Per il lavoro che cambia, cambiare lo Stato

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L’articolo della nostra Costituzione citato con maggiore frequenza è proprio il primo, che definisce l’Italia «una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Democrazia e lavoro: due concetti ormai piuttosto vaghi. Per restituire loro la centralità che meritano, occorre riflettere sul fatto che, se queste fondamenta si sono modificate nel tempo, anche l’edificio che sorreggono dovrebbe modificarsi. Mentre la democrazia è la forma auspicabile della nostra convivenza, il lavoro ne è la sostanza, in quanto modalità principale di partecipazione alla costruzione del benessere collettivo. Ma il lavoro in settant’anni è cambiato, nella pratica e nella propria funzione economica e sociale; dunque, la gestione democratica dello Stato deve tenerne conto, adattando le istituzioni, le forme organizzative e le leggi. Il cittadino, unità fondamentale e indivisibile dello Stato, deve essere coinvolto in questo difficile processo, che è, prima di tutto, culturale: quella da avviare è infatti una vera rivoluzione culturale.

E chi può farsi carico di una rivoluzione se non la Sinistra (quella vera, s’intende)? Quindi bisogna lavorare per produrre idee, da mettere a punto attraverso un confronto serrato. Occorre però partire da un modo di ragionare al quale abbiamo perso l’abitudine, dopo tanti anni passati a piangerci addosso, ridotti a un’opposizione ininfluente, mentre il capitalismo finanziario spadroneggiava nel mondo. Dobbiamo ricostruire una Sinistra capace di dimostrarsi “in grado di governare”, cosa ben diversa dalla cosiddetta “sinistra di governo”: questa formula trita ha infatti coinciso con il progressivo degrado di partiti che di sinistra non sono più, avendo accettato, insieme alle logiche del capitalismo, ogni compromesso utile alla spartizione del potere. Essere “in grado di governare” vuol dire trovare le strade per coniugare i nostri ideali di libertà, giustizia e uguaglianza con progetti e soluzioni capaci di funzionare. Questo non ha niente a che fare con il timido riformismo che propongono i cosiddetti “democratici”: le soluzioni efficaci in un mondo che cambia rapidamente, avviandosi verso un possibile disastro, sono decisamente rivoluzionarie. Distinguere le cose che funzionano da quelle che non funzionano implica la conoscenza dei meccanismi economici e sociali, la lucida analisi del passato, la valutazione critica degli sviluppi scientifici e tecnologici e, soprattutto, la conoscenza delle persone, coi loro bisogni, aspirazioni e debolezze. Occorre anche sviluppare una diversa capacità di comunicare, partecipando alla ricostruzione del linguaggio comune, che è ormai pieno di equivoci generati da un apparato mediatico al servizio delle strutture di potere. Quando le parole, quelle importanti, sono usate diffusamente con significati ambigui, ogni gruppo sociale tende a interpretarle diversamente, in base ai preconcetti che gli sono stati inculcati. Si cade in una Babele politica che isola ancora di più le persone, già ridotte a individui consumatori, aumentando la sfiducia nella democrazia e nei suoi strumenti. Il confronto tra le idee viene sostituito dall’adesione acritica a ciò che appare più vicino ai propri interessi personali, senza alcun approfondimento e senza strumenti di valutazione.

Con un linguaggio chiaro e con ragionamenti concreti, quel poco che sopravvive della “sinistra organizzata” potrebbe evitare di crearsi, per incomprensioni, ancora più avversari di quelli naturali, che sono già numerosi e potenti. Ciò vale nei confronti di coloro che, espulsi in vario modo dalla condizione operaia e/o dipendente, si sono dovuti adattare a diventare imprenditori di sé stessi o a vivere al margine del mondo produttivo. E vale anche per l’ampia “sinistra diffusa”, composta da una moltitudine di persone indirizzate al bene comune, ma che non riescono a compattarsi intorno a un progetto politico a cui dare fiducia.

Ecco allora alcuni spunti di ragionamento attorno al tema del lavoro, al quale, come detto in apertura, va ridata la centralità che merita, non soltanto con le normali rivendicazioni di tipo sindacale o insistendo nel proporre la crescita come soluzione di tutti i mali, ma con idee e pratiche del tutto nuove.

