Il mutualismo politico come promessa e strategia di emancipazione

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Come ha ricordato Riccardo Barbero (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/10/11/stare-nei-territori-ma-anche-ridefinire-un-progetto/), «il più grosso problema che da trent’anni non riusciamo ad affrontare è quello di costruire un progetto di società alternativa a quello presente, pur in presenza di una sua crisi profonda e radicale». È intorno a questo asse problematico che gravita una delle analisi più lucide sul realismo capitalista dei nostri giorni: secondo Mark Fisher la nostra epoca avrebbe reso inconcepibile – prima ancora che impraticabile – ogni possibile alternativa al capitalismo neoliberale (M. Fisher, Realismo capitalista, Nero, 2018). La sua messa al bando ha cessato da tempo di essere soltanto uno slogan recitato dai profeti della controrivoluzione neoliberale al compromesso fordista fra capitale e lavoro siglato nella seconda metà del Novecento. Quello che Alain Badiou ha ribattezzato “uso intimidatorio del reale” (A. Badiou, Alla ricerca del reale perduto, Mimesis, 2016) ha ormai colonizzato il senso comune: lo testimonia il fatto che persino la critica del capitalismo pare aver rinunciato, per citare la felice espressione di Marco Bersani, a sentire la «necessità di collocare ogni esperienza di lotta dentro la prospettiva di un altro modello sociale, economico, relazionale e antropologico» (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/10/06/costruire-la-societa-della-cura-2/).
A oltre vent’anni di distanza dalla fine del socialismo reale, l’apologia del capitalismo realmente esistente a livello globale è diventato il parametro di riferimento per misurare la ragionevolezza di qualsiasi posizione e di chiunque la esprima. Un banco di prova di questo mutato atteggiamento nei confronti del reale e delle sue possibili alternative risiede nel rapporto che intratteniamo con il tempo: mentre ogni rapporto con il passato viene sacrificato sull’altare di un presente risucchiato nel flusso immediato del “tempo reale” (F. Merlini e S. Tagliagambe, Catastrofi dell’immediatezza, Rosenberg & Sellier, 2016), persino la più futuristica delle emozioni – la speranza – è stata mercificata (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/11/11/il-futuro-come-merce-luciano-gallino-e-la-critica-del-finanzcapitalismo/).
Per delineare un’alternativa non basterà denunciare a gran voce l’irrealismo di una forma di vita incentrata sull’accumulazione illimitata dei profitti o la sua insostenibilità ecologica, economica, sociale e politica (almeno per le democrazie costituzionali). Se, a dispetto di tutte le sue crisi e contraddizioni epocali, il capitalismo neoliberale sembra farsi beffe di ogni potenziale tentativo di riforma radicale è anche e soprattutto perché è all’interno di questa forma di vita che siamo diventati quello che siamo. Ma questa ammissione auto-critica non intende in alcun modo celebrare l’onnipotenza dell’avversario, proprio mentre si crogiola melanconicamente nell’ammissione della propria impotenza. Al contrario, la messa in questione di sé può rappresentare una prima e irrinunciabile mossa per ovviare alla diffusa presunzione d’impotenza che pregiudica sul nascere la nostra capacità di immaginare, praticare e consolidare possibili alternative. Ritengo che l’esercizio effettivo di questa capacità dipenda dalla diffusa disponibilità a ripartire (o, per i più lungimiranti, a proseguire) da tre fronti che ritengo irrinunciabili.

1.

