Non chiamiamolo partito, ma…

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Molti articoli che compaiono sui siti e sulle pubblicazioni della sopravvissuta Sinistra, analizzando la situazione attuale da vari punti di vista, ne forniscono una preoccupante visione complessiva. Disuguaglianze sempre più accentuate, iperliberismo e finanza speculativa, guerre, distruzione dell’ambiente, crisi dei sistemi democratici … si sommano in un quadro che, senza esagerare, possiamo definire drammatico. Ma poi, con singolare sintonia, nell’ultimo paragrafo di questi articoli, gli autori cambiano tono e, forse spinti da un antico dettato politico/morale, cercano superare il pessimismo distruttivo per lasciare spazio a qualche speranza. Da dove può venire, secondo loro, la possibilità di riscatto e recupero in extremis di decenti condizioni di convivenza tra gli umani e con Madre Natura? I fattori positivi richiamati con più frequenza sono due: le lotte contro le ingiustizie (manifestazioni di piazza e varie forme di protesta) e l’attivismo di un’ampia galassia di associazioni e gruppi che intervengono su temi specifici o praticano il mutualismo in varie forme. Si tratta sicuramente di due aree di intervento fondamentali e irrinunciabili per contrastare il disastro incombente. A queste potremmo aggiungerne una terza, che gli autori di cui sopra non nominano per modestia: l’impegno continuo nell’analisi di fatti e fenomeni, unito alla diffusione delle informazioni importanti, nel modo più ampio possibile (la chiamavamo controinformazione).

Rasserenati da questi afflati di speranza, possiamo davvero sentirci un po’ più tranquilli? Purtroppo non è così, perché manca ancora l’elemento che serve a tenere insieme l’analisi, le lotte e le iniziative di volontariato: si tratta della solita, faticosa e spesso ingrata attività politica organizzata. Anni di decadenza dei partiti rappresentati in Parlamento e delle forme di rappresentanza cosiddetta democratica hanno gettato un tale discredito su quel genere di politica, che questo si è esteso al lavoro politico in generale, con un gravissimo danno per la possibilità di costruire risultati concreti. Siamo arrivati addirittura al fatto sconcertante per cui, da parte di chi organizza manifestazioni o incontri pubblici di forte contenuto sociale, economico o sui diritti, viene rifiutata la partecipazione dichiarata (cioè col proprio nome, simbolo o bandiera) di quei pochi gruppi e movimenti organizzati che ancora si battono esattamente per le medesime finalità: la loro grave colpa è quella di avvicinarsi all’immagine del partito! In una situazione di insensata frammentazione tra le forze della Sinistra, questo è il colpo del KO finale, che ostacola i volonterosi tentativi ancora in atto di collaborazione e confluenza. Al tempo stesso, per somma contraddittorietà, da parte di chi lotta o agisce nel campo sociale si lamenta l’assenza di un partito di sinistra in grado di interpretare e difendere gli interessi dei deboli e sfruttati, contro la rapina distruttiva del capitalismo! Proviamo a riconsiderare singolarmente il tre fattori individuati sopra, di cui vanno chiariti i limiti, pur riconfermandone l’importanza essenziale.

Il conflitto, le lotte. I cortei di protesta sono tra i momenti più belli dell’impegno politico. Ci si trova a marciare insieme a compagne e compagni vecchi e nuovi, si gridano slogan e si canta sorretti dall’idea che uniti si vince. Poi ci sono le manifestazioni dei lavoratori davanti alle fabbriche, che chiudono o licenziano; sono lotte dure, sempre più spesso represse in modo violento, in cui ciascuno mette in gioco le condizioni di vita proprie e della propria famiglia. E ancora, assistiamo a nuove forme di protesta, messe in atto per lo più da giovani ambientalisti che, mentre fanno della nonviolenza un principio guida, vengono malmenati e denunciati a ogni piè sospinto. Tutto ciò richiede rispetto, sostegno e partecipazione ma, in un quadro generale, va riconosciuto che queste lotte si definiscono per un obiettivo ben definito, un NO gridato di fronte a un determinato tipo di ingiustizia o di scelta scellerata da parte delle strutture di potere. Non è nelle loro possibilità, e nemmeno loro compito, il prospettare soluzioni di portata generale. A proposito di generale, ci sarebbero proprio gli scioperi generali in grado di avere un peso politico maggiore, mettendo in guardia chi sta al governo. Ma andrebbero decisi e organizzati dalle grandi centrali sindacali, che esitano sempre di più a ricorrere a questo strumento, anche loro per non entrare in modo diretto nella battaglia politica. Semplificando un po’, si può dire che senza il sostegno di un forte partito di sinistra, i grandi sindacati rinunciano a fare politica.

