Destra e sinistra: appropriazioni indebite

Volerelaluna.it

08/08/2022 di:

Invito lettori e lettrici a sottoporsi a un rapido test. A chi attribuireste le seguenti affermazioni? 1) «Il nostro partito sostiene un modello di Welfare universalistico e solidaristico, il cui presupposto è che tutti i bambini, a prescindere dal contesto e dal reddito familiare nonché dal comune di residenza, devono avere buone condizioni di partenza per riuscire nella vita; un Welfare grazie a cui tuttə possono contare sul fatto che la società verrà in aiuto a chi, per ragioni diverse, non può cavarsela da solə»; 2) «C’è una evidente correlazione tra immigrazione e Covid […]. Nel momento in cui tutte le popolazioni del mondo stanno discutendo di lockdown, di mascherine, di distanziamento sociale e insomma di come governare i contatti fisici tra le persone, è semplicemente irragionevole ritenere che tutto questo non abbia alcun rapporto con i flussi migratori». Se pensate che la prima dichiarazione sia dei socialdemocratici svedesi e la seconda di Salvini, siete fuori strada: gli autori sono infatti rispettivamente i Democratici di Svezia, populisti di destra con radici neonaziste, e Marco Minniti, ex-ministro dell’Interno del PD e ora presidente di Med-Or, emanazione dell’azienda bellica e aerospaziale Leonardo. Il test getta luce sul paradosso della politica contemporanea: mentre la destra radicale si appropria con successo, in tutta Europa, di repertori concettuali e strategie di mobilitazione forgiate da altre, confliggenti, culture politiche – compresa quella marxista – i partiti della “sinistra di governo”, non paghi di essersi inchinati alla finanza transnazionale, inseguono la destra sul terreno delle battaglie più retrive. Da questo gioco di specchi escono triturate le classi popolari.

Per chiarire l’entità dei “furti” perpetrati dall’estrema destra, comincio dal concetto che ha rappresentato a lungo la stella polare del movimento operaio: l’egemonia. Già negli anni Settanta la “Nuova destra” aveva cercato, in Francia come in Italia, di smarcarsi dal fascismo tradizionale mettendo a punto una strategia culturale che sfidasse la presunta egemonia della sinistra; il presupposto (condiviso da Massimo Cacciari) era la necessità di andare oltre la contrapposizione tra i due schieramenti. Nei decenni successivi, il tentativo di conferire una legittimità culturale all’estrema destra con l’impiego di categorie gramsciane è proseguito, in Europa, ad opera di teorici spesso di dubbio rigore così come di gruppi militanti (Casa Pound, il Movimento di resistenza nordica e simili). Per un verso, dunque, il confronto sul campo con l’avversario, identificato nella sinistra antagonista, che non si esaurisce nello scontro fisico ma si sostanzia anche nella competizione per dare risposte concrete ai bisogni dei gruppi sociali svantaggiati (purché di nativi, ça va sans dire). Per un altro verso, la battaglia culturale contro l’egemonia del politically correct, nella variante liberale come in quella marxista (sullo sfondo, manco a dirlo, il complotto giudaico). Ora, una strategia ambiziosa come questa implica la capacità di creare un’osmosi tra la propria visione del mondo e il discorso mainstream: far circolare i propri contenuti attraverso parole e immagini evocative che siano socialmente legittimate. Da qui il femonazionalismo, ossia l’assunzione del femminismo, ma in una declinazione funzionale non all’autodeterminazione delle donne bensì alla criminalizzazione dei migranti; il Welfare chauvinism, cioè l’appassionata difesa delle politiche sociali – purché riservate ai nativi; l’ecofascismo, che si impegna nella protezione dell’ambiente, inscrivendola però nella preservazione della purezza culturale, se non razziale. Infine, i diritti umani: qui la capacità dell’estrema destra di torcere le categorie del pensiero democratico a fini osceni raggiunge vette sublimi. Mi limito all’esempio del fortunatissimo slogan “Black lives matter”, che è stato ribaltato in “White lives matter”: a essere discriminati, secondo questa contro-narrazione, sono i bianchi, vittime del multiculturalismo e del politically correct. Il fatto che queste posizioni, razziste senza se e senza ma, siano formulate con il lessico dei diritti umani rende più difficile smascherarle immediatamente per quello che sono – e contrastarle.