Il primo fronte riguarda i contenuti programmatici attorno a cui sviluppare rivendicazioni radicali e percorribili che vadano nella direzione di una nuova forma di ecosocialismo femminista e democratico (https://comunet.online/chi-siamo/regolamento-interno/). A differenza delle precedenti, la nostra è la prima generazione che rischia di assistere all’estinzione di intere specie viventi, alla scomparsa di terre emerse e – prima ancora – di sopravvivere alle successive per via dei rischi globali connessi al “capitalocene”, dal riscaldamento climatico al sovra-consumo delle risorse annualmente rinnovabili dal pianeta, passando attraverso impoverimento del suolo e sovrapproduzione di scarti (J. W. Moore, Antropocene o capitalocene? Scenari di ecologia mondo nella crisi planetaria, Ombre Corte, 2017). L’indebolimento progressivo del welfare pubblico rischia di condannare una porzione crescente della popolazione che resterà esclusa dal mondo del lavoro a spartirsi le briciole della ricchezza socialmente prodotta, se non sarà ripensato e rafforzato in sinergia con nuove forme di socializzazione dell’economia che passino anche attraverso la riscoperta della proprietà pubblica come strumento anziché come fine: il recupero cooperativistico d’impresa (https://impreserecuperate.it/) è solo un esempio (E. O. Wright, Per un nuovo socialismo e una reale democrazia. Come essere anticapitalisti nel XXI secolo, Edizioni Punto Rosso 2018). Nessuna riforma istituzionale promossa per riavvicinare i cittadini alla politica sarà esente dal rischio di derive ideologiche, se si ostinerà a fare astrazione dalle loro condizioni materiali di vita, che incidono concretamente sulla possibilità effettiva di prendere parte ai processi decisionali che pure li riguardano.
È per cogliere il senso e la portata di queste sfide che lo scorso ottobre è stato inaugurato il Festival Interazioni, in collaborazione con quei soggetti già attivi sul fronte della giustizia ambientale, del salario minimo, di un mutualismo intersezionalista e di una nuova agenda per il diritto all’abitare di tutti e tutte. Non intendo addentrarmi e soffermarmi su questo primo fronte di lavoro, data la mole e – soprattutto – la qualità delle proposte elaborate in questi ultimi anni da diversi soggetti su questi e altri ambiti programmatici. Piuttosto, vorrei richiamare l’attenzione sul metodo e, prima ancora, sullo spirito che potrebbe essere preliminarmente richiesto a chiunque volesse contribuire a sviluppare questo primo fronte programmatico: l’inevitabile dissenso con cui ci si dovrà cimentare quando si entrerà nel merito delle proposte programmatiche da rivendicare dovrebbe essere riconosciuto come un ingrediente fondamentale del loro ulteriore miglioramento, nella mite consapevolezza che la formazione politica che sta a monte di questo lavoro teorico è un processo plurale fondato sulla deliberazione e sullo scambio reciproco di argomenti e contro-argomentazioni per fare luce sulla coerenza interna di certe riforme radicali, sulle loro possibili implicazioni pratiche e sugli annessi rischi e opportunità.

2.

