Il futuro dell’Europa e il silenzio della sinistra

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Le elezioni per il Parlamento europeo sono ormai all’orizzonte e iniziano le “grandi manovre” per i futuri assetti delle istituzioni dell’Unione e la relativa governance. Ciò avviene, peraltro, senza alcun dibattito sul senso dell’Europa e sul suo futuro e mentre, da un lato, crescono i nazionalismi e, dall’altro, si accentua l’irrilevanza del vecchio continente nello scacchiere internazionale. Tace, in particolare, la sinistra, nel nostro Paese e non solo. Di qui la nostra scelta di aprire un dibattito a tutto campo, più che mai necessario per delineare un “che fare” non rinunciatario. Iniziamo con i contributi di Enrico Grazzini e Sergio Labate. L’auspicio è che altri ne seguano. Per parte nostra non mancheremo di sollecitarli. (la redazione)

E così anche sua maestà Mario Draghi ci ammonisce sul futuro dell’Europa. Personalmente – ma credo di essere, in questo caso, in buona compagnia – non posso che essere d’accordo almeno con il punto di partenza espresso da Enrico Grazzini (nell’articolo Gli Stati Uniti d’Europa un progetto irrealizzabile e non auspicabile): se qualcosa è sostenuto da sua maestà Draghi, anche se ha tutti i crismi per sembrare cosa giusta deve essere sbagliata. Persino in questo caso, quando ciò che sostiene – la necessità di un’accelerazione politica e federalista dell’Europa – è patrimonio comune di tanti padri nobili e rispettabili della sinistra, a partire dal manifesto di Ventotene. Ci deve essere sicuramente un inganno, un ingrediente con cui sua maestà sta avvelenando i pozzi. Tra poco dirò con chiarezza perché penso allo stesso tempo che il federalismo di Draghi sia una trappola eppure che non vi sia altra strada al di fuori del federalismo europeo. Ma non è questione di quel che penso io, piuttosto di quel che pensa la sinistra. Che su questo, in verità, pare aver rinunciato a pensare.

Ricominciamo dall’inizio, dunque. Forse sarebbe meglio dire: solo sua maestà Draghi ci ammonisce sul futuro dell’Europa. Perché se dovessimo stare alla discussione su questo tema all’interno della politica italiana, il giudizio non potrebbe che essere impietoso. Si potrebbe riassumere con una formula: “Sinistra, non pervenuta”. Eppure le elezioni europee si avvicinano ma, a quanto pare, in Italia siamo troppo impegnati a provincializzarle, trasformandole in regolamento di conti interni. Mentre in Europa stanno già trattando sul dopo (sempre sua maestà Draghi in pole position, se non si fa bruciare: cosa che gli viene anche bene), come se i risultati delle elezioni non potessero mutare di una virgola gli equilibri politici che vengono decisi ai piani alti di Bruxelles. Non proprio un efficace spot elettorale e un buon esempio per la democrazia.

La sinistra politica avrebbe tutto l’interesse a de-provincializzare e democratizzare l’occasione elettorale, anche semplicemente per ricordarci che esiste (ci sono giorni – quando la mia tendenza depressiva stravince – che l’unica domanda che mi viene da farmi sulla sinistra politica è: perché non ne abbiamo ancora celebrato il funerale?). De-provincializzare, cioè uscire dalla mediocrità delle dispute interne. Democratizzare, cioè rivendicare con chiarezza che il conflitto su cui si è consumata la candela luminosa dell’Europa è quello tra oligarchia e democrazia. Non può bastarci che adesso la maestà delle oligarchie europee venga a dirci che dobbiamo fare il contrario di quel che ci ha costretti a fare finora. Per esempio, basterebbe cominciare con una parola semplice semplice: non se ne può più del paternalismo della tutela. È una beffa che l’Europa dei lumi – quella che ci ha insegnato a rivendicare il diritto a uscire dallo stato di minorità – si sia alla fine sclerotizzata in questa istituzione oligarchica che tratta i suoi cittadini come io tratto mio figlio: fai quello che vuoi ma fino a un certo punto. E il punto lo decido io, ovviamente. Con la differenza che mio figlio non me la dà vinta facilmente, mentre noi chiniamo il capo e obbediamo, specie a sinistra e per paura probabilmente di tempi peggiori. Stato dell’arte del software Europa: non farci uscire dallo stato di minorità ma metterci sotto tutela. Presto l’installazione sarà definitivamente conclusa.

