La guerra è uno spartiacque. Dobbiamo fare qualcosa di nuovo

image_pdfimage_print

Che fare? E come si costruisce un’alternativa per non essere condannati all’impotenza? In questi giorni di guerra e di pornografia bellica vale la pena riprendere questo filo di confronto aperto su Volere La Luna nello scorso autunno e ripreso all’interno della seconda edizione del quasi Festival #covidlalezionetradita (https://www.lalezionedel2020.it/edizione-aprile-2022/) in un dibattito a cui ho partecipato con Livio Pepino.

Fino a gennaio avrei detto, pensando alla politica nazionale e alle elezioni alle porte, che non si potesse fare NIENTE, se non continuare a lavorare sui territori, in movimenti ed esperienze locali (anche elettorali come quella di Firenze Città Aperta, di cui sono parte: https://www.firenzecittaaperta.it/), in pratiche di mutualismo e in laboratori e progetti culturali come è lo stesso progetto di Volere la Luna. Sinceramente non vedevo spazio alcuno per evitare delusioni amarissime come le ultime elezioni europee e vedevo l’agibilità elettorale solo in elezioni locali. Ritenevo assolutamente impraticabile per me (ma direi per noi) l’entrata nella galassia del PD e non mi arrabbiavo neanche più rispetto a chi, avendo voglia di politica, lo riteneva l’unico spazio possibile, visto lo stato sempre più privo di rilievo della sinistra politica. Insomma, pensavo necessario attrezzarsi per il medio periodo a un destino come la sinistra americana, che per anni ha creato la sua comunità ritenendo inagibile lo spazio della rappresentanza. Anche perché i nostri mondi sono stanchi di liste elettorali last minute e troppe sono state le delusioni e le ferite di questo ultimo decennio (da progetti bloccati – penso a Cambiare si può fino al Brancaccio – a esperienze partite bene – come L’Altra Europa con Tsipras – che poi non si sono radicate) oltre all’ingombro permanente di quel che resta della sinistra politica. Ma non c’è solo questo, la stagione della Pandemia, iniziata con la speranza e la convinzione di uscirne meglio si sta concludendo in maniera disastrosa con il governo dei migliori e la guerra. Un esito impietoso, che ha mostrato la debolezza dei movimenti e delle esperienze presenti ovunque in Italia e la conseguente incapacità di incidere sulla realtà e sulle scelte quando lo scontro sale di livello. Un esito rappresentato dalla cultura del PNRR e dai nomi che si sono alternati sulla scena delle elezioni del Presidente della Repubblica. Perché, in assenza di grandi movimenti di massa, senza un soggetto organizzato e rappresentanza non si incide e neanche si esiste nell’opinione pubblica.

Questo interroga tutte e tutti e mi aveva portato al convincimento, pensando alle prossime elezioni politiche, della necessità di saltare la scadenza elettorale come dato di realtà (evitando così l’ennesima delusione) e di aspettare un tempo altro in cui mettere al centro il tema dell’organizzazione politica, attiva 365 giorni all’anno. Il mio realismo fa i conti con la consapevolezza di come i vari tentativi (per me di straordinario livello) dell’ultimo decennio abbiano creato disillusione, distacco e rifiuto in persone di grandissimo livello che nei singoli tentativi si sono spesi. Molti di noi lavorano ora sul territorio (liste di cittadinanza locali, forme di mutualismo, animazione di dibattito). Ma sono ben consapevole che queste forme hanno un limite profondo, quando chiunque ti chiede chi sei a livello nazionale (ed europeo) balbetti qualcosa e non sai cosa rispondere.

