Che fare? E dove prendere i soldi per farlo?

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Premessa. In questo articolo cercherò di argomentare quanto segue: a) esiste lo spazio politico per un partito unitario della sinistra (par. 1); b) questo partito è necessario, ma non nasce spontaneamente (par. 2); c) questo partito deve sapere proporre un programma chiaro, praticabile, che unifichi gli interessi di diversi gruppi sociali (per semplificare, ma non troppo: di tutti gli emarginati e gli sfruttati) (par. 3); d) la sinistra manca al suo compito fondamentale di promozione di questo partito (par. 4). E sulla base di ciò, nei due ultimi paragrafi, mi permetterò di dare due suggerimenti operativi. Penso che sia utile specificare che milito a sinistra da circa 60 anni, e ho studiato e insegnato Politica Economica per circa 50.

1. Esiste lo spazio politico per un partito unitario della sinistra. Oggi in Italia esiste molta più sinistra di quanto a sinistra di solito si pensi. Ci sono molti blog e siti di sinistra; e ci sono molte riviste on-line di sinistra, spesso di ottimo livello. La qualità di queste iniziative è spesso molto elevata; e la loro quantità indica che c’è un interesse ampio, e mi pare crescente, per i temi e le attività della sinistra. I sindacati di base (USB) e parte della CGIL sono di sinistra. Ci sono persino degli iscritti al PD, probabilmente parecchi, che sarebbero contenti dell’esistenza di un soggetto serio di sinistra; e sicuramente lo sono molti elettori del PD e del M5S. Alle ultime elezioni politiche le liste di sinistra hanno avuto più del 5% dei voti; se si tiene conto dell’altissimo livello di astensione, parte della quale potrebbe essere recuperata, la sinistra può ragionevolmente darsi come obiettivo di raggiungere il 10% dei voti. Chiarisco: come obiettivo, qualche cosa che è possibile raggiungere con opportune strategie, non qualcosa che prima o poi arriverà per conto suo.

2. Questo partito è necessario, ma non nasce spontaneamente. Ho il massimo rispetto per i compagni che si impegnano nelle lotte locali, come la campagna contro il TAV, o settoriali, come l’implementazione dei diritti dei lavoratori della logistica. E sono convinto che queste lotte, così come la mobilitazione di piazza, siano molto importanti. Sono anche convinto dell’importanza dell’esistenza di numerose sedi di dibattito e di elaborazione in cui tanti compagni sono impegnati, dalle riviste on-line ai blog. Ma dobbiamo renderci conto che dalla somma di queste mobilitazioni non nasce “da sola” una piattaforma politica nazionale. Per un motivo semplice da enunciare e da riconoscere in termini molto generali quanto complesso da analizzare nella sua specificità, e cioè la fine della coincidenza fra i diversi, anche molto diversi, interessi specifici di una grande quantità di lavoratori e le necessità di cambiamenti di fondo della società italiana. 50 anni fa gli operai sapevano che molte delle esigenze della loro vita quotidiana potevano essere soddisfatte mediante l’introduzione dello Statuto dei diritti dei lavoratori o mediante l’introduzione del Servizio Sanitario Nazionale; e sapevano anche che quegli obbiettivi erano realistici. Oggi questa convergenza fra problemi locali, che spesso sono addirittura individuali, e soluzioni nazionali non c’è più. Le cause sono molteplici, dal venire meno della grande industria come sede principale e tipica dell’organizzazione dei lavoratori, alla elevata non-occupazione che rende comunque deboli i lavoratori. Approfondire questo discorso sarebbe importante ma ci porterebbe fuori tema (prego il lettore di volere riconoscere la validità di quanto sopra come indicazione molto generale, e di giustificare l’ipersemplificazione che ne consegue). E tuttavia oggi come ieri le esigenze fondamentali della vita quotidiana dei lavoratori e dei disoccupati non possono essere soddisfatte che da politiche di ampio respiro: penso per esempio al salario minimo, al rilancio della sanità pubblica e soprattutto (come vedremo) a una riforma fiscale di sinistra. Si tratta per loro natura di lotte non locali, che richiedono quindi un’organizzazione politica che le unifichi: cioè un partito di sinistra (a questo livello di discorso, “partito” e “movimento organizzato” possono essere considerati sinonimi).