Onde evitare facili illusioni è bene soffermarsi su una delle direttrici di lavoro indicate da Livio Pepino nella lucida analisi che ha aperto questo confronto (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/09/22/volere-la-luna-che-fare-un-confronto-aperto/). Non dalla sola critica delle contraddizioni del capitalismo neoliberale o dalla coerenza interna, dalla radicalità e dalla realizzabilità di certe proposte programmatiche dipende la loro desiderabilità sociale.
Quando a essere messa in questione è un’intera forma di vita, conta non soltanto il contenuto dell’alternativa proposta ma anche e soprattutto la credibilità di chi la propone. Prima ancora che da grafiche accattivanti, slogan geniali e campagne social preparate nei minimi dettagli da professionisti della comunicazione, il consenso in favore di certe proposte dipenderà dal grado di autorevolezza acquisito da coloro che se ne faranno promotori. Il progetto di “cooperazione e mutualismo in rete” su cui abbiamo deciso collettivamente di scommettere da qualche anno a Torino e, più precisamente, nel quartiere di Barriera di Milano si fonda su questo e su un ulteriore presupposto, che andrà verificato sperimentalmente sul campo nei prossimi anni: la credibilità di un soggetto politico dipende sia dalla prospettiva situata da cui scruta il mondo che vorrebbe trasformare, sia dalla capacità di coinvolgere attivamente tutti i soggetti oppressi con cui si schiera.
Il secondo fronte su cui occorrerà (continuare a) lavorare è, allora, quello del radicamento territoriale all’insegna del mutualismo politico: grazie, cioè, alla capacità di rispondere ai bisogni diffusi su un territorio grazie alla condivisione di tempo, capacità e risorse di chi si batte in nome dei valori della cooperazione e della solidarietà. La sfida implicita in questa scelta strategica è anzitutto quella di “far parlare le pratiche”, senza per questo mai sottovalutare il potere demiurgico dei linguaggi e delle parole che usiamo ogni giorno; all’eloquenza delle pratiche non può non accompagnarsi l’attenzione ai linguaggi che usiamo per nominare il mondo che vogliamo trasformare. A questo proposito, conviene sgombrare fin da subito il campo dalla ricorrente confusione fra reciprocità e la presunta orizzontalità delle pratiche mutualistiche: piaccia o meno ammetterlo, si darà sempre asimmetria fra chi eroga una prestazione a favore di qualcuno e chi ne beneficia. La differenza tra reciprocità mutualistica e le derive potenzialmente autocompiaiute della carità o quelle impersonali che spesso si accompagnano alla burocratizzazione delle pratiche assistenzialistiche risiede altrove: il mutualismo consiste in un circuito di pratiche di reciproco aiuto che consentono di soddisfare i bisogni immediati di chi vi prende parte. Proprio come avviene in ogni forma di dono, è questa asimmetria iniziale a innescare la reciprocità mutualistica: chi beneficia di una prestazione soddisferà, sotto altra forma, i bisogni di un’altra persona inclusa nel circuito. Per poter accedere al circuito le persone devono versare una quota che consenta di riconoscere eguali diritti di partecipazione democratica a ogni socio e a ogni socia. Tuttavia, le prestazioni mutualistiche non sono direttamente mediate dallo scambio di un equivalente astratto come il denaro: a essere scambiate sono anzitutto capacità diverse (non soltanto beni, come accade nel baratto), a fronte di un’analoga condivisione del proprio tempo. A differenza degli scambi commerciali, inoltre, la reciprocità asimmetrica che contraddistingue il mutualismo è multilaterale: la condivisione di diverse capacità individuali a fronte di un’analoga condivisione del tempo non avviene fra i medesimi soggetti.
Ora, se il mutualismo designa un insieme di pratiche di reciproco aiuto che consentono di soddisfare i bisogni di soci e socie grazie alla condivisione di diverse capacità e risorse, siano esse immateriali (disponibilità di tempo) o materiali (denaro), perché tali conclusioni dovrebbero risultare insufficienti? E perché sostenere che occorra rimediare a tale insufficienza connotando politicamente il mutualismo?
A queste due domande, strettamente intrecciate fra loro, risponderò sulla base di tre argomenti.

