Ecologismo e sinistra: una proposta di confronto

Per ottenere il consenso politico necessario a innescare un processo di regressione della crisi ecologica, le forze politiche, le associazioni e i gruppi che mettono questo obbiettivo al centro del proprio impegno devono costruire pazientemente forme di collaborazione sistematica tra loro. Questa è la proposta dell’associazione politico-culturale Sostenibilità Equità Solidarietà (SEquS) per passare dalle parole ai fatti.
(maurizio pallante)

1. SEquS si propone di contribuire a superare la frammentazione dei movimenti ecologisti e dei movimenti che si ispirano ai valori di equità sostenuti dalla sinistra, perché gli elementi che li accomunano sono più numerosi di quelli che li differenziano.

2. Se nel confronto si fanno prevalere gli elementi di divisione, la forza politica di questi raggruppamenti rimarrà frammentata e minoritaria. Tuttavia la loro debolezza politica non dipende soltanto dal fatto che sono divisi perché danno più importanza ai loro caratteri identitari anziché agli elementi che le accomunano. Probabilmente ci sono questioni teoriche non risolte, che impediscono di formulare analisi e proposte adeguate alla crisi storica che l’umanità sta vivendo.

3. Dal punto di vista di SEquS la debolezza teorica decisiva che impedisce a questi gruppi di uscire dall’ambito minoritario in cui si trovano, è costituita dalla confusione tra il capitalismo e il modo di produzione industriale.

4. Il modo di produzione industriale è il sistema economico e produttivo, iniziato nella seconda metà del Settecento, che ha finalizzato l’economia alla crescita della produzione di merci. Cioè di oggetti e servizi da vendere. Di valori di scambio, per usare una terminologia marxiana. Questa finalità dell’economia è stata condivisa dalle due varianti in cui si è realizzata: quella capitalista, in tutte le forme che ha assunto, e quella socialista, in tutte le forme che ha assunto, con l’eccezione delle componenti minoritarie del socialismo che è stato definito utopistico dalle correnti maggioritarie del socialismo che si è autodefinito scientifico. Le tecnologie usate da entrambe le varianti per accrescere la produttività e ridurre i costi di produzione sono state inevitabilmente dello stesso tipo. Identica è stata anche l’organizzazione del lavoro che ne è conseguita.

5. Le differenze tra il capitalismo e il socialismo sono state di carattere politico. Il capitalismo ha assegnato alla proprietà privata dei mezzi di produzione e al mercato sia il compito di selezionare i processi più efficienti per far crescere la produzione di merci, sia il compito di distribuire tra le classi sociali il profitto derivante dalla crescita economica. La correnti socialiste hanno combattuto questa impostazione perché avvantaggia le classi sociali più forti a scapito di quelle più deboli, puntando sull’intervento correttivo dello Stato per realizzare modalità di redistribuzione del reddito più eque e indirizzare gli investimenti nei settori produttivi con un valenza sociale, che sarebbero stati trascurati dal mercato perché meno redditizi. La variante del socialismo reale per realizzare questi obbiettivi ha abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione e ha posto limiti rigorosi al mercato, affidando la gestione dell’economia allo Stato con la convinzione che in questo modo si sarebbe coniugata la massima efficienza con la massima equità.

6. La storia ha dimostrato che il capitalismo è la realizzazione più efficace del modo di produzione industriale, perché ha consentito di realizzare una crescita economica maggiore di quella realizzata dal socialismo reale. Poiché quello era stato l’obbiettivo su cui i due sistemi si erano confrontati dalla fine della seconda guerra mondiale e su cui avevano indirizzato le aspettative delle loro popolazioni, il sistema sociale più iniquo ha dimostrato di essere il più efficace a raggiungerlo, perché la distribuzione del profitto a favore delle classi dominanti consente di accrescere gli investimenti a scapito dei consumi. E l’economia che investe di più, cresce di più.

