Ricostruire il conflitto attorno all’eguaglianza

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L’interrogativo “Che fare” è ineludibile e immane; anche perché non si possono scindere le considerazioni sul futuro di Volere la luna da quelle sul contesto complessivo. Nello spazio di queste note, mi limito a proporre qualche suggestione, muovendo dal quadro fosco, ma, insieme, di realismo non arreso, che contrassegna l’orizzonte dipinto da Livio Pepino nell’introduzione al dibattito (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/09/22/volere-la-luna-che-fare-un-confronto-aperto/) e che costituisce, a mio parere, uno dei fil rouge del compito di Volere la luna: cercare di decifrare la realtà e al tempo stesso di trasformarla, sul piano del pensiero così come su quello dell’azione concreta sul territorio.  

La questione di fondo è: come invertire rapporti di forza mostruosamente sbilanciati, creando un’alternativa e forze materiali (sociali e politiche), che siano in grado di contrapporsi al sistema neoliberista? È un modello penetrante, che attraverso la leva economica controlla la politica, il diritto e la cultura (grazie anche al controllo e all’omologazione esercitata attraverso lo spazio digitale), che occulta dietro la mistificazione del merito le diseguaglianze, che frantuma la società con il fascino dell’individuo “imprenditore di se stesso”. Quindi, a cascata, è un sistema che influisce su un «organo centrale della democrazia» (Calamandrei), quale la scuola, deprivandola del suo potenziale trasformativo, allontanandola dal suo ruolo nel superamento delle diseguaglianze e nella costruzione di emancipazione, nonché surrogando le conoscenze e la capacità critica con le competenze; modifica il senso del lavoro, da strumento di dignità a merce.

Si ripropone in forma brutale, altamente pervasivo e segnato dall’egemonia di una parte, il conflitto intorno all’eguaglianza e al dominio che attraversa come una costante la storia: «oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese» (Marx, Engels). Come far sì che la forza di idee come eguaglianza ed emancipazione contrastino il modello dell’homo oeconomicus?

Se «la tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola» (Benjamin), proprio la storia ricorda come non esiste alcun ineluttabile destino o legge di natura, ma spetta a donne e uomini costruire il proprio futuro: le alternative esistono. Provare a cercarle, metterle in pratica, immaginarne di nuove è il primo, imprescindibile, passo. Occorre (ri)-costruire il legame sociale contro la disgregazione della società, la cultura dei diritti contro quella dei privilegi, la solidarietà e la comune umanità contro la ricerca unicamente del proprio particolare e la disumanizzazione del “diverso”. Occorre rivoluzionare i rapporti sociali ed economici, ricostruire «partecipazione effettiva» (art. 3 Cost.), dare anima e vitalità alla democrazia.

Da dove muovere? La risposta, un po’ istintiva, è ovunque: occorre ricostruire la tensione e la lotta per l’eguaglianza e l’emancipazione nella società; ripensare forze politiche organizzate che esprimano una chiara e netta visione del mondo dalla parte della dignità della persona e sappiano farsi tramite tra società e istituzioni; far sì che le istituzioni rispettino e attuino il progetto di trasformazione scritto in una Costituzione che pone al centro la dignità, l’emancipazione, la giustizia sociale, come progetto collettivo; occorre agire nella scuola e nell’università, nel mondo del lavoro, nei territori, come nel Parlamento. È necessario che la parte dell’eguaglianza, dell’emancipazione, della dignità pervada la società e generi la consapevolezza, e l’organizzazione, che consentano la sua egemonia, anche se la distanza siderale da percorrere perché ciò accada, rende difficile anche solo immaginarlo.

La natura immane del compito impone di ricorrere a tutte le possibilità in campo; imprescindibile, per chi scrive, è il radicamento del conflitto dalla parte dell’emancipazione nella società: dunque, le lotte nei luoghi di lavoro, le proteste nel mondo della scuola e dell’università, le battaglie dei movimenti territoriali, le occupazioni per la casa, le azioni degli ecologisti. Sono i movimenti, le lotte autorganizzate, il variegato mondo dell’associazionismo, che oggi rivendicano alternative, immaginano e praticano visioni del mondo inscritte nella prospettiva dell’eguaglianza, dell’emancipazione e della solidarietà: la loro stessa esistenza, con la partecipazione in prima persona, la ricostruzione di legame sociale contro l’atomizzazione della società, è un atto di conflitto contro la gabbia del dominio neoliberista. La sinergia dei movimenti, nella pluralità dei loro obiettivi, delle loro azioni, delle persone che li fanno vivere, propone e pratica una visione del mondo alternativa, che collega giustizia sociale e ambientale. I movimenti nel loro essere, e farsi, popolari e trasversali, creano consapevolezza, il terreno necessario per la costruzione di una democrazia solida ed effettiva, che non può che essere plurale, conflittuale e strutturalmente contraria, nella sua tensione all’eguaglianza e all’emancipazione, alla diseguaglianza e alla sopraffazione insite nel neoliberismo.

Insistere su un radicamento sociale, dal basso, non significa sottovalutare l’importanza di un’azione sul terreno politico-rappresentativo e istituzionale: l’uno non esclude l’altra, anzi, si sostengono a vicenda; e nel circolo virtuoso si inserisce il costituzionalismo, con i suoi diritti, il suo progetto di emancipazione, i suoi strumenti di limitazione del potere (qualsiasi potere). La democrazia – si può aggiungere –, ferma restando l’immaginazione di forme nuove, è un’organizzazione complessa e, dunque, richiede che la vitalità dal basso si accompagni a organismi collettivi in grado di traghettare istanze e visioni nelle istituzioni, e a istituzioni che non si contrappongano alle rivendicazioni sociali ma ne siano strumento, agendo a partire dalla trasformazione delle condizioni materiali, dalla “rimozione degli ostacoli”, dal controllo sull’economia. La Costituzione, in questa prospettiva, è un progetto di trasformazione della società già scritto, dotato della forza della legge suprema, e ben si presta a rappresentare un minimo comun denominatore fra le forze che si propongono di invertire la rotta.