L’intervento da parte di gruppi e associazioni su specifiche problematiche. Molte persone, che dedicano gran parte delle proprie energie a battersi contro le più evidenti ingiustizie o a dare sostegno a chi ne ha bisogno, si aspettano una più che legittima ricompensa: vedere il risultato concreto del proprio impegno. Le motivazioni profonde che li spingono ad agire possono essere (pur tutte degne) le più diverse: da quelle religiose, alla solidarietà civile, al ribellismo di ispirazione anarchica. Ne discende una limitata necessità di approfondire la visione complessiva delle cause che determinano gli squilibri, le violenze e la discesa verso il disastro ambientale. Anzi, perdere tempo nella ricerca dell’alternativa politica può essere un ostacolo sulla strada del risultato tangibile. L’individuazione del capitalismo, dell’imperialismo e della speculazione finanziaria, come cause determinanti del sistema distruttivo, compaiono ogni tanto nei loro documenti e discorsi, ma non ne sono un elemento costante. Lo dimostra l’esempio di vari movimenti ambientalisti, che pure si battono con determinazione e continuità, i quali si richiamano a un generico dovere morale di preservare la vita sulla Terra, mantenendo le distanze persino dalle organizzazioni politiche più propense a sostenerli.

Lo studio, l’analisi, l’informazione. Per chi è interessato, articoli e libri di notevole profondità e competenza sono disponibili in quantità addirittura superiore a ciò che si riesce normalmente a seguire. In generale, gli autori preferiscono concentrarsi sull’analisi e la critica dell’esistente, anziché su proposte e programmi d’azione, che comportano semplificazioni e li esporrebbero in misura maggiore. Potremmo dire, con un po’ di ironia, che si rifanno a Marx, il quale si dedicò soprattutto a studiare limiti e misfatti del capitalismo; così altri si occuparono in successione del “che fare”, lasciando spazio, nel tempo, anche a drammatiche deformazioni del pensiero originario. Un altro limite si evidenzia in particolare sui siti internet della nostra area, dove lo strumento previsto per i commenti agli articoli e al dibattito viene utilizzato molto raramente. In questo modo, la somma di tanti interventi di argomento simile non dà luogo alla confluenza in un “pensiero collaborativo”, allontanando, anche a Sinistra, la meta dell’intelligenza collettiva.

La trasformazione delle condizioni di convivenza dovrebbe essere il compito della politica attiva e organizzata. Oggi, mentre si richiedono nuove modalità di partecipazione per rinvigorire i sistemi democratici basati sulla delega, ciò può realizzarsi soltanto con un continuo collegamento con le attività spontanee. Se il fare politica non si confronta, traendone ispirazione e reciproco sostegno, con le lotte, il mondo delle associazioni e l’area intellettuale, si rientra nelle condizioni che hanno portato alla decadenza dei partiti di governo, ridotti a strumenti di gestione del potere così com’è. In tempi relativamente recenti abbiamo assistito a tentativi generosi per il rilancio della Sinistra (da L’Altra Europa con Tsipras, all’assemblea del Brancaccio, a DiEM25 …) che sono sostanzialmente falliti. Va accettato il fatto che questa politica praticata richiede di affrontare quotidianamente mediazioni, problemi organizzativi, scarsità di risorse, piccoli o grandi tradimenti… insomma è un lavoraccio o, per dirla più chiaramente, una vera rottura di scatole. E poi, mentre sopravvivono stentatamente tanti piccoli raggruppamenti “fratelli”, che non si riconoscono gli uni con gli altri, continua a imperversare l’attesa del nuovo Tribuno della Plebe, capace di assumere su di sé la soluzione di ogni problema. Ecco che compaiono leader autonominati, nei cui proclami la parola io è quella ripetuta con maggiore frequenza. A loro bisognerebbe ricordare che un certo Karl Marx aveva l’acume e la lungimiranza per dire: «Io non sono marxista».

Abbiamo urgente bisogno di trasformare un’indefinita e altalenante speranza in qualcosa di più costruttivo, con la precisa consapevolezza delle difficoltà da superare. Ci aspetta un combattimento quotidiano (speriamo disarmato) per costruire quella che, senza dubbio, deve essere una rivoluzione. Rivoluzione della convivenza, dei consumi, del lavoro … qualcosa che è persino difficile prefigurare con gli strumenti abituali. Ma, senza un’organizzazione politica operativa, non si inizia nemmeno il cammino. Non chiamiamolo, per ora, partito: va meglio movimento organizzato? Certo con sostanziali differenze rispetto quel movimento che, dopo una rapida ascesa, si è ripiegato su sé stesso… Noi non abbiamo bisogno di slogan improvvisati. Ci possono sostenere: una profonda cultura politica, la stretta relazione con i lavoratori (da rinvigorire), la capacità di affrontare le problematiche ambientali senza facili ipocrisie, ma, soprattutto, una chiara visione della necessità di superare il capitalismo, nelle sue multiformi concretizzazioni. Senza questo “partito non-partito” si continuerà ad arrivare alle elezioni con tentativi improvvisati di alleanze elettorali, tutte destinate al fallimento. In questo modo, si mettono gli elettori di sinistra di fronte a un bivio: o votare, per l’ennesima volta, “tappandosi il naso” per i partiti di centro, o rinunciare al voto, sperando, in questo modo, di dare almeno un segnale di profonda delusione. Invece si continua a fare il gioco delle destre e … addio anche alla speranza.

La nuova / vecchia politica deve avere le proprie radici nelle comunità e sul territorio, ma anche nella capacità di affrontare i problemi e immaginare le soluzioni senza preconcetti, avvicinandosi a quel metodo scientifico che è presente nella nostra storia e che consolida la possibilità di affrontare con fiducia il futuro.