3. Questo partito deve sapere proporre un programma chiaro, praticabile, che unifichi gli interessi di diversi gruppi sociali (per semplificare, ma non troppo: di tutti gli emarginati e gli sfruttati). Come detto più sopra, nella “età dell’oro” postbellica, per usare la terminologia di Hobsbawm, esisteva oggettivamente una coerenza fra gli interessi “del sale e del riso” dei lavoratori, per usare quella di Mao Tse-Tung, e la necessità di profonde riforme della società: ma questo non è stato sufficiente a promuovere le lotte, spesso vittoriose, di quel periodo. È stata necessaria la presenza dei partiti di sinistra, e non solo per la loro attività parlamentare, ma anche per quella di elaborazione e di promozione del sostegno a quegli obiettivi nella società civile, in una parola per la creazione di una cultura di sinistra egemone (per usare adesso la terminologia di Gramsci) nei confronti di quella degli avversari di classe. Questo è tanto più necessario oggi, data la minore coerenza fra esigenze specifiche e generali, di cui abbiamo parlato più sopra. Sommando cento movimenti per il divorzio, per la difesa della salute in fabbrica ecc. non si otteneva allora automaticamente un soggetto politico di sinistra vincente; a maggior ragione non lo si ottiene oggi sommando TAV, difesa dei diritti delle famiglie non tradizionali ecc. Occorre un “moderno principe” che partendo da quelle esigenze proponga un programma politico generale in cui gli sfruttati e gli emarginati possano riconoscere la possibile soluzione dei loro specifici problemi.