Ecco, ma allora perché la sinistra tace pur avendo tutto l’interesse a parlarne? E qui, tanto per cambiare, mi tocca fare un détour. Io non sono tra quelli che pensano che la sinistra sia come una creatura già formata a cui manca soltanto la parola, cioè un partito e un’organizzazione credibile. Quest’affermazione – che spesso prevale – mi suona anzi come presuntuosa e autoassolutoria. La sinistra è in crisi perché negli ultimi decenni ha scelto deliberatamente di sottrarsi a una discussione reale su alcuni temi essenziali sui quali, se anche avessimo il più credibile dei leader e la più riuscita delle organizzazioni, finiremmo lo stesso per balbettare. Innanzitutto tra noi. E non v’è dubbio che l’Europa sia uno di questi temi.

L’altro giorno una persona mi ha espresso più o meno questo pensiero: «Per fortuna che non c’è la sinistra al governo. Altrimenti avremmo già da tempo aderito al Mes e ci saremmo arresi al nuovo patto di stabilità senza nemmeno trattare». Molti dei lettori staranno pensando: «il solito rossobruno… Eccone un altro». Invece no. È una persona colta e informata e che non voterebbe mai – nemmeno sotto tortura – partiti di destra. Che si è fatta ingannare per qualche tempo dal M5S (adesso è completamente disintossicato). È una persona come tante a sinistra, disperate per quanto attiene la capacità dei partiti di sinistra di prendere la parola e dire qualcosa di sensato sull’Europa e sulla sua tutela imposta a tutti. È una persona sana di mente politica, perché riconosce che non c’è nessuna difesa dell’“Europa dei popoli” all’interno di un meccanismo come quello del patto di stabilità, che è di fatto il principio in base al quale accettiamo di essere messi sotto tutela e torniamo all’austerity (che non è mai finita in realtà: un’altra volta spiegherò perché i soldi del PNRR hanno come effetto voluto quello di demolire le Università pubbliche, per fare solo un esempio).

Lo scriveva più autorevolmente di me Guido Ortona (https://volerelaluna.it/che-fare/2023/09/07/che-fare-e-dove-prendere-i-soldi-per-farlo/): «Per fare un esempio, nei giorni in cui scrivo (estate 2023) è in discussione un problema fondamentale per il futuro dell’Italia (e non solo), e soprattutto degli italiani che dovrebbero costituire il popolo di sinistra, e cioè i lavoratori dipendenti e i disoccupati. Si tratta della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità, e la sinistra dovrebbe mobilitare tutte le sue forze per opporsi alla sua ratifica, come suggerito dalla totalità (o quasi) degli economisti di sinistra». Un’altra estate è finita e anche l’autunno non se la passa troppo bene. Ma sulla ratifica del MES come sulla revisione del patto di stabilità la sinistra, nonostante l’evidenza delle circostanze, passa da posizioni più realiste del re (il partito democratico e affini) alla complicità di un silenzio dovuta probabilmente alla necessità di non confondersi con la destra.

Eccolo il punto. Non è che siamo semplicemente timidi. È che sull’Europa è meglio tacere, perché sennò finiremmo col litigare tra noi. Che è precisamente ciò che dovremmo fare, in effetti. Smetterla di illuderci che la sinistra possa risorgere senza affrontare i propri tabù. Per me non può esserci una sinistra che non riconosce la trappola dell’Europa, non dice una parola chiara – non traccheggiante, non piena di “sì, però…” – sul fallimento di questa governance europea che è stata l’asset principale dell’istituirsi dell’ordine neoliberale. Che non sappia dire con chiarezza ciò che è evidente: che il patto di stabilità è una follia che servirà a strozzare la povera gente per risanare il bilancio dei capitalisti. E siamo così tornati alla domanda da cui siamo partiti: perché la sinistra preferisce tacere sull’Europa, piuttosto che dire l’evidente? Sono due le ipotesi di risposta, dal mio punto di vista (ce n’è una terza ma la riservo per un’altra occasione).