2.1. Pur avendo evitato il peggio, le recenti elezioni comunali possono essere difficilmente salutate come un successo da chiunque abbia ancora il coraggio di definirsi di sinistra, a meno di non trasformare l’astensionismo di massa – soprattutto quello delle periferie urbane – in un nuovo, inconfessabile alleato. Condivido in toto il giudizio perentorio di Andrea Morniroli (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/11/02/parlare-a-chi-oggi-si-sente-solo/) circa la triste miopia di quanti, a sinistra, hanno salutato con sollievo l’astensionismo delle periferie, consentendo al centro-sinistra di tornare al governo di una città come Torino. Dolersi pubblicamente e, al tempo stesso, rallegrarsi privatamente per l’astensionismo delle periferie è una forma di cinismo mascherato che, al di qua di ogni giudizio moralistico, mi pare anti-politico per definizione: anzitutto perché celebra la propria resa nei confronti di determinati contesti e territori dove aumenta il peso della solitudine connesso alle sfide a cui una certa sinistra sostiene di voler offrire risposte. In secondo luogo, perché non saranno i preamboli e le parole di rammarico ostentate pubblicamente dalle minoranze mobilitate in queste ultime scadenze elettorali a scalfire lo “sciopero del voto” a cui ha preso parte la maggioranza degli aventi diritto. Se si continueranno a disertare fisicamente certi luoghi, ad avere il sopravvento saranno i discorsi capaci di convertire le radici socio-economiche del malessere nelle passioni tristi del panico, del risentimento e della vigliaccheria organizzata dalle destre. A scanso di equivoci: prendere atto – peraltro per l’ennesima volta – della premeditata diserzione delle sinistre di certi territori urbani non significa in alcun modo avallare la narrazione secondo cui, invece, le destre vi si sarebbero radicate. Organizzare strategicamente la solidarietà è sempre stato più oneroso rispetto al dirottamento tattico della sofferenza sociale contro chi sta peggio. Temo che la prima opzione rischi di diventare una missione addirittura impossibile se, a sinistra, si continuerà a “navigare a vista”, accontentandosi di un’analisi di fase permanente che si condanna alla completa subalternità rispetto all’agenda setting mediatico-governativa o, nel migliore dei casi, se si continuerà soltanto a puntare sulla speranza di nuove fusioni o alleanze per ricomporre il settarismo identitario di organizzazioni nostalgicamente ancorate al passato e di nuovi leader soli al comando di partiti liquidi che hanno fieramente rinunciato a darsi obiettivi emancipativi.
A fronte di questo quadro sconfortante, il mutualismo si configura come una vera e propria strategia politica, anzitutto perché potrebbe evitare sul nascere le derive autoreferenziali connesse alla democrazia delle bolle esemplarmente descritta da Damiano Palano (Bubble Democracy, Morcelliana, 2020). Puntare su questa strategia significa ribellarsi all’obsolescenza programmata dell’impegno politico, risalente a forme di attivismo dal fiato corto tarate su scadenze ravvicinate di tipo elettorale e, in senso più ampio, progettuali. Scadenti sono diventate le nostre vite dopo che la parola “progetto”, da categoria cruciale dell’esistenzialismo per condurre autenticamente la propria vita, è diventato uno dei principali dispositivi neoliberali capaci di scaricare sugli individui il peso di contraddizioni sistemiche del nostro tempo. Le dinamiche scadenti che scandiscono le nostre vite sono l’altra faccia di questo colonialismo progettuale: anche chi ha la fortuna relativa di non avere un contratto a progetto lavora a progetto, con la conseguenza che il confine fra vita professionale e vita personale sfuma a vantaggio della valorizzazione capitalistica delle capacità e delle emozioni individuali. Scadenti sono diventate anche le relazioni extra-professionali: come potrebbe essere altrimenti, se il tempo a disposizione per viverle è sistematicamente conteso da obiettivi professionali che ci sono stati assegnati e che non ammettono altre attività al di fuori di quelle necessarie a conseguirli? Last but not least: se la politica è percepita come scadente, forse, è anche perché è stata sempre più subordinata alle scadenze elettorali. Così facendo, si è condannato l’impegno che le precede a diventare materiale di scarto, nel migliore dei casi riciclabile in vista della scadenza successiva.
Facendo parlare le pratiche, il mutualismo può far valere un’autorevolezza che consente a certe parole di tornare ad assumere il peso e il valore che hanno progressivamente smarrito, a seguito dello sradicamento territoriale dei soggetti che hanno continuato a farvi pubblicamente ricorso mentre cessavano di praticarle su ampia scala.

