Costruire la società della cura

image_pdfimage_print

Il documento “Volere la Luna che fare? Un confronto aperto” (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/09/22/volere-la-luna-che-fare-un-confronto-aperto/) coglie le criticità che attraversano questo tempo e che richiedono a ciascuna realtà un “’di più” di analisi e di azione. Colgo volentieri l’invito a dare il mio contributo.

Siamo dentro una situazione che ha aspetti paradossali: gli uomini più ricchi del mondo fanno a gara per lanciarsi con voli privati nello spazio e, nel contempo, un minuscolo e invisibile essere vivente ha messo in scacco, da quasi due anni, la società della globalizzazione, provocando, ad oggi, cinque milioni di morti e costringendo miliardi di persone all’autoreclusione o a misure di restrizione della vita personale e relazionale. Siamo di fronte a una polarizzazione culturale. Da una parte ci sono le grandi imprese, la grande finanza, i sistemi bancari, le multinazionali e i ricchi che propongono una lettura della pandemia basata sull’incidente di percorso, peraltro benvenuto perché ha permesso di nascondere le profonde crisi sistemiche che attraversano da anni il modello capitalistico e perché consente una riorganizzazione della società sulle stesse basi di prima, ma dentro un telaio molto più autoritario (la recente condanna di un uomo buono come Mimmo Lucano ne è solo l’esempio più eclatante: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/01/non-e-giustizia/). Dall’altra c’è un mondo di persone, di realtà sociali, di esperienze e pratiche che della pandemia ha colto i significati più profondi, comprendendone il drammatico segnale di allarme e la necessità di una radicale inversione di rotta. Sono tutte e tutti coloro che hanno sperimentato la vulnerabilità delle vite, l’interdipendenza fra le persone e fra queste e l’ambiente in cui vivono, l’importanza della riproduzione sociale senza la quale nessuna produzione economica è possibile, l’impossibilità di protezione dentro una società regolata dal mercato.

I primi stanno portando avanti con determinazione una visione contemporanea dell’antica lotta di classe: pensano che le persone debbano essere divise in vite degne e vite da scarto, che viventi e natura esistano solo come oggetti da cui estrarre valore finanziario, che l’accumulazione di profitti sia l’unico faro di un’organizzazione della società basata sul dominio. I secondi vogliono una società diversa, che metta al centro i diritti, la vita e la sua dignità, che riconosca la sua interdipendenza con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni. In mezzo a questi due poli, vive una fetta consistente di umanità dispersa, abbandonata dentro l’orizzonte della solitudine competitiva e attraversata per lo più da una grande rassegnazione, che rischia di non approdare alla rabbia creativa ma di rimanere imprigionata nel rancore individuale.

Se il mondo dei potenti, consapevole della profonda fragilità di un sistema basato non più sul consenso ma sul dominio, si sta adeguatamente organizzando, fino ad aver trasformato la democrazia in un’oligarchia tecnocratica, occorre che il mondo dal basso faccia un grande salto di qualità, sapendo che sui soggetti intermedi sociali e politici ‒ dai partiti ai sindacati, alle storiche associazioni sociali ‒ non si può fare riferimento, o perché attraversati da una crisi profonda o perché definitivamente allineati al modello proposto dai potenti. Su cosa si sostanzia questo necessario salto di qualità? A mio avviso, su tre elementi fondamentali.

Il primo è un pensiero nuovo che riponga in cantina uno dei capisaldi del ’900, la gerarchia delle contraddizioni e delle lotte. Sembra evidente come il capitalismo non sia solo un sistema economico, bensì un sistema sociale e antropologico e che la sua pervasività non lasci alcuno spazio fuori di sé. Questo significa che ogni contraddizione aperta e ogni vertenza messa in campo è parte essenziale e imprescindibile di un puzzle per comporre un altro modello di società. Ne è un chiaro esempio la straordinaria lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della GKN di Firenze. Che cosa ha permesso loro di farla diventare una vertenza nazionale? Il fatto che non hanno rispettato il copione classico. Non sono andati dai vertici sindacali a pietire mediazioni, non sono andati dalle istituzioni a chiedere ammortizzatori sociali e illusorie promesse di reindustrializzazione. Hanno chiamato la città, il territorio e la società intera a insorgere, dichiarando la vulnerabilità della propria lotta e proponendo l’interdipendenza della stessa con tutte le altre in corso (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/09/20/cosa-insegna-la-lotta-dei-lavoratori-della-gkn/). Non hanno detto “stiamo male”; hanno chiesto “e voi come state?”.

