Andare oltre l’esperienza del socialismo reale e delle socialdemocrazie occidentali

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Alla fine dell’anno appena passato nessun commentatore di qualunque orientamento ha delineato un futuro positivo per la situazione politica, economica e sociale mondiale. Le tensioni geopolitiche e le guerre in corso sembrano destinate a proseguire ancora nel tempo, il peggioramento delle condizioni climatiche pare accelerare, il quadro economico si mantiene tendenzialmente negativo. Questa ondata di pessimismo investe in modo particolare gli opinionisti del cosiddetto Occidente, cioè degli Usa e della UE. C’è persino chi, tra i più aperti sostenitori del sistema attuale, si spinge fino a paventare il suicidio dell’Occidente, favorito, secondo questi commentatori, dai ragionevoli dubbi che americani ed europei, soprattutto giovani, esprimono sulla validità del modello liberista che ha trionfato in questo angolo di mondo, in particolare negli ultimi quaranta anni.

I commentatori “occidentalisti” ammettono che la nostra non sia una società perfetta, ma si dichiarano certi che essa sia perfettibile grazie ai meccanismi democratici e alla libertà che la contraddistinguerebbero. Nella loro cieca fiducia si dimenticano di considerare le difficoltà che ovunque – anche nel nostro paese – incontra il bilanciamento dei poteri, la dialettica tra le diverse posizioni politiche e culturali, il rispetto delle istituzioni da parte degli stessi governanti, la crescente sfiducia popolare verso quei meccanismi democratici tanto decantati che si concretizza in un forte astensionismo nelle scadenze elettorali. E neppure considerano il decadimento del potere delle grandi istituzioni politiche mondiali, a partire dall’ONU, o anche solo il venir meno di accordi sul controllo delle armi. La stessa situazione della NATO appare tutt’altro che consolidata per l’atteggiamento di crescente autonomia strategica che stanno assumendo, ad esempio, alcuni paesi come la Turchia, in un verso, e lo stesso Regno Unito, in verso opposto. La prima ha assunto posizioni autonome sui due conflitti più vicini all’Europa distanziandosi nettamente da quelle degli USA; il secondo, soprattutto in Ucraina, si è assunto un ruolo trainante che ha fortemente condizionato il gruppo dirigente politico e militare ucraino in termini avventuristi. C’è persino chi dubita che gli stessi Stati Uniti siano ancora interessati a sostenere l’Alleanza atlantica. D’altra parte, un fattore significativo di crisi della NATO è costituito dall’andamento della guerra in Ucraina che vede l’esercito di Kiev in evidente difficoltà (https://volerelaluna.it/mondo/2023/12/28/il-fallimento-annunciato-della-controffensiva-ucraina-e-le-menzogne-di-stoltenberg/). E naturalmente i commentatori “occidentalisti” fingono di non vedere i gravi limiti all’esercizio della libertà posti dalla condizione sociale, economica, culturale, razziale e di genere sia in Europa, sia negli USA. In tutti i paesi, infatti la crescente polarizzazione sociale ed economica incrina il consenso verso un sistema economico e politico che premia solo chi gode già di ricchezza e di potere.

Nonostante tutto ciò, il 2024 si presenterà proprio come un anno elettorale: molti, infatti, tra i paesi protagonisti di conflitti o anche solo di tensioni politiche andranno alle urne. Inizierà Taiwan a metà gennaio con una competizione elettorale che potrà dare qualche indicazione significativa sui rapporti politici ed economici con la Cina e con gli USA: l’isola, infatti, non è solo un territorio cinese in potenziale conflitto dal lontano 1949 con la Cina continentale, ma è anche un protagonista della guerra economica tra gli USA e la Cina per il controllo della produzione di chips per l’industria elettronica. A marzo in Russia si celebreranno le elezioni presidenziali: in questo caso le indicazioni che si trarranno dall’andamento elettorale saranno relative al livello di consenso che Putin riscuote nel suo paese dopo due anni di guerra e anche al reale peso politico ed economico delle sanzioni messe in atto dai paesi della NATO. Un recente reportage di un giornalista italiano su Harper’s Magazine segnala come la politica sanzionatoria rischi di rafforzare uno spirito nazionalista russo anche tra coloro che in Russia non sono sostenitori di Putin. Persino in Ucraina si dovrebbe votare, ma difficilmente si terranno le elezioni perché ci sono tensioni nel gruppo dirigente politico e militare proprio a causa dell’andamento della guerra: d’altra parte tutti i partiti di opposizione sono stati già sciolti da tempo, senza alcuna preoccupazione di carattere democratico. A giugno si svolgeranno le elezioni europee per le quali è evidente il rischio che i partiti di estrema destra, xenofobi e nazionalisti acquistino un peso determinante, come è già avvenuto in Italia, in Grecia e in Olanda. Poi a novembre gli americani eleggeranno il nuovo presidente, scegliendo probabilmente tra Biden e Trump: due figure entrambe logorate e fortemente divisive. Chiunque vincerà la competizione non sarà sostenuto dalla parte opposta e resterà, quindi, una situazione di grossa lacerazione politica e sociale che ha già rischiato quattro anni fa di produrre una vera e propria guerra politica civile. E poi nel 2024 si è già votato in Bangladesh e si voterà in India, Indonesia, Bielorussia, Iran e in molti altri paesi africani, asiatici e del centro-sud America per un totale complessivo di quasi 4 miliardi di abitanti: in nessuno di questi paesi la competizione elettorale sembra destinata a suscitare un largo confronto democratico. Si voterà, infine, entro il 2024, anche nel Regno Unito dove i Tories sembrano aver dilapidato il consenso ricevuto per attuare la Brexit e il Labour pare aver disperso e frustrato le speranze riformiste suscitate da Corbyn.