2.2. Una volta distinta la politica dalla sola arte di governo che rischia di condannarla all’agonismo elettoralistico, dovremmo accettare che essa consista semplicemente nella capacità umana di agire di concerto (H. Arendt, Sulla violenza, Guanda, 2017, p. 61) o di costruire comunità all’altezza degli ideali ecosocialisti, femministi, antirazzisti e democratici professati?
Ritengo che queste ultime due risposte non siano meno fuorvianti dell’alternativa da cui vorrebbero prendere le distanze. Se viene intesa come una pratica emancipatrice, la politica è anche capacità collettiva di produrre decisioni pubblicamente vincolanti in direzione di certi valori. Se interpretata mutualisticamente, inoltre, questa capacità non può che essere collettivamente esercitata a partire dal radicamento su un territorio e dal coinvolgimento attivo di coloro che lo vivono all’interno di una comunità politica che risponda ai bisogni diffusi grazie alla condivisione di competenze professionali, disponibilità di tempo e risorse economiche.
Come farlo? Rinunciando una volta per tutte all’idea che chi vive condizioni di particolare vulnerabilità non abbia nulla da restituire sotto altra forma alla comunità che lo ha supportato. È questa la lezione scabrosa impartita dal più ignorante ed emancipatore dei maestri, cui Jacques Ranciere ha dedicato uno dei suoi saggi più illuminanti e disturbanti, almeno per chi ancora intravede nella pedagogia un possibile canale di emancipazione (J. Rancière, Il maestro ignorante, Mimesis, 2008). È questa la bussola che sta orientando l’attività politico-mutualistica degli sportelli, dell’animazione culturale e delle rivendicazioni politiche di Comunet-Officine Corsare.
Come evitare che, nel frattempo, il graduale lavoro di prossimità del mutualismo si traduca in un alibi per riprodurre la separazione fra lavoro “sociale” e “politico”? Sviluppando rivendicazioni – e alleanze funzionali – che possano essere prese in carico dalle istituzioni, in primis quelle locali, tenendo conto dei vincoli sistemici pendenti sui bilanci comunali (https://volerelaluna.it/territori/2021/11/08/il-debito-di-torino-se-39-miliardi-vi-sembran-pochi/). È soprattutto per evitare il rischio di neutralizzare le contraddizioni in atto, ad esempio accontentandoci di ereditare le medesime funzioni di chi ha la responsabilità istituzionale di distribuire più democraticamente il potere e le risorse socialmente prodotte, che non dovremmo rinunciare a connotare politicamente il mutualismo. All’indomani dello scoppio della sindemia, il mutualismo ha palesato un valore essenziale; al tempo stesso, come ha giustamente osservato Giso Amendola in un suo recente intervento presso il Festival del mutualismo promosso dalla Società di mutuo soccorso di Pinerolo (https://www.youtube.com/watch?v=yZg1B2TpQyQ&t=610s), ha smarrito il suo ruolo sussidiario, perché le strutture di welfare pubblico sono ormai venute meno alla loro funzione. In questo mutato contesto, il mutualismo è destinato a diventare un complice involontario della crisi del welfare pubblico, se non avrà il coraggio politico di sviluppare rivendicazioni che vadano nella direzione del rafforzamento delle strutture pubbliche di welfare, a cominciare da quelle sanitarie (https://www.sostenibilitaesalute.org/appello-della-rete-sostenibilita-e-salute-i-fondi-sanitari-integrativi-e-sostitutivi-minacciano-la-salute-del-servizio-sanitario-nazionale/). Occorre, in altri termini, rivendicare con forza che ciò che oggi viene erogato sotto forma di “servizio” o di “prestazione” – dal mercato o dai soggetti del privato sociale – diventi un diritto universale pubblicamente riconosciuto.
Come? Pretendendo, ad esempio, che vengano contrattualizzati e assunti dal settore pubblico i lavoratori e le lavoratrici precarizzati/e che lavorano nelle cooperative e nelle associazioni che gestiscono gran parte dei servizi fondamentali. Si dovrebbe chiedere dunque al mutualismo di agire paradossalmente contro i propri interessi immediati? Non girerò intorno alla questione: la risposta è sì e il paradosso che essa reca con sé è il motore propulsore della politicità del mutualismo.