Il secondo elemento è che l’insieme di lotte, vertenze, pratiche di alternativa esistenti devono uscire dalla logica della “riduzione del danno” (per quanto necessaria), e porre con forza la sfida per una alternativa di società. Occorre riaprire l’orizzonte per mettere in discussione la narrazione dominante: la drammatica crisi climatica, la profonda diseguaglianza sociale, la pandemia reclamano la dichiarazione di totale insostenibilità del capitalismo e la necessità di collocare ogni esperienza di lotta dentro la prospettiva di un altro modello sociale, economico, relazionale e antropologico.

Il terzo elemento è la convergenza, come percorso che non ha né l’obiettivo di una reductio ad unum verso una sintesi omologante né la costruzione astratta di qualcosa di esogeno che lo rappresenti; chiede invece a ciascuna realtà di conservare con cura la propria storia e il proprio percorso e di metterlo a disposizione come valore aggiunto per il processo collettivo. Qualcosa di molto più profondo del mettersi in rete ‒ le reti uniscono i nodi ma lasciano buchi attraverso i quali la società liquida passa ‒ perché l’obiettivo è costruire tessuti, ovvero esperienze e pratiche che sedimentino dentro ogni territorio suggestioni di un’alternativa di società.

Sono tutti e tre elementi che hanno permesso, in piena pandemia, quando tutto spingeva alla solitudine e all’isolamento, di produrre un filo rosso fra realtà associative (oggi più di 400) e persone attive individualmente (oggi oltre 1500) reciprocamente riconosciutesi nella sfida per un’alternativa di società, che non è stata solo auspicata, ma anche nominata, liberando l’orizzonte. Sto parlando del percorso di convergenza «contro l’economia del profitto e per la società della cura», che propone il nuovo paradigma del prendersi cura contro un sistema basato sull’incuria nei confronti delle persone, dei viventi e del pianeta e sulla noncuranza per le sorti della vita e della dignità per tutte e tutti. Un percorso in itinere, guidato dalla lenta impazienza, ma che ha contribuito all’emersione di lotte in questo inizio autunno che hanno le caratteristiche dell’intersezionalità e dell’intreccio fra pezzi di società sinora poco comunicanti fra loro. Si tratta di un percorso difficile, inedito e non scontato. Ma potenzialmente capace di farci lanciare, tutte e tutti insieme, il cuore oltre l’ostacolo.

Marco Bersani

Marco Bersani, laureato in filosofia, è dirigente comunale dei servizi sociali e consulente psicopedagogico per cooperative sociali. Socio fondatore e coordinatore nazionale di Attac Italia, è stato fra i promotori del Forum italiano dei movimenti per l'acqua e della campagna “Stop Ttip Italia”.

Vedi tutti i post di Marco Bersani

2 Comments on “Costruire la società della cura”

  1. Molto approfondito e “profondo”, ma non indica un’ alternativa tipica per le città metropolitane.

  2. Prendo ad esempio la questione “green pass” e di come avrebbe forse potuto diventare addirittura strumento accomunante invece di, come sembra stia diventando, strumento che si presta a speculazioni per fomentare disordini. Secondo me bisognava riuscire ad utilizzare proprio le profonde ferite procurate alla comunità dei cittadini dalle differenze di reddito per proclamare che: a coloro che, per qualsiasi motivo, non avessero il “green pass” sarebbe stato possibile procurarselo dopo essersi sottoposto al tampone come consigliato dai medici; e però proclamare anche che al cittadino che a causa del proprio reddito e delle proprie risorse monetarie non fosse in grado di sostenere la spesa ricorrente dei tamponi, avrebbe provveduto lo Stato mentre gli altri sprovvisti di “green pass” per partecipare alla società come oggi è fatta avrebbero dovuto provvedere a se stessi. Chi è capace di trovare un effetto negativo di una misura del genere, per favore me la dica. Secondo me sarebbero scontenti solo quelli che vogliono speculare sugli scontri, muro contro muro.
    Gli schieramenti politici si nutrono del partito preso. L’autoconvincimento di essere sempre nel giusto rafforza lo status quo che naturalmente ha finito col creare quella gradualità delle gerarchie che nel medio evo era stata conseguenza del potere della violenza ed oggi è diventata misura della meritocrazia utilitaristica compensata col denaro. “quel mio dipendente tanto bravo, non lo licenzierò mai! A meno che non trovi il modo di vendere il denaro che fino ad oggi mi ha fatto mettere da parte, con un guadagno ancora superiore! E che so fesso?!”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.