La sinistra e la critica necessaria del capitalismo

Occorre essere folli o ciechi per ignorare che il capitalismo è un sistema fallimentare. Tale fallimento si manifesta sotto tre profili: la crescente disuguaglianza sia a livello mondiale che all’interno dei singoli paesi, la tenuta della democrazia e la crisi climatica. Tali aspetti sono inestricabilmente tenuti insieme e non possono essere affrontati singolarmente senza una riflessione radicale sul funzionamento del capitalismo.

La disuguaglianza ha raggiunto livelli insostenibili che minano la tenuta sociale degli Stati. Se, infatti, un tale stato di disparità è avallato dalle istituzioni politiche, non si capisce per quale motivo il 90% più povero non debba rompere un patto sociale vessatorio che lo lega al 10% più ricco. L’ineguaglianza e la correlata concentrazione delle ricchezze in poche mani, esplose con il trionfo del neoliberalismo negli anni Ottanta, hanno raggiunto, secondo molti osservatori, livelli da ancien régime portando le società contemporanee ad assomigliare più al sistema feudale che ai regimi liberali post-illuministici. A giustificare le disuguaglianza sarebbe l’idea che questa sia fondata sul merito e che favorirebbe la crescita economica, beneficiando così anche le classi più povere. Di fatto, si è verificato il contrario di quanto teorizzato. La ricchezza, più che del merito, è frutto delle circostanze e di quella che Piketty (Il capitale del XXI secolo, 2014) ha individuato come una legge tendenziale del capitalismo, per la quale il tasso di rendimento del capitale cresce più dell’economia. La povertà è cresciuta e le classi più povere si sono ulteriormente impoverite a fronte dell’arricchimento smisurato del decile e del percentile più ricchi della scala sociale. Infine, la crescita, come hanno finalmente riconosciuto OCSE e FMI, viene ostacolata dalla presenza di disuguaglianze eccessive. Gli stessi organismi raccomandano politiche di mitigazione delle disuguaglianze per favorire la crescita economica.

Secondo il rapporto Oxfam licenziato nel gennaio 2023, negli ultimi dieci anni, i miliardari hanno raddoppiato la propria ricchezza in termini reali, registrando un incremento delle proprie fortune pari a sei volte l’incremento registrato dalla metà più povera della popolazione globale. Nello stesso intervallo di tempo, l’1% più ricco ha accumulato una ricchezza in termini reali pari a 74 volte quella vantata dal 50% più povero. Persino nelle fasi emergenziali, come quella della crisi economica del 2008 e quella pandemica del 2020, la disuguaglianza ha continuato a crescere con l’economia a crescita zero o negativa. Nel biennio pandemico, sempre secondo Oxfam, il 63% di incremento della ricchezza netta globale è andato all’1% più ricco, mentre solo il 10% è andato al 90% più povero. Le grandi società dei settori energetico e agroalimentare, nel 2022, hanno più che raddoppiato i propri profitti rispetto alla media dei profitti registrata nell’arco di tempo 2018-2020. Il caso italiano rispecchia il trend globale, con il decile superiore che possiede 6 volte la ricchezza detenuta dalla metà più povera e lo 0,134% più ricco che, a fine 2021, vanta una ricchezza aggregata pari a quella posseduta dal 60% più povero. Dopo la crisi del 2008, si è proseguiti nel solco del business as usual e le politiche di austerità, colpendo la spesa pubblica, e quindi il sostegno ai più deboli, hanno divaricato ulteriormente la forbice tra ricchezza e povertà.

Tra i motori della disuguaglianza, Maurizio Franzini e Mario Pianta (Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle, 2016) individuano il potere del capitale sul lavoro e l’arretramento della politica. Quest’ultima, attraverso una serie di manovre ispirate al neoliberalismo, ha dato vita a un golem che l’ha fagocitata rendendola succube del capitale. Affermare che la politica è arretrata di fronte ai mercati rappresenta una verità parziale. Infatti, le misure che hanno reso possibile il trionfo dei mercati concorrenziali sono eminentemente politiche. Ciò che è successo da quarant’anni a questa parte, è stato il prevaricare della classe capitalista su quella dei lavoratori. Lungi dall’essersi esaurito, il conflitto di classe è stato solo nascosto dalla vittoria del capitale. Ciò va a minare anche la base di consensi su cui si fondano i regimi parlamentari. Il potere di condizionamento esercitato quotidianamente dai più ricchi è incomparabilmente superiore alla possibilità che il resto della popolazione ha di incidere nei soli appuntamenti elettorali. Si tratta, per dirla con Colin Crouch (Postdemocrazia, 2005), di controllare l’ordine del giorno delle decisioni politiche.

