Gli Stati Uniti d’Europa: un progetto irrealizzabile e non auspicabile

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Le elezioni per il Parlamento europeo sono ormai all’orizzonte e iniziano le “grandi manovre” per i futuri assetti delle istituzioni dell’Unione e la relativa governance. Ciò avviene, peraltro, senza alcun dibattito sul senso dell’Europa e sul suo futuro e mentre, da un lato, crescono i nazionalismi e, dall’altro, si accentua l’irrilevanza del vecchio continente nello scacchiere internazionale. Tace, in particolare, la sinistra, nel nostro Paese e non solo. Di qui la nostra scelta di aprire un dibattito a tutto campo, più che mai necessario per delineare un “che fare” non rinunciatario. Iniziamo con i contributi di Enrico Grazzini e Sergio Labate. L’auspicio è che altri ne seguano. Per parte nostra non mancheremo di sollecitarli. (la redazione)

Secondo l’ex banchiere ed ex premier italiano Mario Draghi «questo è un momento critico per l’Europa. Il modello di sviluppo europeo si è dissolto: occorre reinventarsi con un modo diverso di crescere, a differenza che in passato occorre diventare Stato». Draghi, il 29 novembre, in occasione della presentazione di un libro di Aldo Cazzullo sul potere imperiale dell’antica Roma, ha spiegato che «questo è un momento particolare in cui dobbiamo rivedere molti dei presupposti del nostro stare insieme. L’Europa soffre di mancanza decisionale. Occorre iniziare da una integrazione politica dell’Unione con un Parlamento che sia veramente un Parlamento dell’Europa». Insomma Draghi punta allo Stato federale centralizzato, agli Stati Uniti d’Europa. È lo stesso sogno che da sempre persegue Sergio Fabbrini, capo del Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS ed editorialista sulle questioni europee del Sole 24 Ore. Nella sua rubrica domenicale sul Sole Fabbrini invoca che l’Unione Europea diventi una federazione sul modello degli Stati Uniti d’America e si dia quindi delle istituzioni centrali sovranazionali, cioè al di sopra dei singoli Stati, per esempio al di sopra dei governi della Germania e della Francia, e anche dell’Italia naturalmente. Il problema è che il sogno di Fabbrini e di Draghi e dei federalisti come loro è irrealizzabile (e se fosse realizzato sarebbe un incubo). Il progetto di una Europa Federale con istituzioni “democratiche” sovranazionali è, come vedremo, apparentemente “corretto” e seducente, ma nei fatti impossibile e antidemocratico.

Tuttavia le recenti esternazioni di Draghi non sono casuali. Il Parlamento Europeo nella seduta del 22 novembre ha approvato una Risoluzione con la quale chiede l’avvio di una Convenzione per la riforma del Trattato di Lisbona (che dal 2009 è la fonte primaria del diritto della UE). Il Parlamento di Bruxelles ha sollecitato il Consiglio Europeo a convocare una Convenzione di riforma della Ue secondo la procedura prevista dal Trattato di Lisbona. La Risoluzione è stata approvata, anche se con una maggioranza esigua. Tuttavia è molto probabile che la revisione di Lisbona – se mai sarà avviata – resterà lettera morta: infatti richiede la necessaria ratifica di tutti i 27 Stati membri. È un processo che può durare parecchi anni: e soprattutto le spaccature sono già profonde. La Risoluzione è stato votata dal Parlamento europeo con una esigua maggioranza di 291 si 274 no. Tutti i parlamentari italiani della Lega e di Fratelli d’Italia hanno votato contro; e così pure, sorprendentemente, molti esponenti del Partito Popolare europeo, a cui appartiene Forza Italia, il partito che fu di Silvio Berlusconi e che oggi è di Antonio Tajani, l’attuale ministro degli esteri italiano. Il Governo italiano di Giorgia Meloni è contrario al super-Stato. Per avviare la Convenzione occorre il consenso di almeno 14 governi dell’Unione; 13 hanno preannunciato il loro sì, ma l’Italia non ancora.

Il punto centrale della Risoluzione consiste nel superamento, quasi senza eccezioni, del potere di veto attualmente presente per materie essenziali di competenza dell’Unione, e nella sua sostituzione con la procedura di approvazione a maggioranza qualificata. Verrebbe adottata contemporaneamente la procedura legislativa ordinaria della Ue, che richiede la co-decisione del Parlamento a fianco della delibera del Consiglio. Sicurezza, difesa comune, armonizzazione fiscale, politica estera, bilancio pluriennale, nuove risorse dell’Unione, e anche le riforme future dei Trattati verrebbero decise a maggioranza qualificata con co-decisione del Parlamento europeo. Quest’ultimo otterrebbe un pieno diritto di iniziativa legislativa e diventerebbe un co-legislatore per bilancio a lungo termine dell’UE.

I deputati a maggioranza hanno infatti chiesto una riforma del governo della UE, che prevederebbe un sistema bicamerale che rafforzerebbe il ruolo del Parlamento, oltre che cambiare i meccanismi di voto nel Consiglio. I deputati hanno chiesto anche l’inversione degli attuali ruoli del Consiglio e del Parlamento nell’elezione del presidente della Commissione (che verrebbe ribattezzato “Esecutivo europeo”): in tal modo il Parlamento nominerebbe in futuro il presidente della Commissione e il Consiglio europeo ratificherebbe o meno la nomina. La nuova Proposta prevede inoltre di consentire al presidente dell’Esecutivo europeo di scegliere i suoi membri in base alle sue preferenze politiche, garantendo al tempo stesso l’equilibrio geografico e demografico. I membri della Commissione/esecutivo passerebbero però da 27 a 15, lasciando fuori quindi i rappresentanti dei paesi più piccoli. È tuttavia ovvio che questi non accetteranno mai di essere tagliati fuori dal potere europeo. Inoltre è molto probabile che Germania e Francia da sole, anche in un sistema a maggioranza qualificata, abbiano una quota di voti tale da mantenere un potere di veto, a scapito dei paesi più piccoli.