In questi due primi mesi di guerra il mio realismo si è incrinato e con esso le mie certezze. La guerra e la sua cultura stanno ridisegnando tutto, cambia il quadro. Vediamo il direttore dell’Avvenire indicato come putiniano, assistiamo al giornaliero assalto all’Anpi (un maccartismo declinato in salsa italiana stile metodo Boffo) e alla costante derisione di chi chiede Pace, parola vilipesa ormai spacciata per debolezza o resa. Non solo, siamo entrati in una economia di guerra. Che vuol dire che tutte le azioni necessarie (riconversione ecologica, abbandono dell’economia fossile, diritti al e nel lavoro, diritti per tutt*, servizi pubblici e Stato sociale) sono abbandonate, essendo classificate come “lussi” per i momenti facili. Non a caso stanno saltando tutti i vincoli a opere devastanti e ai sussidi fossili e si approva in tre giorni l’aumento delle spese militari. La prima conseguenza della guerra è il ritorno all’economia fossile. Tutto questo in un quadro che si prolungherà ben oltre l’auspicato termine della guerra guerreggiata e che sta disegnando un’Europa terribile, che coincide con la NATO e che si forgia nella guerra. Un vero e proprio spartiacque per la storia europea, che sotterra la nostra Costituzione.

Di tutto questo in Italia – e mi ha sorpreso malgrado il mio lungo giudizio critico – il PD di Letta è il capofila e il fulcro di un’azione d’attacco non solo alla galassia della cosiddetta sinistra radicale ma anche del cattolicesimo democratico. È una rottura storica che ha una ragione di cui anche noi dobbiamo tenere conto: l’unico leader mondiale per la diplomazia e la pace è il Papa. Ma lo spartiacque della guerra ricolloca non solo il mondo cattolico e il cattolicesimo democratico, che si trova di fatto privo di rappresentanza in Italia, ma anche la sinistra. Mischia le carte, rompe vecchie geografie, crea nuove convergenze. E lo scontro tra chi vuole proseguire la guerra per eliminare Putin e chi invece vuole una iniziativa di pace aprirà nuovi spazi già in questi mesi.

Di fronte a tutto questo è lecito domandarsi: non è il caso di fare una verifica prima di abbandonare il campo della scena politica a Letta, Draghi, Salvini, Meloni? Sarebbe possibile pensare che da questo dramma, che durerà, possa nascere in Italia, intorno al no alla guerra e al no all’economia di guerra, una forza completamente nuova che saldi insieme la Costituzione, la cultura di pace e ambientalista di questo Papa, la salvezza del Pianeta e i valori di giustizia nostri, della sinistra? E che sfidi i signori della guerra alle prossime elezioni? Una proposta all’altezza dello sconquasso della Guerra, del tutto nuova, non per occupare uno spazio, ma la costruzione di una presenza nuova, che ci è imposta dalla realtà

I motivi logici ci sono tutti (chi rappresenta il 60% degli italiani che vuole la diplomazia e non la guerra?), quelli emozionali – e di orgoglio – pure (questo attacco continuo a chi non è in linea con l’elmetto e il moschetto sta creando un NOI largo). Bisogna vedere se esistono le condizioni politiche e le motivazioni soggettive per un nuovo “folle” impegno.

Penso, quindi, che sia necessario fare una verifica, velocemente, con convinzione e serietà, consapevoli che abbiamo vissuto troppe esperienze che ci hanno ferito e che non sappiamo il contesto in cui voteremo. Dobbiamo pensare a un soggetto politico e non solo a una lista e dobbiamo fare una cosa larga e grande, perché queste riflessioni non possono essere frutto di minoranze. È possibile che non si possa fare, perché la nostra sconfitta è così grande da levarci anche l’agibilità minima o perché tutto il campo di azione è occupato dal bellicismo rappresentativo. Ma penso che valga la pena di pensarci e magari lavorarci. Cosa ne dite?

Post scriptum. Mentre lo scrivo sento un fattore di leggerezza piacevole: per una volta sarebbe facile dire (in 10 secondi) chi siamo, ovunque in Italia. «Ma voi chi siete?» «Siamo quelli per la Pace e il ripudio della guerra, per la diplomazia, che rifiutano il bellicismo, che vogliono la riconversione ecologica, i diritti di chi lavora, i diritti per tutt*. Non stiamo con gli altri perché solo noi la pensiamo così e loro propongono il contrario». «Siete di sinistra?» «Sì». «Ma sulla guerra siete d’accordo con il Papa?» «Sì». «Ma anche con Greta Thunberg?» «Sì».

