Il fallimento del M5S e le incognite del futuro

image_pdfimage_print

«Allora P. hai votato? tutto bene?». «Tranquilla L. certo che ho votato bene… Ci ho messo una bella croce sopra, quei farabutti non li voglio più vedere». «P. non ho capito… Dove hai messo la croce?». «Ma L. dove vuoi che l’abbia messa?! Su quella fiamma dei fascisti…, non li voglio più vedere». Mio nonno, toscano e bracciante, comunista e antifascista, non prese la tessera fascista e per questo, arrestato in una retata rischiò la deportazione evitata per un soffio grazie anche ai sette figli, ma nel 48 votò per sbaglio MSI. La leggenda familiare lo racconta a letto per una settimana con la febbre alta. Che fare, invece, oggi?

I rappresentanti del Movimento 5 Stelle si sono dimostrati inadeguati rispetto alle aspettative di un positivo cambiamento del sistema politico e sociale del Paese. Difficilmente poteva andare diversamente considerato che qualunque Movimento, se fortemente trasversale culturalmente e politicamente nella sua composizione, può essere forte e incisivo all’opposizione e mostrare poi tutte le proprie contraddizioni e debolezze nel ruolo di governo, nella progettualità e nelle conseguenti decisioni che devono essere prese. Inoltre la rete, anche se è ormai fondamentale, non può sostituirsi a un necessario rapporto diretto con la particolarità e le problematiche di un territorio. Diversamente si può raccogliere genericamente il malcontento ma a livello locale, che è la base di partenza per consolidare qualunque reale forza politica non virtuale, non si conta nulla. Va aggiunto che il M5S, nel passaggio dall’opposizione a forza di governo, non ha mantenuto gli impegni presi con importanti Movimenti del dissenso sociale, e grave fu la dichiarazione, nel luglio 2019, di Conte premier: «Non realizzare il Tav costerebbe più che completarlo. Solo il Parlamento può decidere di non farlo». Questa dichiarazione, non supportata da dati tecnici e che mise sotto il tappeto la recente e negativa analisi costi-benefici del pool di tecnici guidati dal professor Marco Ponti, è l’inesorabile fotografia della perdita di credibilità del M5S.

Ma andando oltre a queste e ad altre ragioni di fondo, come l’inconsistenza accompagnata da overdose di narcisismo di molti parlamentari, c’è un’altra questione che merita una maggiore analisi. Il Movimento 5 Stelle, la cui meteora politica lascerà molte macerie che sarà difficile rimuovere, è stata vissuta dall’establishment, cioè dai detentori del potere economico e politico nel nostro Paese, come una variabile imprevista e imprevedibile nella sua evoluzione. Di conseguenza i principali media del Paese, le cui linee editoriali sono sempre più omogenee tra loro e fedelmente al servizio dei poteri economici e finanziari, se in una prima fase (che può definirsi attendista) si sono limitati all’osservazione e allo studio del fenomeno M5S, hanno poi iniziato una campagna di denigrazione, di enfatizzazione dei limiti e delle contraddizioni degli eletti, oggettivamente indecente e fatta di “informazione” spazzatura che in 24-48 ore mostrava la propria inconsistenza ma raggiungeva comunque il risultato, perché le smentite non riparano mai il danno della prima notizia che “buca il video”. Rispetto al risultato delle elezioni politiche del 14 marzo 2018, l’establishment non era per nulla preoccupato dal fatto che la coalizione del centro destra risultasse la più votata, ma lo era per il sorprendente successo del M5S, lista più votata con il 32%, che governava anche Roma e Torino. In quel momento il M5S rappresentava una variabile indipendente, fuori controllo dall’ormai omologato sistema politico, svuotato di ogni minima velleità di autonomia e indipendenza. Prese le misure è iniziato il killeraggio: lo storico malgoverno di Roma è stato scaricato sull’amministrazione di Virginia Raggi, dimenticando le pluridecennali responsabilità e scandali nella gestione dei rifiuti urbani, dalla discarica Malagrotta all’Ama, che nemmeno Nembo Kid poteva risolvere in breve tempo, ma le strade sporche i cassonetti venivano associati al made in Raggi così come i cinghiali (che girano ancora e come sempre nele periferie e in alcune zone centrali di Roma, ma non vengono associati a Gualtieri e tanto meno alla Regione guidata da Zingaretti, cui pure competono il controllo e il contenimento della fauna selvatica). Più sottile e velenosa, in pieno stile sabaudo, la sterilizzazione della Giunta Appendino gestita in collaborazione con la magistratura, in particolare con il caso Ream (da cui la sindaca è poi stata assolta) e l’addebito della tragedia di piazza San Carlo del 3 giugno 2017 (dove la responsabilità si è velocemente trasferita, dai criminali che hanno scatenato con lo spray urticante il caos nella piazza gremita, al sindaco). Ciò va detto, anche se la Giunta Appendino di suo ha mancato gli impegni presi rispetto alle periferie della città e si è dimostrata inadeguata nel sostenere una linea amministrativa non conforme ai poteri forti cittadini, a partire dall’insuccesso dello scontro con la Compagnia di San Paolo, principale azionista della banca più grande d’Italia, e da un certo punto in avanti, sia sulla questione della Torino-Lyon sia rispetto alle tensioni sociali torinesi, non è stata tenuta la barra dritta scivolando in non accettabili giustificazioni della dura repressione del dissenso a colpi di manganello. L’obiettivo dell’establishment era principalmente quello di ridimensionare il fenomeno del M5S a livello nazionale, denigrandone alcune iniziative, con particolare riguardo al reddito di cittadinanza, e soprattutto cercando di farne esplodere le contraddizioni interne. Con la scissione di Di Maio e la strumentale colpevolizzazione per la caduta del Governo Draghi (come se il centrodestra non ne avesse da tempo logorate a proprio tornaconto le fondamenta), gli obiettivi sono stati raggiunti, anche se ora, forse, la linea di Conte ne farà una componente schierata stabilmente nel campo progressista.

Il voto del 25 settembre non sarà un pranzo di gala: la sinistra ci arriva impreparata, non diversamente da come ci sarebbe arrivata se la legislatura avesse raggiunto il suo regolare termine nel marzo 2023; il centro sinistra, sempre più centro e labilmente di sinistra, balbetta ancora all’ombra di Draghi senza alcuna progettualità; il centro destra può trarne invece un ulteriore slancio da questa fine anticipata della legislatura, reclamata da tempo da Fratelli d’Italia. Ma si dovrà fare di tutto e di più, privilegiando ciò che unisce rispetto a ciò che divide, per impedire che il governo del Paese cada in mano a un partito neofascista: sarebbe un’offesa inaccettabile all’Italia repubblicana e all’impegno antifascista dei nostri nonni e genitori.

Gli autori

Giovanni Vighetti

Giovanni Vighetti vive a Bussoleno ed è esponente del Movimento No Tav

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.