La democrazia, quindi, è la seconda vittima dell’espansione del capitale e risente anche della concentrazione dei capitali, altra legge tendenziale del capitalismo già evidenziata da Marx e riproposta da Emiliano Brancaccio (Democrazia sotto assedio, 2022). Concentrazione dei capitali e disuguaglianza vanno quindi di pari passo e hanno come portato la degenerazione della democrazia. La qual cosa impedisce di affrontare in modo efficace il terzo problema generato dal capitale: la crisi climatica. Infatti il capitale, con la sua visione dei profitti a corto raggio, non è in grado di programmare una strategia di lungo periodo per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Quest’ultimo, a sua volta, farà da volano per peggiorare sia la disuguaglianza (gli effetti del cambiamento climatico, come quelli delle pandemie, non si distribuiscono paritariamente sulle popolazioni ma ne ripercorrono e ne accentuano le separazioni) che la tenuta della democrazia (la quale non gode di buona salute di fronte agli stati di emergenza).

Di fronte a tali evidenze, la sinistra può rimarcare la propria differenza dalla destra e riaffermare la propria identità solo alla luce della critica anticapitalista. La destra non fa che perpetuare il potere del capitale. Soprattutto le destra populista. Lo stiamo vedendo nel nostro paese. Anche la sinistra, nell’ultimo trentennio, è stata oggetto di una cattura cognitiva da parte dell’ideologia del libero mercato. Ma, oggi, l’erosione dei consensi nelle fasce di rappresentanza tradizionale sta stimolando qualche cambiamento. Tornano in auge temi sulla disuguaglianza, sul lavoro e sulla crisi climatica. Si superano le titubanze sul reddito di cittadinanza e si rafforzano le richieste di un provvedimento sul salario minimo. Se si introducono i temi di una riforma fiscale fortemente progressiva e di una limitazione alla libertà di movimento dei capitali possiamo sperare che ci sia ancora vita a sinistra. All’opposto, la destra rifiuta sostegni alle fasce più emarginate e glissa sul salario minimo, in quanto misura che frenerebbe la corsa al ribasso del costo del lavoro. Allarga il solco della disuguaglianza pensando alla flat tax e, parallelamente, si immagina un provvedimento legislativo che contempli l’evasione fiscale di necessità. Ribadisce la propria fede nella teoria del trickle down, come se non fosse stata totalmente fallimentare e non avesse contribuito ad allargare la forbice vista sopra. La lotta continua alla tassazione è uno dei pilastri delle destre che hanno favorito disuguaglianza e concentrazione delle ricchezze. Neppure ai costi dell’energia, determinati dal sostegno acritico alle posizioni americane sulla guerra in Ucraina, è stato fatto fronte chiedendo un contributo straordinario a chi da tali condizioni ha percepito profitti enormi.

Rimarcate le differenze tra destra e sinistra, va detto che se quest’ultima non si pone l’obiettivo della critica radicale al sistema capitalista, ridando spazio alla politica e alla programmazione, vera bestia nera dei neoliberali, si rischia di perseguire solamente dei correttivi utili in un’ottica di breve periodo, ma inefficaci in una prospettiva ampia. È bene che la sinistra assuma coraggio e responsabilità per operare una critica al sistema nel complesso e si smarchi definitivamente dall’angolo in cui l’hanno relegata le sirene del neoliberalismo.

Gli autori

Fabrizio Venafro

Fabrizio Venafro, laureato in scienze politiche, studia la società contemporanea sotto il profilo socio economico, con taglio interdisciplinare.

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One Comment on “La sinistra e la critica necessaria del capitalismo”

  1. Programmazione. Ben detto. Si potrebbe dire che anche i Piani Quinquennali erano meglio delle odierne (pseudo)”finanziarie”. Ma a parità di adesione all’UE (senza la quale ci sarebbe molto probabilmente un salto in un pozzo senza fondo), cosa mai si potrebbe programmare? Non ci si limiterebbe ad elemosinare qualche accento “sinistreggiante” nelle direttive europee? Altrimenti, che fine farebbero le lotte per una programmazione “di sinistra” quando si tratta di quadrare i conti proprio sulla base di tali direttive? Cosa resterebbe dell’originaria impostazione marxiana, a fronte delle estreme tecnicalità connesse a quello sforzo? Non sarebbe forse vieppiù fagicitato dai mestieranti, sì, proprio quelli che con parole “di sinistra” in una finanziaria sanno inserire i commi utili ai Signori?
    Di fronte a mille domande come queste, non mi pare affatto ovvio darsi risposte oltre la pura filosofia politica. Mi pare più naturale porsi un altro punto di partenza: lottare affinchè chi può ragionare ragioni e, in particolare, chi costruisce politiche contro le persone sia sovrastato dalle voci critiche. SUBITO, senza mai aspettare “momenti migliori” per vincere un’elezione o tenere in piedi un governo.

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