Gli autori

Massimo Torelli

Massimo Torelli, fiorentino, attivo fin da studente nei movimenti pacifisti e nella Pantera. Animatore di Firenze Città Aperta nel Social Forum di Firenze del 2002. Tra i promotori de “L'Altra Europa con Tsipras”, ha partecipato da protagonista a numerosissime iniziative politico-culturali.

Guarda gli altri post di:

8 Comments on “La guerra è uno spartiacque. Dobbiamo fare qualcosa di nuovo”

  1. Attenzione alle illusioni ottiche. Sono in molti contro il bellicismo imperante di oggi. Ma lo sono da molti punti di vista, che più di qualche volta non parlano affatto il linguaggio della sinistra, anzi proprio no lo capiscono.
    Per fare un esempio, prendiamo la “base” che fu del salvinismo d’assalto. Gente che stava col M5S per cavalcare l’onda e dirigerla verso le Magnifiche Sorti del Sovranismo, alla faccia dei Diritti. I poveri di spirito a sinistra l’han ridotta a macchiette di neofascistelli putiniani. Ma le macchiette erano gente, non solo elettori trascinati dal Re Fasullo. Ora come la pensano sulla guerra? Tra una menzogna e un glissare sulle proprie opinioni passate, a modo loro sono contro la guerra. E non certo perchè ormai sono asserviti a Putin. Semmai, perchè anche da destra si può essere contro la guerra! Perchè un conto è “leccare” le forze armate per avere una base per conculcare i diritti, un altro conto è guidarle con senso verso conflitti internazionali. Lì ci vuole una strategia… Ce l’ha la sinistra? No. Troppa paura di non difendere la democrazia. A destra non si fanno di questi problemi…
    Detto questo, in effetti vi sono praterie di pacifismo nel far west della guerra. Dobbiamo sapere che ci sono cowboys e tribù guerriere. Per questo bisogna attrezzarsi. Verso la nuova frontiera, che è a mio avviso è la difesa della Verità storica. Non l’edificazione di recinzioni difese col moschetto del Linguaggio di Sinistra.

  2. Condivido fortemente: prospettazione dell’ attuale, “delusioni e ferite di quest’ultimo decennio”, preoccupazione per l’evolversi di quanto stiamo vivendo a livello mondiale, anelito ad avere una reale rappresentanza della quale siamo privi e la motivazione per un nuovo “folle” impegno. Detto ciò, mi ripeto il mantra che non può esserci margine di errore ( ve ne sono stati e largamente pagati) e che la situazione non è mai stata difficile quanto lo è ora.
    Ciò non toglie che si debbano impegnare le energie migliori quantomeno per condurre una seria verifica, proprio delle condizioni politiche e delle motivazioni soggettive, come dice Massimo, che ringrazio.
    P.S. Massimo, mi permetto di dire che ” pornografia bellica ” non mi piace, mi fa stare male

  3. Ritengo che bisognerebbe almeno sul piano concettuale distinguere la proposta di una lista elettorale unitaria da quella della costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra. Le due cose nella pratica possono intersecarsi o addirittura sovrapporsi. Possono, ma non necessariamente devono. Se si pensa ad una lista elettorale che abbia una continuità nel rapporto tra elette/i e elettori diventa decisiva la costruzione di una griglia programmatica, più della ricerca di figure carismatiche (che nel contesto italiano non vedo), in modo che le varie espressioni politiche, di movimento, di esperienze, intellettuali vi si possano riconoscere, se non nel tutto, almeno in una parte. Se si pensa a un soggetto politico bisognerebbe aprire un processo costituente (rispetto al quale abbiamo perso occasioni, ultima quella immediatamente dopo il risultato elettorale minimo ma positivo dell’Altra Europa con Tsipras) dall’esito non prefigurabile che punti non solo alla costruzione di un programma ma di un profilo politico che deriva dall’incontro tra obiettivi programmatici, collocazione sociale, ideali e di prospettive sulla natura e la portata del cambiamento che si vuole effettuare. Un bel pò meno del socialismo, ma più di un programma rivendicativo. Comunque vale la pena di lavorare all’una e all’altra cosa, sapendo, soprattutto per quanto riguarda la scadenza elettorale, che molto dipenderà dalla situazione nella quale ci troveremo rispetto alla guerra.