Oltre a “Black Lives Matter”, la crisi dei rifugiati del 2015, la pandemia e, dulcis in fundo, la guerra hanno accelerato, grazie soprattutto ai social, il processo di diffusione e radicalizzazione delle idee dell’estrema destra che, vampirizzando altre tradizioni politiche (in particolare quella comunista e socialista), è riuscita a realizzare due obiettivi mai pienamente raggiunti dalla sinistra riformista né da quella di alternativa: una fitta rete transnazionale e una dimensione post-organizzativa. La destra radicale infatti si configura oggi come una galassia di formazioni che vanno dai partiti nazionali rappresentati in parlamento a gruppi e perfino singoli (gli “influencer”) che portano avanti battaglie comuni senza formalizzare la propria collaborazione.

Come reagisce a questa minaccia reticolare la “sinistra di governo” europea? Per nulla interessata a riappropriarsi del suo patrimonio storico e culturale, si barcamena con un’egemonia in negativo, oscillando tra “non possiamo deludere l’Europa” e “non possiamo consegnare il paese alla destra”. Certo, non è facile mobilitare le masse intorno a due orizzonti (l’Unione europea e il male minore) così privi di appeal, ma del resto non è la dimensione del consenso a stare a cuore a una sinistra bulimica di potere che dell’egemonia sempre più recepisce solo il lato coercitivo, con la repressione dei movimenti sociali a integrare lo svilimento della democrazia rappresentativa e il respingimento dei migranti a monte (così anziché annegare vengono torturati nei centri di detenzione), grazie ad accordi con stati infami come la Libia (Governo Gentiloni) e la Turchia (Governo Renzi, all’epoca leader del PD). Nella migliore delle ipotesi, di quella destra da cui si vorrebbe salvare il paese – l’Italia come la Svezia o la Danimarca – si assorbe l’agenda politica; nella peggiore, con quelle forze ci si allea, a livello locale e nazionale. L’esito di questa inanità della sinistra di governo è grottesco: nella vittoria essa trova la legittimazione a perseverare nelle sue politiche antipopolari; nella sconfitta vede l’ammonimento a intensificare la sua transustanziazione nella destra.

Lo spettacolo imbarazzante cui abbiamo assistito in questi giorni è emblematico della vocazione suicida della sinistra “responsabile”. Il PD infatti ha realizzato un autentico capolavoro: prima ha umiliato la sinistra ornamentale di Fratoianni e Bonelli (che hanno ingoiato il rospo, pur di non rinunciare a pochi, e ininfluenti, seggi), con l’accordo tra Letta, Calenda e Della Vedova. Nel testo condiviso, la Costituzione e l’antifascismo non erano neanche nominati, mentre venivano ribaditi l’atlantismo e il militarismo, e liquidate con poche e assai vaghe parole tanto la questione climatica quanto quella sociale. Poi Letta si è fatto scaricare proprio da Calenda, indisponibile a un’intesa con quegli “estremisti” di Fratoianni e Bonelli. Sappiamo tuttə che l’ideologia qui non c’entra niente, contano solo i calcoletti elettorali, semplicemente aberranti al cospetto delle calamità che dobbiamo affrontare. Se Calenda è «il nulla […] il grado zero della politica, dell’intelligenza, della cultura, della consapevolezza dei problemi che incombono sul nostro tempo», come scrive Guido Viale, che dire del segretario del PD, che ha creduto di poter allestire, spacciandolo per coalizione antifascista, un circo Barnum sotto il cui tendone si sarebbero dovuti esibire contemporaneamente personaggi come Brunetta, Gelmini e Carfagna (cioè quelli dai quali non molti anni fa il PD voleva salvare il paese) e Sinistra italiana con i Verdi, che l’agenda Draghi l’hanno sempre osteggiata (salvo poi accordarsi con il partito che ne è il più strenuo paladino)? E taccio sull’intesa con Di Maio, perché sarebbe come sparare sulla Croce rossa.

Del resto, se l’asse del “fronte costituzionale” doveva essere un partito che, nelle sue varie incarnazioni (PDS-DS-PD) ha sdoganato i fascisti, svilito la Resistenza (salvo poi rispolverarla per giustificare l’invio di armi a Kiev) e votato a favore di modifiche sostanziali della Costituzione (introducendo il pareggio di bilancio e approvando il taglio del numero dei parlamentari, per fare solo due esempi), l’operazione appariva surreale dall’inizio.

Per combattere la contro-egemonia dell’estrema destra ben altro occorre: coniugare il radicamento sul territorio con una capacità di pressione e mobilitazione transnazionale; un compito ambizioso, che esula dall’orizzonte di cortissimo respiro tanto della sinistra di governo quanto di quella decorativa, ma che è anche l’unico modo per ridare voce – non due mesi prima delle elezioni, in nome dell’emergenza, ma nella quotidianità – a tuttə coloro che, sentendosi invisibili, guardano alle istituzioni come a un nemico e, se votano, scelgono chi grida più forte.