Certo, ora non vi sono che germogli, spesso frammentati, emarginati, quando non tout court repressi, di una società nel segno dell’eguaglianza, ma l’altra via è precipitare nella barbarie e attendere che le diseguaglianze, la disumanità, gli effetti della catastrofe ambientale siano tali da generare un moto di rivolta; in ogni caso, lo scavo e il lavorio sono necessari per seminare e far crescere la consapevolezza, per creare l’organizzazione, che traducano le esplosioni di rabbia in un progetto di emancipazione. Senza paura di pronunciare parole che la prepotenza della cultura dominante vuole relegate nella soffitta della storia: spalancare l’orizzonte della resistenza – non della resilienza, che si presta a un adattamento all’esistente – e quello della rivoluzione; non in un nostalgico, anacronistico e irreale ritorno al passato, ma per rilanciare valori e principi come emancipazione, eguaglianza, solidarietà, agendo, in nome di essi, il conflitto sociale; senza nulla togliere a quanto l’immaginazione e la pratica del conflitto sapranno creare (si veda in proposito https://volerelaluna.it/che-fare/2021/11/25/il-mutualismo-politico-come-promessa-e-strategia-di-emancipazione/).    

La cura per (ri) conquistare spazio alla prospettiva nel nome della giustizia sociale e ambientale, deve divenire continuativa: può sembrare quasi bizzarro nei tempi bui che stiamo vivendo, e la cura appare debole, ma la cura è insieme condizione per costruire l’alternativa e mantenerla. Troppo spesso la storia racconta di ricadute rapide, di popoli organizzati, consapevoli e determinati che si sfaldano e perdono, per moti interni (l’attrazione del potere, del “proprio utile”, l’acquiescenza, la passività), o per la forza in sé della parte del dominio, dell’influenza (geo)-politica ed economica del capitalismo. Emblematica è la storia di alcuni paesi latinoamericani o l’esperienza del confederalismo democratico del Rojava. È necessario mantenere «l’impulso profondo della democrazia contro ogni forma di arche», in nome del «non-dominio» (Abensour), nel senso di quel «vivente movimento delle masse» (Luxemburg) che serbi permanentemente attivo il conflitto dalla parte dell’eguaglianza, nello spazio della società, nella sfera politica, nei rapporti economici. E allora il “che fare” è proseguire nel cammino intrapreso, cercando di costruire reti dal basso che propongono e praticano alternative, che immaginano e agiscono, nelle sfide sul territorio così come nei grandi conflitti globali. La strada, concretizzando con un esempio, è quella della recente organizzazione da parte di Volere la luna, insieme a Comunet, di una giornata sul diritto all’abitare (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/06/questione-abitativa-e-politiche-della-casa/): creare rete, agire sul territorio concretamente a partire da conflitti in corso e intorno a obiettivi che toccano le condizioni materiali delle persone e, allo stesso tempo, mettono in discussione il modello economico e sociale. La via, ancora, è quella messa in campo dagli operai della Gkn che hanno creato sinergie con il territorio e con altre lotte, con il mondo dell’università e dei giuristi, rivendicando obiettivi concreti che raccontano della costruzione di un mondo diverso (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/09/20/cosa-insegna-la-lotta-dei-lavoratori-della-gkn/).

Gli autori

Alessandra Algostino

Alessandra Algostino, docente di Diritto costituzionale nell’Università di Torino, studia da sempre i temi dei diritti fondamentali e delle forme di partecipazione politica e di democrazia diretta con particolare attenzione alla loro concreta attuazione. Tra i suoi molti scritti: "Diritto proteiforme e conflitto sul diritto" (Giappichelli, Torino, 2018) e “Democrazia, rappresentanza, partecipazione. Il caso del movimento No Tav” (Jovene, Napoli, 2011).

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One Comment on “Ricostruire il conflitto attorno all’eguaglianza”

  1. “Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi”, scrive Karl Marx, nel 1850, dopo le rivoluzioni del 1848.
    Il nostro compito potrebbe essere quello di favorire “una nuova crisi” per rendere possibile la “rivoluzione”. Ma oggi, dopo la sconfitta (sulla quale non abbiamo ragionato abbastanza), è ancora possibile “favorire” una crisi? ci sono le condizioni per agire all’interno di una crisi? ci sono le “soggettività sociali” e politiche per trasformare una crisi in una “rivoluzione”?
    Non sarà forse che quello della crisi è il vestito permanente del capitalismo globalizzato per ostacolare qualsiasi “rivoluzione”, in mancanza dei soggetti sociali e degli strumenti politici per agire la transizione?
    Forse ha ragione Nicolò, non ancora trentenne, quando mi scrive: “…sono sempre più convinto che c’è bisogno di cercare dei modi per disertare il presente, abbandonando velleità su grossi progetti e strategie per un futuro che oramai è diventato uno strumento di governo e cattura. Le rivolte ci dicono questo, ‘non c’è più niente da aggiungere, tutto da distruggere’ (scriveva il Comitato invisibile). Il problema è come fare, se riconosciamo la nostra miserabile condizione, ad abitare questo mondo catastrofico uscendo da un’infinita attesa. Brancoliamo in attesa di un evento insurrezionale che forse non si verificherà mai, o forse si verificherà sotto ai nostri occhi e non ce ne accorgeremo nemmeno”.
    Ora, che fare?

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