La vera opposizione al Governo della destra sta nelle lotte sociali

image_pdfimage_print

L’insediamento del Parlamento, la formazione del nuovo Governo, le dichiarazioni della presidente del Consiglio e i primi provvedimenti dell’esecutivo sono stati fin qui analizzati principalmente dal punto di vista ideologico. Ne è emerso, come previsto, un quadro fortemente connotato in senso reazionario: lo schieramento parlamentare di maggioranza è indubbiamente egemonizzato da Fratelli d’Italia e dalla componente salviniana della Lega ed esprime, attraverso i suoi rappresentanti messi a capo delle istituzioni parlamentari e delle strutture governative, un distillato ideologico della peggiore destra postfascista. Tuttavia, appare poco credibile pensare di costruire un’efficace opposizione a questa destra limitando lo scontro al solo terreno ideologico: occorre analizzare anche le radici sociali che stanno alla base del successo elettorale e che ispirano la linea politica e amministrativa del nuovo Governo.

I partiti che hanno dato vita alla coalizione di destra si rivolgono prioritariamente all’esteso e composito ceto medio che caratterizza la società italiana: esso comprende, al livello più basso tutti quei settori dell’economia nazionale che sopravvivono nella competizione di mercato grazie ad “acrobazie” fiscali e a organizzazioni corporative in grado di manovrare significativi pacchetti di voti a livello territoriale; settori più strutturati di piccola iniziativa imprenditoriale che hanno visto progressivamente erodere il proprio ruolo economico dalla concorrenza di grandi imprese anche internazionali, come nel commercio; liberi professionisti ed esponenti della burocrazia pubblica e privata che, pur disponendo di patrimoni abbastanza consistenti e consolidati, temono un declino di questa società che ha sancito il loro successo sociale ed economico. Molti di questi settori, per mantenere livelli “adeguati” di profitto, hanno bisogno non solo di agevolazioni fiscali, ma anche di disporre di manodopera a basso costo.

Utilizzando queste poche e banali considerazioni economiche, si può provare ad analizzare il significato delle promesse elettorali della nuova maggioranza, delle proposte del nuovo esecutivo e dei provvedimenti già attuati dal governo.

È chiaro a tutti il significato dell’aumento del contante e del condono fiscale; soprattutto è chiaro a quelle categorie che fanno dell’evasione dell’IVA e delle altre tasse una ragione di sopravvivenza. Ampi settori di piccolo artigianato e di commercio, soprattutto nelle realtà provinciali al di fuori delle città, praticano sistematicamente questa “soluzione”, favoriti dalla rete sociale che innerva i piccoli centri, dove, non casualmente, i risultati elettorali della coalizione di destra sono stati migliori che nei grandi centri urbani. Per tenere unito il composito ceto medio il Governo dichiara inoltre di voler estendere l’applicazione della flat tax ai lavoratori autonomi fino a un reddito annuo lordo di cento mila euro. Per dissimulare l’orientamento classista di questo tipo di provvedimento, il Governo è orientato a proporre una piccola flat tax anche per i lavoratori dipendenti, limitandola all’incremento salariale conseguito nell’anno: stante il livello della contrattazione in questa fase, si può pensare che gli unici dipendenti che potranno usufruire di questa eventuale norma saranno i settori impiegatizi di alto livello o i dirigenti. Un sapore analogo a quello del condono fiscale ha la promessa di contrastare la direttiva europea Bolkestein per rispondere alle richieste corporative dei taxisti e dei concessionari balneari: in entrambi i casi il nemico da battere, nella retorica della destra, sarebbe la concorrenza delle multinazionali; l’obiettivo concreto è quello di mantenere i privilegi acquisiti e consolidati da lungo tempo e mai messi in discussione da nessun precedente Governo di qualunque orientamento.

Anche i provvedimenti nel campo della salute, al di là degli aspetti ideologici, hanno un significato economico: reintegrare i sanitari no vax, abolire il bollettino giornaliero sul Covid, depotenziare l’uso delle mascherine serve principalmente a smontare l’allarme sociale a proposito della pandemia ancora in corso e a favorire il normale sviluppo delle attività economiche, in particolare commercio, ristorazione e intrattenimento. Poco importa che la pandemia continui e che si mantenga ancora elevato il numero dei morti da Covid: d’altra parte già negli anni precedenti, nonostante i livelli ancora bassi di vaccinazioni, si erano levate richieste di abolire o almeno limitare l’allerta sulla diffusione del virus. La stessa politica restrittiva sull’immigrazione ha, come ben sappiamo, un preciso contenuto economico perché favorisce la gestione clandestina degli immigrati e il loro utilizzo come manodopera servile nell’agricoltura e nelle attività criminali.