7. La vittoria del capitalismo sul socialismo reale è stata sancita emblematicamente dall’abbattimento del muro di Berlino la notte tra il 9 e il 10 novembre 1989. La mattina seguente i tedeschi dell’est si sono incolonnati in file chilometriche di Trabant per andare ad incantarsi davanti alle vetrine dei negozi di Berlino Ovest, dove erano esposte quantità molto maggiori di merci tecnologicamente più evolute di quelle in commercio nei negozi della Repubblica popolare tedesca.

8. Nei Paesi governati dalla variante capitalista del modo di produzione industriale la sconfitta della variante socialista ha provocato profonde lacerazioni nei partiti di sinistra. La loro componente maggioritaria ha progressivamente attenuato gli ideali di eguaglianza e solidarietà che li caratterizzavano, anche in conseguenza del fatto che l’evoluzione dei processi produttivi ha ridotto e continua a ridurre la classe operaia, su cui poggiava il loro consenso politico. La componente minoritaria si è frantumata in gruppi sempre più ristretti in competizione tra loro, accomunati dalla rivendicazione della loro fedeltà a quegli ideali integrati da una forte sensibilità ecologica. Seppure con differenze non trascurabili, questi gruppi, oltre a ribadire la necessità di contrastare la tendenza alla sempre maggiore concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, rafforzata dalla vittoria del capitalismo, si sono impegnati a tutelare gli ambienti da progetti speculativi che li danneggiano per ricavare profitti presentati all’opinione pubblica come valorizzazioni dei territori e creazione di posti di lavoro. Il loro anticapitalismo è un tentativo di gestire in modo più equo il modo di produzione industriale senza mettere in discussione la finalità che assegna all’economia, una finalità intrinsecamente iniqua sia nei confronti degli ambienti, perché richiede un consumo sempre maggiore di risorse materiali ed energetiche, sia nei confronti dei meno abbienti, perché presuppone una distribuzione della ricchezza sbilanciata a favore degli investimenti a scapito dei consumi.

9. A questo punto occorrono due precisazioni. In primo luogo non si deve confondere la produzione industriale, ovvero le attività produttive che si svolgono con tecnologie industriali, col modo di produzione industriale, che finalizza l’economia alla crescita della produzione di merci, cioè di valori di scambio, riducendo progressivamente la produzione di valori d’uso e gli scambi non mercantili fondati sulla solidarietà. In secondo luogo non bisogna confondere la sconfitta della variante socialista del modo di produzione industriale con la sconfitta degli ideali di equità e solidarietà, di cui il socialismo ha dato una interpretazione storica durata appena 250 anni. Quei valori lo precedono. Sono insiti nella natura umana. Non possono essere cancellati dalla sua sconfitta. Occorre ridefinirli liberandoli dall’interpretazione mercificata che ne ha dato.

10. SEquS ritiene che la crisi ecologica non possa essere attenuata e le iniquità sociali non possano essere ridotte se questi obbiettivi, che condivide, non vengono inseriti in un progetto politico che si propone di conferire una finalità diversa all’economia. In sintonia con le forze politiche di sinistra SEquS denuncia il capitalismo, perché è un modello economico e produttivo intrinsecamente ingiusto, ma si differenzia da loro perché ritiene che occorre realizzare un’alternativa al modo di produzione industriale, di cui il capitalismo è la massima realizzazione, spostando la finalità dell’economia dalla crescita della produzione di merci al rientro nei limiti della sostenibilità ambientale.

