“Un quasi festival”. Tre giorni di incontro di pensieri critici

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Mai come ora, a mia memoria, ho trovato così difficile trovare sedi e occasioni per pensare, per informarmi, per conoscere. Quando è scoppiata la pandemia abbiamo pensato che lo scoprirci improvvisamente vulnerabili avrebbe indotto tutte e tutti a fermarsi a riflettere. E, per una brevissima stagione è sembrato che questo accadesse.

La comune fragilità sembrava indurre a ragionare sulla necessità di politiche mondiali di tutela della salute. La consapevolezza delle origini ambientali dei salti di specie sembrava rafforzare le ragioni di quanti e quante ammonivano sulle conseguenze nefaste e soprattutto immediate dello sfruttamento del nostro ambiente, degli allevamenti intensivi, della distruzione degli ecosistemi. Le necessità di prevenzione e cura della malattia sembravano far riscoprire la necessità di sistemi pubblici forti, finanziati e autorevoli e il ruolo dei finanziamenti pubblici alla ricerca, mentre mettevano in evidenza l’incapacità delle logiche di mercato di affrontare le emergenze sanitaria, sociale ed economica provocate dalla pandemia.

Sembrano passati anni e non settimane da quando queste erano le parole dominanti nel dibattito pubblico, da quando per la prima volta gli stati europei decidevano di costruire un finanziamento comune della riconversione ecologica e delle necessità prodotte dal Covid19. Di tutto questo oggi non si parla più. La “pioggia di denaro” evocata dal presidente del Consiglio si è trasformata in regali alle imprese private, mentre nulla o quasi arriva alla macchina pubblica degli enti territoriali e dei servizi impoveriti dai decenni di tagli e austerità. Nulla viene fatto per affrontare le nuove povertà o la crescita della precarietà del lavoro. La stessa riconversione ecologica, attraverso la cosiddetta emergenza energetica – il “bagno di sangue” continuamente evocato – si trasforma nel finanziamento per la ricerca sul nucleare e, persino, nella ripresa delle trivellazioni.

Anche la guerra contribuisce e, con la sua cronaca tragica, partecipa dello stesso drammatico copione. Anche in questo caso sembrano passati anni e non mesi da quando abbiamo assistito alla ritirata delle forze armate occidentali dall’Afghanistan, abbandonato dopo decenni di occupazione al suo destino di fame, violenza e oscurantismo. Ora non si riflette più sulla impossibilità di esportare la “democrazia” , il cosiddetto modello liberale occidentale, con le guerre. Come se nulla fosse successo in Iraq, in Libia, in Afghanistan, ci si ripropone il modello di un occidente democratico e “giusto” in lotta contro dittatori e terroristi.

Mentre facciamo del tutto per convincerci che i vaccini consentano la convivenza con il Covid19 permettendoci di uscire dallo stato di emergenza senza dover nulla cambiare delle nostre politiche da quelle ambientali a quelle sanitarie, anche sulla guerra (o meglio sulle guerre) torniamo alle “rassicuranti certezze” della politica di potenza, dello scontro militare, dell’equilibrio della paura, della identificazione del nemico di turno. Il problema non è più capire cosa ci abbia portato fin qui, quali scelte producano la crisi climatica e la crescita delle povertà e delle disuguaglianze, cosa abbia fatto tornare la guerra, persino l’uso delle armi nucleari, tra le eventualità possibili, tra gli strumenti agibili. Quello che ci si chiede è schierarci, prendere partito, essere dalla parte dei “giusti”. E se si hanno dubbi, si diventa improvvisamente, volta a volta, catastrofisti, antiscientifici, ingenui utopisti o, addirittura, veri e propri disfattisti.

I problemi però sono tutti ancora qui. Forse le propagande potranno coprirli per un po’, ma non nasconderli per sempre. La guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo ne è la testimonianza più crudele. Un’emergenza alimenta l’altra ed entrambe ci fanno tornare indietro, tutte vengono usate per convincerci che non è tempo di cambiamenti. Anzi occorre serrare le fila e adeguarsi.

Non adeguarsi alla propaganda, quindi, parlare fuori da coro, mantenere la capacità di coltivare la memoria e il pensiero critico è già un atto politico. Questa è l’ambizione a cui la seconda edizione del “Quasi festival. La lezione del 2020” (https://www.lalezionedel2020.it/home-page/), che si svolgerà a Roma in presenza l’8, il 9 e il 10 aprile 6, promosso da un variegato gruppo di cittadini, militanti, studiosi, operatori nelle associazioni*, ha l’ambizione di contribuire. Venticinque incontri in presenza, più di cento voci a confronto. Un luogo plurale di persone animate dalla voglia di capire, di tratte tutte le lezioni possibili, per non rassegnarci, per nutrire passione e intelligenza, per scoprire la possibilità di una azione comune.

* Organizzano l’evento: Massimo Angrisano, Costanza Boccardi, Paola Boffo, Raffaella Bolini, Loretta Bondi, Maria Grazia Breda, Francesco Campolongo, Susanna Camusso, Loris Caruso, Maura Cossutta, Lelio De Michelis, Nicoletta Dentico, Monica Di Sisto, Roberta Fantozzi, Alfonso Gianni, Sergio Labate, Roberta Lisi, Costanza Margiotta, Mario Noera, Francesco Pallante, Luigi Pandolfi, Bianca Pomeranzi, Marco Revelli, Giulia Rodano, Roberto Romano, Carlo Saitto, Giorgia Serughetti, Massimo Torelli, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Filippo Zolesi, Alberto Zoratti.

Qui il programma completo del “Quasi festival”: https://www.lalezionedel2020.it/home-page/