Il punto da cui partire è l’adattamento del lavoro, in termini quantitativi e qualitativi, agli sviluppi scientifici e tecnologici, ma soprattutto alle condizioni necessarie per salvare l’umanità dall’incombente degrado ambientale, col cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse. Quando, nel 1995, fu pubblicato il saggio di Jeremy Rifkin La fine del lavoro, le sue teorie furono accolte con interesse. Rifkin sosteneva che dopo la radicale riduzione degli addetti all’agricoltura, con la prima rivoluzione industriale, e di quelli dell’industria, con l’automazione, anche il terziario si sarebbe ridotto in seguito alla diffusione dei computer; previsione che si è dimostrata totalmente fondata. L’autore concludeva con messaggi di speranza, collegati alla riduzione dell’orario di lavoro, al contenimento della globalizzazione sfrenata e allo sviluppo del cosiddetto terzo settore: il no-profit applicato ai servizi di utilità sociale. In seguito, però, lo stesso Rifkin, diventato consulente di numerosi Paesi e organizzazioni internazionali come profeta del “green new deal”, ha adattato le proprie previsioni, sostenendo che lo sviluppo di nuovi settori di lavoro “verde” avrebbero ampiamente compensato la perdita di posti di lavoro tradizionali.

Ma chi oggi valuta i dati oggettivi, a partire dagli scienziati più seri, è costretto ad affermare che la produzione di energia rinnovabile, cavallo di battaglia della “green economy”, non è in grado di sostituire le fonti tradizionali nel poco tempo rimasto, prima che il cambiamento climatico raggiunga livelli insostenibili. Quindi l’unica strada percorribile con efficacia è l’intervento drastico, con le leggi e il cambiamento dei modelli di consumo, sui settori maggiormente inquinanti ed energivori. Sono tutti settori, o meglio filiere produttive, che comportano una grande quantità di posti di lavoro e che sono accomunati da un enorme sovradimensionamento rispetto alle reali necessità. Un elenco approssimativo comprende: il turismo di massa, l’industria agraria (allevamento, mangimi, fertilizzanti, …) e alimentare, il tessile e l’abbigliamento, i trasporti di merci e semilavorati via mare e via terra, gli armamenti, l’automobile, l’edilizia, i dispositivi tecnologici e i grandi data center. A questi campi di attività, vanno accostati i due motori principali della frenesia consumistica e della folle corsa alla crescita: pubblicità e marketing, da un lato, e finanza speculativa, dall’altro.

Se riconducessimo questi meccanismi impazziti al servizio dei bisogni reali delle persone, la loro dimensione si ridurrebbe drasticamente, facendo diminuire, oltre all’impatto distruttivo sull’ambiente, anche i posti di lavoro richiesti. Ne potrebbe derivare una situazione ancora più sbilanciata di quella attuale, con relativamente pochi occupati in ruoli specialistici e gestionali, e un’enorme massa di persone senza sbocco, a disposizione del peggiore sfruttamento per spartirsi lavori a bassissima qualificazione. Chi ha ancora un impiego parzialmente tutelato, si schiera (come sta già succedendo) con fronti di reazione per difendere i posti di lavoro attuali e, con questi, il sistema produttivo che li genera. Ma i proclami, per lo più di fonte confindustriale, in base ai quali esiste una forte richiesta di lavoro insoddisfatta, non fanno altro che mascherare la predominanza di posizioni a termine, precarie e sottopagate. L’unica vera alternativa è un ripensamento complessivo, che collochi con chiarezza il lavoro nella relazione con il ruolo sociale delle persone, la partecipazione a una comunità, l’insieme dei diritti e dei doveri di ogni cittadino.

Il tema è di una tale ampiezza che occorre procedere per accenni, rimandando agli indispensabili approfondimenti e confronti. Ma una considerazione preliminare può essere utile: il cambiamento del lavoro richiede passaggi e adattamenti successivi. Dunque, quella flessibilità, richiesta ipocritamente dai fautori dell’onnipotenza del mercato, va reinterpretata come un’elasticità generale del sistema, al servizio del soddisfacimento dei bisogni fondamentali e di quelli individuali. Specializzazioni e gerarchie vanno riviste, verso una mobilità lavorativa nuova e, al tempo stesso, antica.