11. Questa operazione è ben più difficile, perché implica una profonda rivoluzione culturale, nel senso in cui questa espressione viene utilizzata da Papa Francesco. La rivoluzione industriale che si è realizzata a partire dalla seconda metà del Settecento non si è limitata a essere una rivoluzione politica. Non è stata soltanto la vittoria della borghesia produttiva sulla nobiltà parassitaria, ma un passaggio evolutivo nella storia: ha cambiato il sistema dei valori; ha spostato masse crescenti di popolazioni dalle campagne alle città, dall’agricoltura all’industria; ha spostato il fine del lavoro dalla produzione di valori d’uso alla produzione di valori di scambio; ha identificato la crescita della quantità col miglioramento della qualità; ha cancellato dall’immaginario collettivo il senso del sacro e la spiritualità; ha interpretato il progresso come una serie di cesure col passato e non come una catena ininterrotta di aggiunte che le generazioni successive apportano al nucleo dei saperi accumulati dalle generazioni precedenti; ha sostituito la sobrietà col consumismo fino a realizzare una vera e propria mutazione antropologica, per utilizzare il concetto formulato da Pier Paolo Pasolini nei primi anni Settanta. La rivoluzione necessaria per evitare che la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci faccia superare la soglia del non ritorno ai fattori della crisi ecologica, deve avere la connotazione di un passaggio evolutivo nella storia, analogo a quello realizzato dalla civiltà industriale rispetto alla civiltà pre-industriale.

12. Nell’ambito della struttura economica è necessario che le attività produttive non siano più finalizzate alla crescita della produzione di merci, ma alla compatibilità con la fotosintesi clorofilliana. Questo obbiettivo si può perseguire: – riducendo annualmente il consumo di risorse rinnovabili con l’obbiettivo di non consumarne più di quante ne rigenera (spostamento progressivo dell’overshoot day verso il 31 dicembre); – riducendo la produzione di sostanze di sintesi chimica non biodegradabili; – riducendo le emissioni di gas climalteranti con l’obbiettivo di contenere entro 1,5 °C l’aumento della temperatura terrestre rispetto ai valori pre-industriali; – riducendo il consumo di suolo e arricchendo il contenuto humico dei terreni non ricoperti di sostanze inorganiche; – aumentando la capacità fotosintetica della biosfera con la piantumazione di almeno mille miliardi di alberi, secondo le indicazioni del botanico Stefano Mancuso.

13. Per avviare questo processo SEquS ritiene che sia indispensabile una conversione economica dell’ecologia con l’adozione di misure ecologiche economicamente convenienti. Aumentando l’efficienza dei processi di trasformazione delle risorse naturali in beni in modo da consumarne di meno per unità di prodotto, riducendo gli sprechi di beni a uso finale, allungando la durata di vita degli oggetti, riutilizzando alla fine della loro vita i materiali che contengono per produrre nuovi oggetti senza prelevare altre risorse naturali, si riducono in misura direttamente proporzionale l’impatto ambientale e i costi economici. In questo modo non solo si smaschera la falsità della narrazione che descrive le politiche ambientali come un inevitabile costo in più, ma i vantaggi ecologici che si possono ottenere sono tanto maggiori quanto maggiori sono i vantaggi economici che si ricavano e i risparmi sui costi di gestione consentirebbero di ammortizzare i costi d’investimento necessari a ottenere questi risultati. Se la politica economica e industriale venisse impostata in questo modo, sarebbero i giacimenti nascosti di energia e materia contenuti negli sprechi, nelle inefficienze e nei rifiuti a sostenere il rilancio delle attività produttive e dell’occupazione. Senza gravare esclusivamente sul bilancio dello Stato e degli enti locali.

14. I tre settori produttivi in cui l’entità degli sprechi e delle inefficienze richiede con maggiore urgenza e rende più conveniente la conversione economica dell’ecologia sono l’efficientamento energetico degli edifici, la riduzione delle perdite degli acquedotti e degli sprechi di acqua negli usi industriali, agricoli e domestici, il recupero dei materiali riutilizzabili contenuti negli oggetti dismessi al fine di ricavare degli utili dalla loro vendita e di ridurre i costi di smaltimento riducendo le quantità da portare all’incenerimento o in discarica. Rispetto a queste due modalità complementari di smaltimento dei rifiuti, che uniscono in misura direttamente proporzionale i danni ambientali che causano e i costi economici che richiedono, la riduzione dei rifiuti e la raccolta differenziata finalizzata al riuso dei materiali che contengono, non solo riducono l’impatto ambientale di questo settore, ma offrono la possibilità di ricavare degli utili economici che, sommati ai risparmi sui costi di smaltimento, nel caso in cui il servizio sia fornito da una società pubblica e non da una SpA, consentono di ridurre la tassa raccolta rifiuti.