Chi scrive crede realisticamente che: a) nessun grande o piccolo Stato e nessun Parlamento e Governo europeo – né in Germania, né in Francia né altrove – si lascerà mai scavalcare da un istituto sovranazionale che decide al posto suo su materie come il fisco, la difesa e la guerra; b) il voto unanime è indispensabile nelle questioni centrali che riguardano i popoli e gli Stati, come la guerra e la pace; non si può per esempio costringere i cittadini italiani a intervenire militarmente in Libia solo perché una maggioranza qualificata decide che bisogna intervenire; c) lo Stato centralizzato europeo sarebbe un incubo anti-democratico, più ancora di questa UE che non è certamente democratica e rappresenta gli interessi dei governi e delle élite; d) nessuna unione federale è possibile senza un fondo federale, tasse comuni, condivisione dei debiti pubblici e emissione di titoli di debito comuni. Ma nessun paese ricco vorrà condividere le proprie risorse con quelli più indebitati. Un’ultima decisiva considerazione: gli Stati europei sono diventati, bene o male, democratici dopo molti decenni di conflitti sociali. L’Unione Europea non potrà mai diventare democratica perché non esiste una opinione pubblica europea, dei sindacati europei, dei partiti paneuropei e delle organizzazioni intermedie di società civile europea che possano contrastare e condizionare le istituzioni di Bruxelles. E senza conflitto sociale non c’è democrazia ma solo centralizzazione e autoritarismo.

I federalisti come Fabbrini guardano agli Stati Uniti d’America come l’esempio da imitare. Ma gli USA sono nati in una condizione di omogeneità culturale da un popolo colonizzato che aveva una storia recente comune (lotta contro Sua Maestà Britannica), praterie aperte e terre vergini da conquistare (anche se già abitate dagli indiani di America); e gli USA si sono consolidati solamente dopo una sanguinosa guerra civile dove i nordisti hanno schiacciato i sudisti. Il problema è che la condizione dell’Europa è completamente diversa, e questo Fabbrini e Draghi dovrebbero saperlo, non possono ignorare completamente la storia europea. In Europa esistono Stati più o meno democratici, monarchie e repubbliche, consolidati nei secoli, con storie molto diverse al nord al sud, all’ovest e all’est. Non esiste un popolo europeo con interessi, lingue, storie e culture sufficientemente omogeneo per formare una democrazia europea. Solo i mercati, e in particolare i mercati finanziari, e il commercio sono comuni in Europa; ma la storia politica e gli interessi geopolitici e geoeconomici delle diverse nazioni sono molto differenti tra loro. Sarebbe antidemocratico che i tedeschi decidessero sugli affari polacchi o italiani e che i polacchi, i lituani, e gli italiani decidessero sugli affari spagnoli. Tanto più se si tratta di guerra e di pace.

L’idea di De Gaulle, di una Confederazione Europea è più realistica rispetto a quella della Federazione degli Stati Uniti d’Europa. Peccato però che il presidente francese puntasse esclusivamente all’egemonia della sua Republique sulla Germania e gli altri Stati europei! Spiace dirlo ma l’idea della Meloni di “Europa delle nazioni” è più realistica e democratica dell’idea degli Stati Uniti d’Europa abbracciata dal PD e dalla sinistra europea. Occorre comunque sapere che, se ci fosse la volontà politica, molte scelte di collaborazione tra gli Stati europei – per esempio sull’immigrazione, il fisco, la sicurezza e la difesa – potrebbero essere realizzate già oggi con gli strumenti previsti dai Trattati, come le cooperazioni rafforzate e le altre clausole che consentono a un gruppo di Stati di procedere senza la necessità dell’approvazione di tutti. La moneta europea, Schengen, le politiche di coesione sociale sono nate a geometria ridotta, lasciando fuori per loro scelta alcuni Stati membri. Se ci fosse la volontà politica sarebbe prima di tutto indispensabile cancellare i paradisi fiscali dentro l’Unione, come quelli del Lussemburgo, dell’Olanda, dell’Irlanda, di Malta e di Cipro e cancellare il regolamento di Dublino sull’immigrazione. Senza questi “piccoli passi” la retorica degli Stati Uniti d’Europa è solamente flatus voci. Il problema è che questa Unione Europea sta diventando impotente e inutile.

Gli autori

Enrico Grazzini

Enrico Grazzini, giornalista economico, è autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Ha collaborato con diverse testate, tra cui il “Corriere della Sera”, “MicroMega”, “il Fatto Quotidiano”. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali. Ha pubblicato da ultimo con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una moneta pubblica libera dal debito".

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One Comment on “Gli Stati Uniti d’Europa: un progetto irrealizzabile e non auspicabile”

  1. A me sembra che il problema fondamentale dell’Europa è che gli europeisti hanno perso il loro slancio in favore di una realpolitik dei “piccoli passi” che la sta condannando alla staticità e poco per volta al completo fallimento.
    Le case si edificano dalle fondamenta non dal tetto: continuo a pensare che senza una vera Costituzione Europea l’Europa sia destinata a sgretolarsi schiacciata fra l’imbecillità dei neo-nazionalismi (“l’Europa delle nazioni” è senz’altro più realistica ma è la stessa che si è massacrata in due guerre mondiali), l’egemonia neoliberale – che ormai non è neppure più considerata un’ideologia ma proprio una legge naturale – e gli interessi degli altri attori internazionali.

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