Per cambiare il lavoro bisogna partire dalla scuola, ribaltando l’impostazione degli ultimi decenni, che ha privilegiato la subordinazione a presunte opportunità di occupazione, con le richieste delle grandi imprese a fare da bussola. Se il lavoro e i ruoli delle persone devono essere più elastici, anche in funzione degli sviluppi tecnologici, la specializzazione precoce deve lasciare il posto alla formazione continua e alla capacità di connettere conoscenze ed esperienze. Dunque, il compito principale della scuola, insieme alla trasmissione delle conoscenze basilari, è quello di “insegnare a imparare”. Questo è tutt’altro che un gioco di parole: implica la curiosità per il nuovo, individuare il nocciolo delle questioni, coordinare mezzi e fini, impegnarsi a distinguere il vero dal falso, gestire i confronti in modo efficace, adattarsi alle novità e agli imprevisti. Si tratta di compiti non facili per gli studenti, ma ancora di più per la maggioranza degli insegnati che dovranno prepararsi al ruolo sempre più importante della formazione.

Bisogna promuovere, nel percorso lavorativo di ciascuno, l’alternanza di ruoli e funzioni. Sommare teoria e pratica, in un’interpretazione attuale dell’antico motto “mens sana in corpore sano”, porta all’arricchimento degli individui e a relazioni più produttive. Il lavoro manuale e il “saper fare le cose” hanno la stessa dignità del lavoro intellettuale e, anzi, aiutano a pensare meglio e a cavarsela in situazioni impreviste. Senza bisogno di regole rigide, questo modo di operare può diventare il diretto complemento di orari di lavoro ridotti. Il superamento della monotonia quotidiana si è dimostrato in più occasioni un fattore favorevole all’aumento della produttività e della soddisfazione individuale. L’alternanza tra attività sedentarie e manuali, insieme a pratiche sportive adatte a tutti, può diventare una cura essenziale per la salute mentale della nostra società.

Reddito o lavoro di cittadinanza? Se le inquadriamo correttamente, queste due soluzioni non sono in contraddizione tra loro. Mentre è evidente che un reddito di base va garantito a tutti coloro che non sono in grado di lavorare, per gli altri, a partire dai giovani, il lavoro deve essere reso possibile e necessario, andando al di là delle limitate richieste del settore privato. Oltre al terzo settore, i cui servizi di utilità sociale vanno sostenuti, esiste una fortissima necessità di interventi per la cura del territorio e per affrontare grandi problemi da tempo irrisolti nel nostro Paese: burocrazia, giustizia, salute pubblica, ricerca… La richiesta di posti di lavoro che ne potrebbe provenire è estremamente consistente e può coinvolgere attitudini, età e livelli di competenza molto diversificati. Sarebbe del tutto sbagliato considerare la spesa pubblica di questo tipo come un costo assistenziale: si tratta invece di un investimento che, se gestito bene, avrebbe una grande efficacia nel migliorare le attrattive, la credibilità internazionale e l’efficienza complessiva del sistema.

Occorre riformare i Centri per l’impiego e l’insieme delle politiche attive del lavoro. Il ritornello sul loro compito di incrociare domanda e offerta non ha più alcun senso pratico. Se il lavoro non c’è, o è inaccettabile per le condizioni proposte, resta ben poco da incrociare. Mentre i Centri per l’impiego svolgono, a spese dello Stato, un compito di monitoraggio, informazione e orientamento, le Agenzie interinali private lucrano sulla fornitura di lavoro temporaneo, gravando sull’effettivo guadagno dei lavoratori e con pratiche che a volte sconfinano nel caporalato. Se si accetta l’idea che molte attività non garantiranno più la continuità a cui si aspirava in passato, bisogna promuovere un sistema che protegga i lavoratori e faciliti il loro adattamento, senza gravare sul bilancio dello Stato; bisogna cioè interrompere l’inaccettabile pratica, sempre più estesa, in base alla quale i guadagni sono privati e i costi sono pubblici. Dunque, i Centri per l’impiego, coordinati dall’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), di cui ora non si comprende bene l’utilità, dovranno essere i fornitori diretti del lavoro discontinuo, garantendone la valutazione corretta e le condizioni generali. Dal costo delle prestazioni fornite potranno essere così direttamente prelevate le quote di imposte e costi previdenziali, oltre agli adeguati margini per garantire la formazione continua. Sarebbe anche possibile intervenire sul lavoro sommerso e su quello schiavizzato, iscrivendo automaticamente gli adulti immigrati ai Centri pubblici per l’impiego: oltre a pretendere paghe e condizioni di lavoro accettabili, si garantirebbe un introito fiscale che oggi si annulla nella giungla del lavoro nero.