Insomma, ovunque si volga lo sguardo, non solo ad Occidente, non si vedono le condizioni per sostenere il punto di vista “occidentalista” sulla perfettibilità della democrazia fondata sul capitalismo. E il punto è proprio questo: si parla di democrazia perché non si vogliono analizzare i limiti crescenti del sistema economico e sociale che la sottende, perché non si vogliono separare i due aspetti come se la democrazia, come valore, fosse tutt’uno con il sistema economico capitalistico. Ma naturalmente questo fatto chiama in causa chi, all’opposto, critica il sistema capitalistico, ne mette in evidenza gli effetti disastrosi che esso esercita sull’ambiente, sulla società, sulla stessa salute della nostra specie e ne denuncia la volontà di affrontare con la guerra le contraddizioni tra popoli e nazioni.

Sono sotto gli occhi di tutti le informazioni e i dati che evidenziano l’insostenibilità del sistema socioeconomico e l’inefficacia delle azioni dei governi. Prendiamo ad esempio il nostro paese. Il PIL pro-capite è diminuito dal 2000 ad oggi in media del 2%; la qualità del lavoro continua a peggiorare perché due terzi dei nuovi contratti è a tempo determinato o part time. I salari italiani sono particolarmente bassi: l’80% dei salariati nell’industria e nei servizi privati guadagnava nel 2020 meno di 28 mila euro lordi annui. L’inflazione negli ultimi anni ha peggiorato la situazione per l’assenza di un’indicizzazione dei salari e per il mancato rinnovo di molti contratti sindacali. In buona sostanza tra il 2008 e il 2022 i salari reali in Italia sono diminuiti del 10%. In questo quadro sono cresciute la povertà (il 12% dei lavoratori italiani è a rischio povertà) e le disuguaglianze: l’1% più ricco della popolazione adulta controlla il 25% della ricchezza totale, mentre il 50% più povero ne possiede solo il 3%. Secondo un rapporto della Banca d’Italia il 43% delle donne italiane è fuori dal mercato del lavoro (58% nel Mezzogiorno) e il divario tra i salari di uomini e donne permane significativo. Il welfare continua a ridursi soprattutto per la sanità e l’assistenza sociale, ma anche per l’infanzia e per l’istruzione. Il governo di estrema destra italiano rafforza dello Stato solo gli apparati di forza o repressivi con l’aumento degli investimenti militari e delle spese per le forze dell’ordine.

Negli ultimi mesi dell’anno scorso, di fronte a questa situazione di degrado, si sono finalmente tenute delle imponenti manifestazioni nazionali di opposizione: per la difesa e l’attuazione della Costituzione (7 ottobre), contro la guerra e una giusta pace (28 ottobre), per un’altra politica economica sociale e contrattuale (17 novembre sciopero nazionale CGIL – UIL), contro la violenza di genere (25 novembre). Le manifestazioni ambientaliste sul tema del cambiamento climatico sono state invece diffuse su tutto il territorio, suscitando un acceso dibattito sulle loro forme di lotta. Di fronte a queste mobilitazioni sociali persino il PD, pur con tutti i suoi distinguo e le sue ambiguità, ha promosso una manifestazione nazionale contro il governo di estrema destra (11 novembre). Ma se quella del PD è stata una tradizionale manifestazione di partito, le altre hanno visto, invece, la presenza di moltissime organizzazioni sociali e culturali, non solo sindacali quindi, capaci di convergere su temi strategici oltre le proprie specificità di interessi e d’intervento. Altre mobilitazioni sociali sono state quelle davanti alle molte, troppe fabbriche minacciate dalla chiusura: la lotta della ex GKN, che si protrae ormai da più di due anni rimane esemplare per la capacità di far convergere sul tema della difesa del posto di lavoro anche movimenti ambientalisti, femministi e altri soggetti sociali.