Per i lavoratori e le fasce sociali più deboli il Governo ha una politica altrettanto chiara: depotenziamento del reddito di cittadinanza e rifiuto del salario minimo. L’obiettivo evidente è quello di mantenere bassi i livelli salariali per favorire l’occupazione nei lavori meno qualificati. Converge con questo obiettivo anche la prima impostazione della politica dell’istruzione: mettere l’accento sul merito, infatti, lascia intendere che gli studenti meno meritevoli devono essere disponibili a impiegarsi rapidamente in lavori dequalificati. D’altra parte, la disastrosa riforma Gelmini, della quale si vedono ora più chiaramente gli effetti deleteri, distingueva rigidamente i licei destinati alla formazione culturale critica degli studenti, dagli istituti tecnici volti alla formazione tecnica per gli impiegati della fabbrica o degli uffici e ancor più dagli istituti professionali finalizzati alla rapida ricerca di un lavoro purchessia. Superfluo aggiungere che l’attuale ministro, il prof. Valditara, fu uno dei principali estensori di quella fallimentare legge. L’Italia è al penultimo posto nell’istruzione universitaria nell’Europa dei 28 paesi e le tendenze in atto segnalano una continua regressione in particolare per i diplomati degli istituti tecnici e professionali, che in misura decrescente cercano di andare oltre il diploma. Ancora più grave è il dato della dispersione che interessa un grande numero di giovani che non riescono a condurre a termine gli studi secondari. Un obiettivo evidente del nuovo Governo è, dunque, quello di convincere i giovani a non avere grilli per la testa e a rendersi disponibili a qualunque tipo di lavoro per quanto mal pagato e poco qualificato in nome della crescita economica della “nazione”. Visto da questo punto di vista il nuovo articolo del codice penale che colpisce le occupazioni di spazi pubblici e privati (i rave party, ma anche i centri sociali e forse qualsiasi assembramento di più di 50 persone…) appare una misura pensata anche per colpire i giovani nella loro ricerca di spazi di aggregazione autonoma al di fuori della scuola e del luogo di lavoro.

L’attacco al diritto d’aborto, poi, è un evidente tentativo di fermare la crescita dell’autonomia femminile soprattutto tra le nuove generazioni e di ricondurre le donne sotto il dominio patriarcale sia in famiglia che sul posto di lavoro.

Naturalmente tutte queste iniziative, proposte e finalità dell’azione governativa hanno una dimensione ideologica che le ispira e le motiva: il risultato è tenere insieme un “blocco sociale” altrimenti frammentato. Come fare allora opposizione a questo progetto complessivo?

Gli spazi di un’opposizione istituzionale e parlamentare appaiono molto limitati: non solo per l’inadeguatezza delle forze politiche di centro sinistra, ma anche per l’occupazione di tutte le cariche istituzionali, per la nuova centralità dell’azione statale (alla faccia della componente federalista della Lega) e per la prassi istantanea di legiferare per decreti. Sia chiaro: non si tratta di novità inventate da questa destra, ma di una deriva antidemocratica che ha percorso tutti gli ultimi anni con qualunque maggioranza parlamentare.