    1. Una pericolosa illusione consiste nel limitarsi a costruire un soggetto politico sul sillogismo Identità-Programma-Alleanze. Significa che il Potere è lasciato libero di costruire lui il destino del soggetto, svuotando la sovranità e l’anima democratica di quest’ultimo: quando dalla costruzione delle idee si passa alla stanza dei bottoni o alla sua anticamera. C’è solo un modo per evitarlo. Dire non solo cosa si sa e cosa si può mettere in pratica di un programma, ma anche in quali condizioni si prometterebbe di lasciare le stanze del potere. Se si glissa su questo punto, scusate, ma sappiamo già come andrà a finire.

      1. Non comprendo per quale ragione il Potere sarebbe lasciato libero di costruire il destino del soggetto. Certo questo può avvenire, ma non è una deriva inevitabile. Dipende dalla qualità del profilo ideale-politico-programmatico del soggetto (che non è un sillogismo). In secondo luogo tale soggetto non deve nascere con l’obiettivo di entrare nella stanza dei bottoni. Anzi nella condizione data la sua collocazione più conseguente è all’opposizione. I motivi per entrare/lasciare una maggioranza di governo, qualora se ne presentasse l’occasione, sono l’attuazione dei punti di programma. Definire in anticipo quali sono i fondamentali si piò fare, sapendo però che la scala di priorità non è prefigurabile a tavolino ma deriva dalle condizioni sociali, economiche e politiche della situazione concreta.

        1. “Definire in anticipo quali sono i fondamentali si può fare, sapendo però che la scala di priorità non è prefigurabile a tavolino ma deriva dalle condizioni sociali, economiche e politiche della situazione concreta.”
          Questa apparente ovvietà, invero, è proprio quanto ha tarpato tutte le ali negli ultimi decenni, allorchè qualcuno tentava di portare nei Parlamenti le giuste istanze della “vera sinistra”. Non è stato marginale, trovarsi laddove s’intravvedeva la stanza dei bottoni. E in quei momenti s’era atterriti, dalla prospettiva di venirne cacciati per la propria intransigenza. E si calavano le brache, mostrando le terga ai propri elettori. La vergogna più grande è consistita nel saperlo in anticipo, quel che avrebbe tolto la cintura ai pantaloni. E non averlo mai detto apertamente quando si sapeva, cioè prima delle elezioni, quando ci si faceva belli con i Grandi Disegni Programmatici.

  4. Lavoro, libertà, ambiente e pace sono i temi che possono aggregare. Soprattutto se a muoversi saranno i giovani: il loro presente è difficile e il loro futuro è in pericolo. Fra loro ci sono i nuovi portavoce, le nuove rappresentanze, ancora inespresse.
    Come promuovere e sostenere il loro diritto ad essere protagonisti di una nuova stagione di pensiero e di conquiste?

  5. L’idea di cercare un’aggregazione su temi chiave può funzionare, anche se da subito troverebbe l’opposizione di chi chiede troppi distinguo non condividendo evidentemente l’urgenza di puntare su elementi unificanti ben chiari anche per chi non ha alle spalle decenni di studio del marxismo. Se i temi chiave includono anche i diritti del lavoro e l’adesione ad una vera riconversione ecologica, non credo ci sia neanche bisogno di verificare l’appartenenza ideale alla sinistra, visto che solo quest’ambito di pensiero può avere simili obiettivi.
    Ma bisogna essere chiari e soprattutto veloci: quali sono le modalità di questa aggregazione? Come comunicherà, quali riferimenti potranno da subito avere i partecipanti? Mi sembra che il problema sia soprattutto di tipo comunicativo ed organizzativo, l’attuale sistema ha saturato tutti i canali e dimostra di saperli usare molto bene. Servirebbero voci potenti, testimonial (mutuo volontariamente dall’orribile gergo pubblicitario) importanti in modo da potersi confrontare sullo stesso campo del nemico: serve un populismo politicizzato che sappia usare il linguaggio giusto. Ahimè, temo ci servano anche leader per confrontarsi con un nemico che utilizza al meglio le tecniche di marketing per scegliere le facce giuste

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.