15. Lo spostamento della finalità dell’economia dalla crescita della produzione di merci al rientro della compatibilità con la fotosintesi clorofilliana, costituisce un tassello fondamentale, ma non l’unico, della rivoluzione culturale di cui c’è bisogno per evitare che la crisi ecologica diventi irreversibile e per aprire una nuova fase della storia umana. Per produrre sempre di più non bastano le innovazioni tecnologiche finalizzate ad accrescere la produttività, occorre anche che le quantità crescenti di prodotti vengano acquistati. Il modo di produzione industriale presuppone quella mutazione antropologica indotta dal consumismo, denunciata da Pier Paolo Pasolini nei primi anni Settanta, che ha ridotto gli esseri umani e la loro ricchezza interiore alla dimensione di consumatori compulsivi. Un’analisi precoce la sua, ma parziale, interrotta bruscamente dal feroce omicidio di cui rimase vittima.

16. Due sono gli sviluppi che quell’analisi contiene in nuce. La prima è il legame del consumismo con la finalizzazione dell’economia alla crescita del prodotto interno lordo. Non si possono ridurre i consumi se non si riduce la produzione di merci. Occorre precisare che il prodotto interno lordo è un parametro monetario e la sua misura si calcola sommando i prezzi di vendita delle merci a uso finale scambiate con denaro nel corso di un anno. Ne derivano due conseguenze illogiche: – le merci inutili e dannose (per esempio gli sprechi di energia nel riscaldamento degli edifici, o la produzione di armi) fanno crescere il prodotto interno lordo come le merci utili, per cui ricevono una connotazione positiva; – i beni che si possono ottenere senza comprarli (autoprodotti o scambiati sotto forma di dono reciproco del tempo) e i beni che non si possono comprare (i beni relazionali, tutti quelli che danno un senso alla vita, per usare le parole pronunciate da Robert Kennedy nel 1968) non fanno crescere i prodotto interno lordo, per cui, pur essendo utili, ricevono una connotazione negativa.

17. Il secondo aspetto insito nella mutazione antropologica operata dal consumismo consiste nel fatto che gli esseri umani non potrebbero mantenere intatta nel tempo la loro propensione a consumare sempre di più se l’atto di acquistare rispondesse solo alla soddisfazione di un bisogno specifico e non avesse acquisito un valore simbolico: se non fosse diventata l’ostentazione della realizzazione professionale e del successo comparativo di un individuo nei confronti degli altri. Due esiti di un pervasivo condizionamento di massa che ha indirizzato gli interessi, le aspirazioni, l’energia degli esseri umani nella soddisfazione dei bisogni materiali, esaltando il valore della competizione a scapito della collaborazione e della solidarietà. L’identificazione del ben-essere con il tanto-avere ha progressivamente cancellato dall’immaginario collettivo l’importanza della dimensione spirituale, che costituisce una componente essenziale della natura umana. La spiritualità non va confusa con la fede, che è la disponibilità a credere in qualcosa che non è dimostrabile scientificamente. La fede è una scelta culturale. La spiritualità non è una scelta, ma una caratteristica intrinseca della specie umana. Senza nessuna pretesa di darne una definizione, neppure generica, in questa sede è sufficiente dire che la spiritualità è la sensibilità a quegli aspetti dell’esperienza esistenziale che non si possono mercificare, ma sono indispensabili per star bene con se stessi, con gli altri e con i luoghi in cui si vive. La valorizzazione della spiritualità consente di percepire una riduzione della dipendenza dal consumismo come una scelta che migliora la qualità della vita, e non come una rinuncia. La diminuzione della domanda che può essere innescata da questo cambiamento di valori è un tassello fondamentale della rivoluzione culturale necessaria per mettere in crisi la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci, far regredire la crisi ecologica e aprire una fase più evoluta della storia umana.

maggio 2023

Gli autori

Sostenibilità Equità Solidarietà

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