4. La sinistra manca al suo compito fondamentale di promozione di questo partito. Mi pare che i militanti e i dirigenti della sinistra non insistano a sufficienza sulla necessità di un partito unitario di sinistra che sia più di una provvisoria alleanza elettorale. Mi pare anzi che in generale non riconoscano nemmeno la necessità della sua esistenza. Analogamente, mi pare che non si rendano nemmeno conto della necessità di proporre il più unitariamente possibile un programma che sia chiaro, serio, praticabile e tale e da unificare le esigenze specifiche dei diversi gruppi di sfruttati ed emarginati. Faccio l’esempio di Unione Popolare, un partito in cui operano dirigenti e militanti che stimo molto, ma che proprio per questo ritengo che sia utile sottoporre a un giudizio critico (criticare la cosiddetta sinistra del PD sarebbe oggi – forse non domani – un’inutile perdita di tempo). Esiste una bozza di Manifesto di UP, priva di contenuti che non siano di principio; ed esiste un Programma che contiene 120 punti, e che come tale si presta assai poco a essere recepito da una vasta opinione pubblica, dato che è difficile per essa individuare quali sono i punti fondamentali senza una previa scrematura che deve essee effettuata dal partito. La cosa è tanto più strana, ed irritante, in quanto è ovvio, e sotto gli occhi di tutti, quale deve essere il punto fondamentale, eventualmente l’unico, di questo programma, e cioè il rilancio dello Stato Sociale e dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione mediante un’opportuna redistribuzione a scapito dei redditi e dei patrimoni più elevati (basterebbe poco: si può stimare che la spesa per il reddito di cittadinanza fosse meno dell’1,5 per mille della sola ricchezza del 10% più ricco della popolazione italiana). Dico “irritante” perché è appunto irritante constatare che mentre a livello mondiale, da Piketty fino al Financial Times, viene riconosciuta la necessità storica di una redistribuzione siffatta, la sinistra italiana trascura, o almeno trascura di mettere al centro della sua proposta, questa questione fondamentale: che non è dove prendere le risorse per il necessario rilancio dello Stato Sociale, ma a chi prenderle, nonostante che questa questione sia stata sempre alla base delle rivendicazioni della sinistra di classe. Ora, formulare proposte serie su come attuare questa redistribuzione non è semplice, richiede capacità di elaborazione e conoscenza del funzionamento dei meccanismi dell’economia. C’è evidentemente un circolo vizioso: in assenza di un programma politico serio non può nascere un partito politico serio, ma senza un partito politico serio è difficile che la sinistra possa proporre un programma politico serio. Perché la sinistra è prigioniera di questa trappola?
La risposta più giusta a questa domanda da parte mia sarebbe “non so”. Si tratta di un fenomeno comune a gran parte del mondo capitalista (non tutto), quindi deve avere delle radici strutturali profonde; aspetto che qualche politologo o sociologo serio si decida a studiare seriamente il fenomeno. Cercherò comunque di dare qualche suggerimento, perché nell’ambito del ragionamento di questo articolo il problema non può essere eluso. Come dovrebbe fare qualsiasi studioso, sono disposto a cambiare la mia opinione in presenza di analisi valide che la smentiscano.
Penso che la spiegazione vada cercata nella natura dei militanti di sinistra. Ce ne sono – semplificando molto – di tre tipi; più gli opportunisti, i voltagabbana ecc., di cui non mi occupo (probabilmente contano qualcosa, ma sarebbe troppo comodo dare a loro tutta la colpa. E d’altra parte di questi tempi ben difficilmente un filibustiere intelligente sceglierebbe di militare a sinistra).
Il primo tipo di militante sono i militanti di base, quelli che riempiono (giustamente) le piazze. Lo fanno (meglio, lo facciamo) per il (giusto) sdegno nei confronti delle politiche di destra, e per la (giusta) esigenza di fare qualcosa. È evidente che non è a questi militanti, o meglio a questo livello di militanza, che si può chiedere che si formi un partito. Si potrà e dovrà chiedere la loro adesione alla politica del partito unito della sinistra, quando ci sarà. Senza di loro questo partito unitario non può nascere, ma come abbiamo visto la somma delle loro lotte non crea di per sé quel partito.
Il secondo tipo di militanti sono i compagni impiegati nelle istituzioni di governo locale, o in altri enti della società civile, come i sindacati “ufficiali”. Costoro sono tipicamente impegnati in un duro lavoro quotidiano, che richiede tempo e richiede compromessi, come sempre in politica. Proseguo con un esempio fittizio. Immaginiamo un consigliere o un assessore comunale o regionale che stia combattendo per ottenere che vengano stanziati più fondi per le case di riposo e meno per dei contributi per la ristrutturazione delle ville patrizie. Dovrà impegnare tutto il suo tempo e le sue capacità politiche per ottenere il consenso di forze politiche più moderate. In queste condizioni esporsi su un tema di livello nazionale di rottura e poco praticabile come una tassa sui patrimoni dei ricchi è non solo inutile ma dannoso, in quanto ostacola il raggiungimento dei compromessi che è giusto ricercare. Quindi non è nemmeno a questo livello che si può chiedere che nascano il programma e il partito.
Infine ci sono i dirigenti nazionali. Costoro provengono dalla militanza, come è giusto perché un dirigente deve essere riconosciuto dai militanti di base (quel poco che c’è) come uno dei loro. Non avranno né il tempo né una storia politica che possa indurli a dedicare tempo ed energie alla elaborazione di un programma, cosa che richiede studio e applicazione. E qui si crea un ulteriore circolo vizioso: saranno indotti a promuovere quelle attività (come la protesta di piazza) che servono alla coesione e all’estensione del movimento e quei temi abbastanza generici e indiscutibili da consentire di evitare la necessità di elaborazioni specifiche (“l’Europa dei popoli” ma non “lotta per cambiare lo statuto della BCE”); e/o a privilegiare i temi dei diritti individuali, per i quali si lotta sul terreno del conflitto ideologico, rispetto a quelli che richiedono di scendere sul terreno del conflitto sociale (la battaglia –più che giusta – per i diritti delle minoranze sessuali invece anziché in aggiunta a quella per la redistribuzione). Nemmeno a questo livello è quindi da aspettarsi una elaborazione sufficiente. Per fare un esempio, nei giorni in cui scrivo (estate 2023) è in discussione un problema fondamentale per il futuro dell’Italia (e non solo), e soprattutto degli italiani che dovrebbero costituire il popolo di sinistra, e cioè i lavoratori dipendenti e i disoccupati. Si tratta della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità, e la sinistra dovrebbe mobilitare tutte le sue forze per opporsi alla sua ratifica, come suggerito dalla totalità (o quasi) degli economisti di sinistra. Ma ciò vuol dire appoggiare Meloni su un tema sul quale i militanti di base sanno pochissimo e i dirigenti poco. La tentazione di ignorare il problema è inevitabilmente molto forte. Mi permetto, fra il serio e il faceto, una coppia di riferimenti personali un po’ forzati, che prego di non prendere troppo alla lettera: Fratoianni, persona che stimo, preferisce andare sulle barche dei migranti piuttosto che passare il suo tempo a studiare, e ciò serve a sostenere la militanza di base; Fassina, altra persona che stimo, passa buona parte del suo tempo a studiare, e il suo ruolo nella militanza a livello di base è assai scarso.