2.3. Se la funzione politica del mutualismo consiste anzitutto nel coinvolgere attivamente chi beneficia di certe pratiche di muto aiuto a sostegno di proposte che aspirano a modificare alla radice certe condizioni materiali di vita, occorre porsi la questione di come evitare che le quote associative che vincolano l’accesso alla comunità finiscano per respingere anziché includere le persone a cui essa si rivolge.
A questa domanda Comunet-Officine Corsare ha dato due risposte singolari. È il fondo mutualistico composto dalle quote associative di chi può versarle annualmente a coprire i costi del tesseramento di chi non può permetterselo. Tuttavia, il peso politico delle condizioni materiali di vita di ogni potenziale attivista non si fa sentire soltanto in entrata. La stessa quantità di tempo dedicata alle pratiche mutualistiche assume un peso diverso, a seconda delle diverse condizioni materiali di chi le mette a disposizione: le 48 ore di impegno volontario di una lavoratrice straniera con un contratto di lavoro precario, in affitto, con figli a carico non hanno lo stesso peso delle 48 ore messe a disposizione di un maschio bianco che può contare sullo status di cittadino, su una casa di proprietà, su un lavoro a tempo indeterminato e su risparmi in grado di infondere un minimo di sicurezza economica. È per tenere conto anche di queste differenze che non ci si dovrebbe limitare a chiedere un monte ore minimo di impegno a ogni attivista per dare continuità alle pratiche mutualistiche: le quote del tesseramento possono essere diversificate non soltanto in funzione del numero o della tipologia degli sportelli a cui il socio o la socia intende accedere, ma in base alle loro condizioni materiali di vita. Questa esigenza era pressoché assente nelle più antiche società di mutuo soccorso, che erano animate anzitutto da lavoratori e lavoratrici che condividevano analoghe situazioni professionali e condizioni materiali.
La politicità di una simile opzione assume tanto più valore se si sceglie di imparare e tradurre politicamente la lezione dell’intersezionalismo: a incidere sulle condizioni materiali di vita delle persone, infatti, è non soltanto l’estrazione di classe dei soggetti, ma sono anche discriminazioni basate sull’identità di genere, sulla provenienza geografica, sull’orientamento sessuale dei soggetti e su altre differenze. Prendere politicamente sul serio – non solo a parole – questi diversi ma potenzialmente convergenti assi della subordinazione significa modulare le quote associative proporzionalmente alle condizioni materiali di vita delle persone. Certo, queste novità organizzative non consentiranno mai alle comunità che le praticheranno di diventare ricche. Se non altro – e, di questi tempi, non è poco – si assicureranno una certa autonomia politico-finanziaria dalle derive scadenti che si accompagnano a quelle forme di attivismo che devono subordinare sistematicamente obiettivi emancipativi all’ideazione, stesura, presentazione e rendicontazione di progetti capaci di aggiudicarsi le risorse messe a disposizione dai bandi più eterogenei.

3.

Vengo infine al terzo e ultimo fronte. Non sarà il mutualismo di una sola comunità o la molteplicità irrelata di comunità autorevoli a fare la differenza nel prossimo futuro. La sfida, oggi, è fare mutualismo tra chi fa mutualismo e aumentare, anche grazie a questa reciprocità fra soggetti organizzati, il peso politico a sostegno di comuni rivendicazioni politiche, capaci di trasformare alla radice certe condizioni di dominio.
A latitare, oggi più che mai, non sono certo le passioni e l’intelligenza mobilitate in una miriade di organizzazioni, comitati, associazioni e movimenti. A far sentire la propria mancanza mi sembra essere la disponibilità diffusa a re-immaginare e praticare nuove forme organizzative, capaci di moltiplicare queste passioni critiche grazie alla loro messa in rete a livello locale, nazionale e sovranazionale. Mettere a tema questa assenza ingombrante significa, inutile negarlo, denunciare la presenza di un diffuso narcisismo organizzativo. Il superamento di questo scoglio dipenderà non soltanto dalla disponibilità a collaborare dei singoli nodi collettivi, ma anche e soprattutto dal tipo di “rete” che si vorrà mettere in campo e dalle sue regole di ingaggio. Occorrono ambizioni più elevate della semplice condivisione della propria identità collettiva, se si vuole davvero generare una rete capace di incidere sui rapporti di forza esistenti: non basterà, dunque, mettere in rete l’esistente ma immaginare e praticare assieme percorsi e rivendicazioni che continuerebbero a restare inconcepibili, prima ancora che impraticabili, se fossero elaborati all’interno di ogni singola organizzazione.