Eppure, pur in presenza di queste novità positive, è evidente che manchi qualcosa a questi momenti di opposizione al governo di estrema destra e, più in generale, alle iniziative di critica al modello socioeconomico dominante. Non casualmente le forme di lotta utilizzate dai giovani di “Extinction rebellion” hanno portato ad aprire un dibattito interessante: si è detto che il loro modo di lottare si configura più come una rivolta rispetto alle condizioni disperate determinate dal cambiamento climatico, che come una strada verso la rivoluzione del modo di produrre e di consumare. E altrettanto chiaramente gli operai della ex GKN nel festeggiare la sentenza della magistratura che ha revocato i licenziamenti e riaperto la possibilità di una riconversione produttiva (https://volerelaluna.it/lavoro/2024/01/04/ex-gkn-una-nuova-vittoria-giudiziaria-ma-ora-serve-lintervento-pubblico/), hanno invitato tutti i solidali e i convergenti con la loro lotta ad uscire da questo eterno presente e a ragionare e lottare per un futuro migliore. È questo che manca per rafforzare le mobilitazioni, per dare loro un carattere generale, per costruire una continuità: una ripresa del dibattito su quale società vogliamo costruire attraverso le lotte sociali e democratiche.

In un’ultima newsletter del 2023 il manifesto ha proposto un elenco ragionato di “luoghi non più comuni”, di idee e di parole da buttare via insieme con il vecchio anno. In questo contesto Marco Bascetta ha scritto parole condivisibili sull’andare oltre l’esperienza europea del socialismo dell’est e della socialdemocrazia dell’ovest, pur con l’inevitabile schematicità di un breve articolo: «Non si tratta, beninteso, di cancellare il passato né di demonizzarlo, ma di mettere a fuoco una soluzione di continuità, di tagliare i rami secchi dell’albero genealogico, di eleggere a propri contemporanei gli uni e prendere commiato da molti altri» ( https://ilmanifesto.it/luoghi-non-piu-comuni-rifondazione ). Ora questo confronto su ciò che resta di utile e di necessario della storia e dell’esperienza del movimento operaio, nella prospettiva di una società che apra la transizione dal modello socioeconomico attuale, non è più rinviabile. Da qualche anno negli USA è ripreso tra le nuove generazioni un dibattito sul socialismo che allarma giustamente i commentatori “occidentalisti” dei quali si diceva poc’anzi. Il taglio di quella discussione è sostanzialmente pragmatico e ben poco ideologico: in fondo per gli americani, ancor più se giovani, le esperienze europee socialdemocratiche e sovietiche sono corpi estranei con cui non hanno mai avuto direttamente a che fare. Per noi Europei l’opera di potatura, auspicata da Bascetta, è sicuramente più complessa e dolorosa: essa, però, potrà essere tanto più efficace quanto più si intreccerà alle lotte e alle mobilitazioni sociali del nuovo anno.

Gli autori

Riccardo Barbero

Riccardo Barbero ha militato in diverse organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Attualmente pensionato anche dal punto di vista politico. Collabora con i siti workingclass.it e volerelaluna.it

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2 Comments on “Andare oltre l’esperienza del socialismo reale e delle socialdemocrazie occidentali”

  1. C’è a mio parere un profondo errore. Quello dell’Est europeo non era socialismo, ma comunismo. Continuando con questo errore si fa solo confusione e non si va da nessuna parte.

    1. Grazie Alberto per il commento.
      In realtà il socialismo reale cosiddetto dell’URSS era soprattutto statalismo e lasciava ben poco spazio allo sviluppo di un transizione verso una società socialista.
      Se si resta alla definizione marxiana di socialismo (a ciascuno secondo il proprio lavoro) e di comunismo (a ciascuno secondo i propri bisogni) non mi sembra che si possa dire che l’URSS fosse comunista.
      Forse il tuo intervento si focalizza sul partito che guidava l’URSS e che si chiamò comunista su iniziativa di Lenin durante la rivoluzione bolscevica.

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