Va riportato alla sua importanza e dignità storica il lavoro cooperativo. Da qualche decennio, nuove norme di legge hanno annacquato la specificità delle cooperative, assimilandole alle normali società di persone o di capitali. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è il proliferare di false cooperative, soprattutto in risposta alla esternalizzazione di funzioni, messa in atto non solo dalle aziende private, ma anche dal settore pubblico. Tra queste, si evidenziano con frequenza situazioni di forte sfruttamento e di lavoro non pagato, insieme ad astuzie formali che permettono di accaparrarsi con facilità gli incarichi su appalto. Si perde quindi l’antica dignità del lavoro con responsabilità condivise, o quantomeno gestite democraticamente, e che sostituiva la finalità del profitto con quella della giusta remunerazione per tutti gli associati. L’autentica forma cooperativa è anche la più adatta a recuperare aziende ancora efficienti, ma avviate alla prematura chiusura da parte di proprietari interessati soltanto a intascare facili utili sulle spalle dei lavoratori e a scappare con la cassa di fronte alle prime difficoltà.

Bisogna evitare contrapposizioni infondate tra le categorie di lavoratori. In una situazione generale di redditi insufficienti per la maggior parte degli occupati, le informazioni fuorvianti sui guadagni reali sono fonte di rancori pericolosi. Partendo dalla ovvia necessità di ridurre gli squilibri e di garantire a tutti un livello dignitoso di remunerazione, bisogna adottare dei criteri di valutazione corretti. Dai media vengono continuamente forniti dati sui guadagni di questa o quella categoria senza specificare se si tratta di cifre nette o lorde. E, in modo ancora più irresponsabile, si confrontano le entrate di lavoratori dipendenti con quelle di autonomi, artigiani e piccoli imprenditori, confondendo persino fatturato, valore aggiunto e reddito spendibile. Il rapporto con l’iniziativa privata va urgentemente chiarito, da parte della Sinistra, per smentire quelle affermazioni tendenziose che indicano i “comunisti” come irriducibili nemici delle imprese. La nostra battaglia, contro le posizioni dominanti delle grandi lobby e dei poteri finanziari, non riguarda le aziende di piccola e media dimensione, di cui riconosciamo il valore economico e sociale, se inquadrate nel giusto rapporto con l’interesse pubblico e con una politica capace di riappropriarsi del ruolo di guida e orientamento generale.

Protagonismo e senso di responsabilità dei cittadini devono essere il fulcro della rinnovata concezione del lavoro: un diritto, prima ancora che un dovere. L’elasticità auspicata dovrebbe permettere a ciascuno di dare il proprio contributo in corretta relazione con le aspirazioni e le capacità individuali. Anche l’uscita dal lavoro, con il pensionamento, potrebbe essere graduale, favorendo attività a tempo parziale, finché la salute e le energie rimanenti lo permettono. Cambiare lavoro o mettere a disposizione della comunità la propria esperienza può essere un’ottima medicina contro l’improvvisa sensazione di inutilità che a volte colpisce chi è avanti con gli anni, oltre ad attenuare il peso sulle finanze pubbliche dell’insieme dei pensionati, sempre più numerosi nella proporzione con chi è occupato.

Gli autori

Franco Guaschino

Franco Guaschino, laureato in Scienze Politiche, ha lavorato soprattutto nella comunicazione visiva. Prima fotografo, poi regista e produttore, ha realizzato documentari, filmati promozionali e qualche opera di finzione. Negli ultimi dieci anni di attività si è dedicato alle montagne, nel quadro di quello che si chiamava “Laboratorio dello sviluppo sostenibile”. Da qualche anno in pensione, vive in una casa in mezzo ai boschi, sulla montagna sopra Torre Pellice.

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