 

Postilla

I tre fronti di lavoro presentano gradi di complessità crescente.
Penso ci siano ottime basi da cui partire e buone possibilità di avviare un confronto sul primo fronte.
Più difficile è convenire nella pratica (non solo a parole) sul secondo fronte: alle derive auto-compiaciute di un mutualismo che abdica alla sfida politica di trasformare alla radice certe condizioni materiali di vita anche grazie alla politica istituzionale rischia infatti di fare da contraltare la presunzione di chi, dall’alto delle istituzioni, vede nel mutualismo solo un insieme di “buone pratiche”.
Più arduo ancora sarà lavorare sul terzo fronte. Se vogliamo accettare la sfida, se vogliamo dare vita a una rete capace di connettere, valorizzare e rafforzare l’agibilità politica di ogni nodo già impegnato nel mutualismo occorre essere disposti a fare un passo indietro per farne avanti due assieme, riscoprendo nuove forme di rappresentanza e, quindi, di fiducia democratica fra e dentro i diversi nodi organizzativi.
A quest’ultima ipotesi di lavoro, peraltro appena abbozzata, non ho da offrire altro che uno spunto di riflessione ancor meno definito e, dunque, tanto più facilmente emendabile da chi vorrà esprimere il suo dissenso: ho la sensazione che non saranno il gigantismo post-ideologico delle grandi organizzazioni e neppure forme isolate di radicalismo a indicare la via, ma una rete strutturata fra soggetti radicati mutualisticamente nei territori e, prima ancora, la loro disponibilità a ripensare le regole di ingaggio e il protagonismo di ogni nodo sulla base della qualità del lavoro svolto nei singoli quartieri anziché del numero di tessere raccolte.
Sperando che lo scetticismo di queste conclusioni possa venire smentito dai fatti, vorrei restituire un elemento di analisi, non scontato, che ho avuto il piacere di verificare personalmente. Se si accetta la scommessa di diventare credibili alzando l’asticella dei valori e delle pratiche in nome dei quali si sceglie di fare politica in un’ottica emancipativa, si possono incontrare perfetti sconosciuti o re-incontrare persone disposte a dedicare una parte cospicua del loro tempo extra-lavorativo a una comunità che vuole vincere (non semplicemente combattere) certe battaglie per l’emancipazione. Non abbiamo tempo da perdere, gridavamo in piazza più di dieci anni fa in opposizione alla controriforma dell’Università. Ne abbiamo ancor meno oggi: tanto vale investirlo in un progetto politico-mutualistico capace di sincronizzare il cuore e la mente di chi, pur non scorgendo alcuna alternativa nelle pieghe del presente, non ha mai smesso di desiderarla.

Leonard Mazzone

Leonard Mazzone è assegnista di ricerca in Filosofia sociale presso il Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di MIlano-Bicocca, dove sta conducendo un progetto intitolato “Mutualismi emergenti. Narrazioni e pratiche di reciprocità solidale ai tempi della sindemia”. Docente a contratto in Filosofia sociale (presso l’Università di Firenze) e in Filosofia della storia (presso l'Università di Torino), alla ricerca universitaria combina l'attivismo culturale e politico in Comunet-Officine Corsare (di cui è presidente). È autore di di diversi contributi apparsi su riviste italiane e internazionali, nonché delle seguenti monografie: “Una teoria negativa della giustizia” (Mimesis, 2014), “Il principio possibilità. Masse, potere e metamorfosi nell’opera di Elias Canetti” (Rosenberg & Sellier, 2017), di “Introduzione a Elias Canetti. La scrittura come professione” (Orthotes, 2017) e di “Ipocrisia. Storia e critica del più socievole dei vizi” (Orthotes, 2020). È presidente del Collettivo di ricerca sociale della Rete italiana imprese recuperate.

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