5. Come se ne esce? Tutti e tre i soggetti tipici di cui ho parlato vengono meno, per valide ragioni, al compito fondamentale della creazione di un partito e di un programma. C’è un quarto soggetto che viene meno a questo compito, ed è colui che una volta veniva chiamato l’intellettuale, oggi diremmo meglio lo scienziato sociale. Proseguo con un ragionamento per assurdo. Immaginiamo che Marx, Di Vittorio e Gramsci rivivano, con tutto il loro prestigio intatto, e che elaborino un programma di sinistra basato su pochi punti che partano dal riconoscimento della realtà del conflitto sociale e dalla necessità di prendere posizione in quel conflitto (Marx), dall’elaborazione d proposte chiare, praticabili e in cui la base possa riconoscersi (di Vittorio) e dal suggerimento di forme di lotta che possano acquisire un forte consenso al di là del “nucleo forte” dei lavoratori (Gramsci). Questo loro programma verrebbe probabilmente accettato a tutti i livelli della militanza; chi lottasse contro la cementificazione del parco X saprebbe allora che sta lottando anche per la redistribuzione della ricchezza, al consigliere comunale Y nessuno si sognerebbe di chiedere di rinnegare quel programma in nome di un compromesso locale, e al dirigente nazionale Z sarebbe chiesto di difendere quel programma in sede politica, e di acquisire le competenze necessarie per farlo. È utile ricordare che quando il PCI era una cosa seria (e senza volerlo mitizzare, aveva non pochi difetti, tanto è vero che è crollato), all’interno di esso i tre livelli convivevano: i militanti di base sapevano di avere alle spalle una proposta complessiva, e chi era obbligato a trattare con i comunisti sapeva con chi aveva a che fare, e non si sarebbe sognato di chiedere loro di non essere tali. Chiedo di nuovo che mi venga perdonata la necessaria semplificazione.
Oggi in Italia non esiste nessuno cui possa essere riconosciuta la capacità di analisi di un Marx, il prestigio di dirigente di un Di Vittorio e le capacità di elaborazione di un Gramsci. Ma possiamo pensare a un “moderno maestro”, per analogia con il moderno principe di Gramsci. Gramsci pensava che il partito politico dei lavoratori avrebbe potuto svolgere il ruolo di unificazione e di leadership che Machiavelli attribuiva al principe; per analogia, è possibile che un gruppo di intellettuali possa avere il prestigio e l’autorità morale che i singoli membri del gruppo non possono aspirare ad avere individualmente. Non si tratta di elaborare un appello di massa, in cui le singole firme annegano, così come i punti programmatici veramente importanti annegano nei programmi che ne contengono decine. Deve essere un gruppo abbastanza limitato da consentire che ciascun membro di esso possa essere chiamato e esporne il programma, e al tempo stesso composto da persone abbastanza note e qualificate da far sì che i media non possano ignorare il loro parere. E questo gruppo deve porsi come compito di proporre un programma chiaro, semplice e praticabile in cui i diversi gruppi di sinistra possano riconoscersi mantenendo la loro specificità sulle questioni che di quel programma non fanno parte. Vale la pena ricordare che la stesura del Manifesto del Partito Comunista venne affidata nel 1847 dalla Lega dei Comunisti a un gruppo di due soli scienziati sociali, e che in esso comparivano solo dieci richieste.