L’opposizione, quindi, se si riuscirà a farla, la si farà principalmente nella società, come per altro dovrebbe essere sempre per una forza di sinistra. Solo un nuovo protagonismo politico dei lavoratori e dei ceti più deboli attraverso le lotte sociali potrà, infatti, permettere la costruzione di una rappresentanza politica. Il primo compito è perciò quello di aprire gli occhi di quei lavoratori che, per protestare contro la politica liberista realizzata dai governi precedenti di centrosinistra e/o tecnici, si sono lasciati tentare dal voto a destra: col nuovo Governo le loro condizioni non potranno che peggiorare. Un nuovo protagonismo sociale dei lavoratori, delle donne, dei giovani è la condizione necessaria per sviluppare le contraddizioni che sono all’interno del blocco sociale che sostiene la destra. Le lotte operaie e studentesche degli anni ’70 furono importanti non solo perché costruirono una soggettività politica dei lavoratori, delle lavoratrici, dei giovani, ma anche perché permisero di “spaccare” l’unità del ceto medio sul quale si basava il dominio democristiano. Insegnanti, professori universitari, medici, psichiatri, avvocati, magistrati, ma anche commercianti e artigiani dovettero, in qualche modo, schierarsi all’interno del confronto sociale e il risultato fu un grande progresso della democrazia nel nostro paese. La strategia della tensione, le trame internazionali, il terrorismo e soprattutto la svolta neoliberista che si avviò alla fine di quel decennio negli USA e nel Regno Unito posero fine a quel processo di avanzamento. Si tratta ora di riprendere quei fili e di iniziare a riannodarli.

Gli autori

Riccardo Barbero

Riccardo Barbero ha militato in diverse organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Attualmente pensionato anche dal punto di vista politico. Collabora con i siti workingclass.it e volerelaluna.it

Guarda gli altri post di:

3 Comments on “La vera opposizione al Governo della destra sta nelle lotte sociali”

  1. Giusta analisi, Riccardo, anche se i termini con cui definisci alcune categorie non me ne permettono una completa comprensione. Infatti, all’ “esteso e composito ceto medio che caratterizza la società italiana” e che ha fornito e fornisce la maggior parte del sostegno alla dx, tu contrapponi i “lavoratori”. Bé, le categorie sostegno della dx (artigiani, PMImprend., commercianti, etc) per lavorare lavorano anche loro. Suppongo quindi che con “lavoratori” tu intenda i lavoratori manuali, ovvero i mitici “operai” industriali e le nuove categorie di precari ad essi assimilabili. Per quasi tutto l’articolo mantieni questa contrapposizione, che sembra condannare per l’eternità il “composito ceto medio” (“blocco sociale”) a restare, appunto, bloccato nella dx, mentre la sx non potrà che rivolgersi ai “lavoratori”(?) guidandone un “nuovo protagonismo”. Poi, giusto al fondo, contempli la possibilità che fra i due blocchi si (ri)apra una via di comunicazione, come già nei 60-70. Domande: 1) chi sono, precisamente, i “lavoratori”, e perché tutti gli altri debbono essere considerati “non lavoratori”? 2) Il “grande progresso della democrazia” che si realizzò allora, avvenne comunque sotto l’egida della DC e nel quadro di una integrazione dei “lavoratori” nella società affluente, mentre oggi ci troviamo in un quadro di de-fluenza. Come pensi quindi che si possa “riprendere quei fili e iniziare a riannodarli”?

    1. Grazie, Paolo per le osservazioni. Hai ragione: ho scritto un po’ di fretta il pezzo e non l’ho riletto. Per lavoratori non intendo solo i mitici operai (non sono mai stato un operaista), ma tutti i lavoratori dipendenti privati e pubblici, anche se so, per esperienza diretta, che i lavoratori pubblici vanno molto trainati e sono ancora meno omogenei dei privati. So bene che questo settore sociale è oggi molto disperso e frammentato e che è difficile organizzarlo: tuttavia quando questo accade, come nel caso della GKN, esso riesce ad avere un ruolo aggregante molto significativo anche adesso, nonostante 40 anni di neoliberismo. Forse mi sono espresso male: non penso che una parte significativa del ceto medio, che oggi è egemonizzata dalla destra, non possa fare parte di un blocco sociale alternativo, anzi; ma mi sembra che siamo ancora molto lontani da questa possibilità. Continuo a pensare che la condizione necessaria anche se non sufficiente sia la ripresa di un protagonismo sociale: l’idea, invece, di un’opposizione solo sul piano ideologico e/o su quello istituzionale, al momento attuale, mi sembra perdente. D’altra parte basta osservare come si sta sviluppando il dibattito dentro e attorno al PD. In conclusione scrivo le mie idee in modo approssimativo (me ne rendo conto) non tanto perché pensi che siano giuste, ma con l’intento di aprire un dibattito sul che fare, che mi sembra sempre più’ urgente. Forse mi illudo.
      Un abbraccio

  2. OK. Purtroppo le occasioni di dialogo e confronto in cui potersi spiegare con tranquillità sono poche, se non inesistenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.