La prima è che la sinistra non può dire le stesse cose che dice Salvini. E come si fa a negarlo? È giustissimo, e infatti dovrebbe dire il rovescio e non il contrario di ciò che sostiene Salvini. Distinzione sottile e oscura, me ne rendo conto. Ma per cui non chiedo al lettore troppa pazienza, perché confido che l’enigma verrà sciolto subito, con l’ipotesi di risposta successiva.

La seconda è che la sinistra abbia in questi anni difeso l’Europa e non voglia spingere troppo nella sua critica perché teme molto di più il rafforzarsi dei nazionalismi. Un dramma nel dramma: la crisi dell’Europa nel riemergere tragico dei nazionalismi. Ma è proprio qui che si consuma la nostra differenza da Salvini e anche il mio personale disaccordo con Grazzini. Il compito epocale della sinistra è precisamente quello di immaginare una forma di governo democratico che permetta di uscire sia dalla governance dell’Europa neoliberale sia dalla piaga di nuovo in auge dei nazionalismi. Corsi e ricorsi storici, siamo di nuovo a Ventotene. È ridicolo, pericoloso, controfattuale e antistorico pensare che gli stati nazione ci salveranno dalla trappola di questa Europa, come sono tentati di credere anche coloro che da sinistra diffidano dell’ipotesi federalista. Ma è altrettanto pericoloso e controevidente credere ancora che qualunque Europa ci salverà dalla degenerazione contemporanea degli stati nazione, mentre sono decenni che quest’Europa non è altro che una guerra a bassa intensità tra stati nazione e che ha portato a guerre nazionalistiche, sotto falso nome fino a poco fa e con la brutalità del suo nome vero da quasi due anni a questa parte. Salvini non critica l’Europa ma gioca il suo stesso gioco, che è pure quello di Draghi: soffiare sul fuoco delle nazioni e separare dallo stato nazione (Salvini) o dall’Europa (Draghi) ogni residuo di democrazia sociale. C’è un solo modo per non essere come Salvini, ed è essere contro Draghi. Cioè proporre con forza e rigore una critica non nazionalistica, europeista e federalista all’attuale ordine europeo (non un suo inveramento come propone Draghi).

Le prossime elezioni europee serviranno alla sinistra, se serviranno, proprio a questo: a riprendere la parola anche tra noi per sciogliere il tabù dell’Europa. La sinistra s’è persa. E non solo perché non c’è nessuno che la rappresenti a modo. Ma perché continua a farsi parlare dal discorso dominante secondo cui alla fine dei conti possiamo solo scegliere chi far cadere dalla torre: o Salvini o Draghi. Quasi tutti sceglierebbero di far cadere Salvini, qualcuno sacrificherebbe Draghi. Imploro una sinistra che sia all’altezza del mio disprezzo per entrambi. Orsù, facciamoli cadere entrambi, riconquisteremo la torre e ci sarà molto più spazio per tutti, anche per noi.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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One Comment on “Il futuro dell’Europa e il silenzio della sinistra”

  1. Questo articolo mi trova già molto più d’accordo rispetto a quello di Grazzini.
    Osservo solo che Draghi c’è perché non c’è la politica.
    Il peccato originale dell’Europa è stato credere di potersi costituire come soggetto economico senza costituirsi come soggetto politico. Il che l’ha resa ostaggio del neoliberismo peggiore (chiedere alla Grecia…)
    E il peccato peggiore di questa sinistra è la paura: paura del ritorno dei nazionalismi che la spingono a dire sì a un’Europa qualunque alimentando i nazionalismi stessi; paura di discutere apertamente per non sembrare divisa con il risultato di non avere più la capacità di dire nulla; paura di dispiacere ai mercati perdendo di credibilità persino quando avanza qualche (rara) critica sensata; persino paura delle elezioni e dei suoi elettori. Paura della democrazia.

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