6. In conclusione. Mi pare che oggi i vari gruppi della sinistra debbano lavorare alla creazione di un partito unitario di sinistra che proponga un programma chiaro, praticabile, basato sul riconoscimento dell’esistenza del conflitto sociale e quindi su quello che è sempre stato il punto centrale dei programmi della sinistra, e cioè la redistribuzione delle risorse; e devono rendersi conto che questo è oggi il loro compito fondamentale. Mi pare anche che difficilmente questi soggetti riusciranno a farlo senza un contributo per così dire esterno. Questo contributo esterno deve provenire dagli scienziati sociali di sinistra. I quali a loro volta devono riconoscere che questo è il loro compito fondamentale.

In homepage “Plinio il Vecchio presenta la sua opera a Vespasiano”, particolare da miniatura della Naturalis Historia dall’Abbazia di Saint Vincent a Le Mans, XII secolo.

 

Gli autori

Guido Ortona

Guido Ortona, economista, è stato professore di Politica economica presso l’Università del Piemonte orientale. Le sue ricerche hanno riguardato soprattutto le economie di tipo sovietico, l’economia del lavoro e l’economia comportamentale. Tra i suoi libri, da ultimo, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro (Robin, 2016)

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2 Comments on “Che fare? E dove prendere i soldi per farlo?”

  1. Stupisce non poco che il pur condivisibile obiettivo di costruzione di un partito unico della sinistra non venga esaminato nel quadro della crisi ecologica sistemica e delle sue origini come prima questione da affrontare. Personalmente condivido la diagnosi di Samir Amin che la riconduce, come bomba a scoppio ritardato, proprio al compromesso socialdemstrico e ai “trenta gloriosi”. Di Amin trovo anche commovente l’entusiasmo per uno strumento di contabilità ambientale come l’impronta ecologica di Wackernagel che appare ai suoi occhi capace di superare le difficoltà dell’economia firmale. Quanto al contesto culturale italiano, più che Gramsci forse sarebbe utile tiprendere Achille Loria, formidabile anticipatore di mote delle problematiche attuali

  2. Mi si perdoni l’intervento poco costruttivo, ho poco da dire se non che sono commosso da questa lettura, e anche in parte rincuorato.

    L’unico aspetto che questa analisi mi sembra abbia trascurato riguarda alcune difficoltà ulteriori, a cui pure occorrerebbe (occorrerà) trovare antidoti.
    1) a livello di dirigenza nazionale, c’è una frammentazione difficile da superare: non saranno tutti filibustieri, ma è difficile che le poche entità che rimangano vogliano sciogliersi e confluire in una nuova unione (ed è anche un po’ umanamente comprensibile)
    2) a livello di lotte locali, c’è una militanza rilevante che non è detto si riconosca a sinistra (e una parte di sinistra che, di nuovo credo legittimamente, non vuole “tirare troppo” in questo senso, ovvero non vuole giustamente correre il rischio di sfibrare i -limitati- successi locali in favore del sol dell’avvenire)
    3) perché il progetto abbia successo, occorre individuare una “identità” in cui “tutti” si possano riconoscere, evitando sia il leaderismo, sia le “identity politics” che hanno contribuito alla dissoluzione della sinistra, sia toni che potrebbero suonare populisti

    Un compito non facile, ma ben vengano interventi come questo su cui si può costruire

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