’art. 11 della nostra Costituzione sul ripudio della guerra, posizione sostenuta anche dal Movimento europeo; ebbene, solo 21 dei 76 deputati italiani lo hanno votato. I Gruppi di centro-destra (PPE, ECR, ID) hanno proposto di scorporare dal calcolo del rapporto deficit-Pil gli investimenti collegati al raggiungimento degli obiettivi europei; tutti i deputati italiani degli altri gruppi (non vi sono italiani nel Gruppo della sinistra) hanno votato contro, salvo 15 del PD che si sono astenuti – come se questa proposta l’avesse inventata Giorgetti e non fosse una proposta della sinistra presente in quel Parlamento fin dai tempi di Giorgio Ruffolo, e dello stesso presidente Prodi quando definì stupido il Patto di stabilità.

Per non parlare della pericolosa rielaborazione della storia a fini politici, che coinvolge sempre più anche i parlamenti a cominciare da quello europeo, quando equiparò nazismo e comunismo in una Risoluzione del 2019 che trattava della Seconda guerra mondiale. Più che egemonia della destra, questi episodi segnalano l’ignavia di una parte della sinistra. Prova di quel “pensiero cieco” di cui parla Morin, cui bisogna cercare di sottrarsi cercando di produrre “anticorpi” che possono nascere solo dall’esercizio della critica, da una conoscenza della Storia e da un’analisi della realtà contemporanea. La cosa più grave è che, a oltre due anni dall’inizio della guerra in Ucraina e dopo l’esplodere della guerra in Medio Oriente, il Parlamento europeo non sia stato capace di una posizione che si discostasse da quella dei governi. Neanche sulla richiesta del cessate il fuoco a Gaza!

A questo proposito, potrebbe essere importante, al di là di tante parole, il riconoscimento dello Stato palestinese, come atto politico da parte dell’Ue stessa e dei paesi Ue che non lo hanno ancora fatto. Questo anche per ribadire il diritto di quel popolo a rimanere sul suo territorio. La Svezia lo ha fatto da tempo, la Spagna si appresta a farlo, molti paesi, come Malta, Cipro, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Romania, lo avevano già fatto prima dell’adesione all’UE. Quanto alle soluzioni possibili, penso che Israele, nel tempo, abbia portato la crisi a un punto di non ritorno con l’occupazione illegale dei Territori e l’approvazione nel 2018 della legge di rango costituzionale che dichiara Israele lo Stato degli ebrei. Nel campo palestinese è importante favorire processi di riconciliazione politica, capaci di emarginare le ali militari delle diverse componenti, premessa per avere qualche voce in capitolo circa la propria sorte.

A chi continua a parlare dei due Stati con una certa superficialità, chiedo di essere coscienti delle proposte inaccettabili fin qui prospettate ai palestinesi, fino ad arrivare a quella prevista nei famigerati accordi di Abramo, confezionati alla Casa Bianca all’epoca di Trump, per iniziativa di suo genero, l’imprenditore Jared Kushner, grande amico degli sceicchi e interlocutore di Netanyahu; per tutte queste ragioni sarebbe più corretto aggiungere qualche aggettivo al sostantivo Stato. Non è un caso che Arafat, quando parlava di Stato palestinese, aggiungesse sempre “vivibile”. La stessa Unione europea, fino a quando ha fatto coincidere le sue posizioni con quelle delle risoluzioni dell’ONU, poneva delle condizioni precise per definire la vivibilità di uno Stato. Non dimentichiamo tutto questo.

Infine, non credo che senza rimettere in discussione l’attuale assetto intergovernativo esistano le condizioni per grandi cambiamenti nel modo di funzionare dell’Unione, la realtà smentisce ancora una volta l’approccio funzionalista di Jean Monnet e la teoria secondo la quale sarebbero le reazioni alle crisi a far progredire l’integrazione europea.

Eventuali progressi nella politica della difesa comune sono impensabili nell’attuale quadro di dipendenza dagli USA, funzionali al rafforzamento del ruolo della NATO oltre che dettati prevalentemente dagli interessi economico-militari di una parte dell’industria. Dopo la moneta senza Stato, sarebbe paradossale aggiungere anche un esercito senza Stato.

Così come pensare di risolvere l’attuale perdita di credibilità dell’Unione superando il voto all’unanimità del Consiglio costituisce un falso obiettivo perché è lo strapotere del Consiglio stesso che va messo in discussione come elemento strutturale dell’attuale Unione. La controprova che questa sia una “falsa soluzione” sta nel fatto che anche nelle materie in cui è previsto il voto a maggioranza i provvedimenti si bloccano davanti al Consiglio.

Se l’attuale Unione si dimostra “irriformabile” e molto più vicina quella Confederazione di Stati-nazione così cara alla cultura delle destre, nulla impedisce che il progetto federalista possa essere rilanciato da una parte di paesi europei. Molti leader europei si sono cimentati con ipotesi di assetti a diversa intensità di integrazione, primo fra tutti Mitterrand all’epoca della caduta del muro di Berlino, oggi Macron, con la sua “Comunità politica europea”. Tutte costruzioni basate su predestinazioni geopolitiche riferite ai diversi paesi e soprattutto rivolte ai paesi candidati; queste visioni partivano dal presupposto che vi fosse un nucleo forte con intorno satelliti. Oggi è proprio questa idea a vacillare e a richiedere una riflessione per impostare su nuove basi lo stesso discorso sul futuro dell’Europa.

Rovesciando l’approccio, il criterio delle diverse velocità che in genere si applica a Paesi destinati a seguire, potrebbe valere, al contrario, per Paesi che volessero costruire la loro integrazione su basi autenticamente federali e quindi, accelerare il passo dell’intero convoglio. Si obietterà che questa è un’utopia, ma in un mondo in cui i cambiamenti sembrano non avere un “governo”, l’immobilismo europeo contribuisce a questa deriva non riuscendo a esprimere alcun un ruolo. È altrettanto evidente che questi processi non possono essere affidati ai Governi; da qui l’importanza della società civile, dei movimenti della sinistra e dei sindacati, insisto su questi ultimi perché, rinchiudersi nella dimensione nazionale è sempre meno possibile in un mondo che cambia e che, attraverso il tumultuoso sviluppo delle tecnologie porrà ulteriori e nuovi problemi al mondo del lavoro, a cominciare dalla proprietà dei prodotti dell’innovazione, al loro utilizzo, alle riconversioni legate alla difesa dell’ambiente.

Verso le elezioni, può essere molto utile seguire la newsletter sull’Europa prodotta dall’Osservatorio sull’Unione europea, insieme a Transform!Italia; quest’ultimo è il nodo italiano della Fondazione che fa capo al Partito della sinistra europea. La newsletter ha carattere bimensile e monotematico; raccoglie articoli e materiali pubblicati nell’area della sinistra critica. Oltre che un mezzo di comunicazione esso si propone di essere uno strumento di confronto e di dialogo. Il tema del prossimo numero sarà: l’Unione europea e la guerra.

C’è materia per lavorare a proposte che, uscendo da quel recinto, anche mentale, presentato alle opinioni pubbliche come insuperabile, diano all’Europa un ruolo diverso nella crisi mondiale. A queste bisognerebbe applicarsi perché le alternative da prospettare agli elettori vadano incontro alle aspirazioni profonde, soprattutto dei giovani e di chi non si rassegna alla cultura, all’economia e alla pratica della guerra.

È la relazione dell’autrice al seminario “Europa va cercando. Unità pure” (Roma, 31 gennaio 2024), tratta dal sito del CRS