Fermiamo i “robot-killer”

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L’intelligenza artificiale incombe. Tra entusiasmi, illusioni, paure. Spesso con una parificazione alla magia. Per lo più senza una consapevolezza, anzitutto politica, del suo potenziale ruolo sociale, della sua portata, delle modalità di un suo governo razionale. Per contribuire a colmare questa lacuna, abbiamo deciso di lanciare qualche punto, qualche goccia nel mare. Il primo contributo, di Davide Lovisolo, è stato pubblicato il 20 febbraio e può leggersi in https://volerelaluna.it/societa/2024/02/20/la-saga-di-sam-altman-lintelligenza-artificiale-e-la-vittoria-del-profitto/. (la redazione).

«Non ci aspettavamo che nel mondo fosse necessaria
una campagna per fermare i robot killer, ma lo è».
Campagna internazionale Stop Killer Robot, 2024

Il 22 dicembre 2023 l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato (152 paesi favorevoli, 4 contrari e 11 astenuti) una risoluzione contro i sistemi di armi letali autonome (Lethal Autonomous Weapons Systems, LAWS) noti come “robot-killer”. Perché questo importante pronunciamento? Negli ultimi mesi in tutti i teatri di guerra vengono impiegati i robot-killer, comunemente chiamati “droni”. La diffusione di queste tecnologie, soprattutto quelle basate sulla cosiddetta “intelligenza artificiale”, pone profondi interrogativi tecnici, etici e legali.

Aspetti tecnici

Cosa si intende per robot-killer? Vediamo la definizione fornita dal Dipartimento della Difesa USA: «armi che, una volta attivate, sono in grado di selezionare e attaccare un obiettivo senza ulteriori interventi da parte dell’uomo» (DOD, 2023). Dunque sono macchine in grado di uccidere che basano questa decisione su algoritmi definiti da chi le ha progettate (hardware) e configurate (software). Nella generazione precedente di queste armi, l’umano era comunque coinvolto in quanto manovrava a distanza la macchina (con joystick, tastiera, comandi vocali etc.). Quando invece si parla di robot-killer si intendono macchine che agiscono senza più il coinvolgimento dell’umano. Vengono programmate per riconoscere una posizione (es. latitudine, longitudine con GPS) e un’immagine (di un edificio, di un mezzo militare, di una persona etc.) per poi colpire l’obiettivo riconosciuto.

Decisioni automatizzate sono sempre più diffuse nella società ma, essendo queste basate su “algoritmi che si calibrano con tanti dati” (spesso denominati “intelligenze artificiali”), vi sono enormi problemi legati agli inevitabili bachi (cioè guasti che causano dei malfunzionamenti) del software, ai pregiudizi incorporati nei dati stessi, soprattutto quando questi algoritmi comandano armi autonome. Infatti queste macchine sono tecnicamente delle “macchine a stati finiti” (in grado di svolgere un’attività senza l’intervento dell’uomo) completamente diverse da quelle tradizionali basate su sistemi lineari. Il funzionamento di un sistema lineare può essere garantito purché le sollecitazioni a cui viene sottoposto siano entro una certa soglia. Nelle macchine “a stati finiti” questa soglia non esiste e, dato che bastano poche linee di software per arrivare a un numero di stati dell’ordine dei miliardi, è impossibile testare in modo esaustivo il corretto funzionamento del sistema in tutti i suoi stati. Come insegnava un grande scienziato dei computer, Edsger Dijkstra (1930-2002): «il test di un programma può essere usato per mostrare la presenza di bug ma mai per dimostrare la loro assenza!» (Dijkstra, 1972). La scienza dei computer suggerisce infatti di progettare il software in modo tale che, se dovesse succedere qualcosa di indesiderato, deve essere sempre possibile limitare le conseguenze, compensarle o, ancora meglio, “tornare indietro” (undo). Ma se una macchina uccide un umano per errore non è possibile tornare indietro. Questo è il motivo fondamentale che ha portato nel 1985 un altro grande scienziato dei computer, David Parnas (fondatore dell’object-oriented programming, dell’information-hiding), alle dimissioni dal comitato scientifico che doveva supervisionare il progetto USA Strategic Defense Initiative, SDI (noto come Star Wars). Il progetto prevedeva il lancio automatico di missili intercontinentali in risposta a un attacco e Parnas si rifiutò di sostenere il progetto motivando che «il software viene rilasciato per l’uso non quando si sa che è corretto, ma quando il tasso di scoperta di nuovi errori rallenta fino a raggiungere un valore considerato accettabile. […] A causa della nostra incapacità di testarlo, non possiamo, come scienziati, […] approvare questa applicazione» (Parnas, 1985). Nel nostro tempo, le persone esperte di informatica devono assumersi la responsabilità di spiegare tutto questo al pubblico, di dire cosa può essere e cosa non può essere automatizzato.

Aspetti etici

Joseph Weizenbaum (1923-2008), docente al MIT negli anni ’60, ha dato un contributo fondamentale alla riflessione etica sui limiti e sui rischi dell’automazione. Nel 1976 pubblica uno dei testi fondamentali dell’etica digitale: Il potere del computer e la ragione umana. In esso propone di distinguere tra “decisioni” (che si possono affrontare con il pensiero computazionale, con un algoritmo e che quindi possono essere programmate su un computer) e “scelte” (che comportano un giudizio, non sono il risultato di un calcolo; è proprio la capacità di scegliere che ci rende umani). Le “scelte” sono funzioni umane che «non dovrebbero essere delegate a macchine» (Weienbaum, 1976).

L’umanità rischia un impercettibile “slittamento epistemologico” dalla previsione, alla predizione, fino alla prescrizione. Infatti l’illusione di creare “intelligenze” sovrumane, solo perché in grado di elaborare quantità di dati inaccessibili all’umano (es. dell’ordine degli Exa-byte, miliardi di Gigabyte), sta sostituendo progressivamente l’uso delle macchine per fare previsioni (prae-videre, utili per stimare possibili eventi futuri), all’uso delle macchine per fare predizioni (prae-dicere, utili per formulare ipotesi future), fino ad arrivare a delegare completamente alle macchine: la macchina fa prescrizioni (prae-scribere, ordina e l’umano esegue, o la macchina esegue direttamente senza coinvolgere più l’umano). La delega alle macchine di scelte importanti irriducibili a un algoritmo (decisioni), a un calcolo, rischia di portare al “sonno della ragione” (Goya, 1746-1828). Come raccomandava il fondatore della cibernetica, Norbert Wiener (1894-1964): «prima di delegare alla macchina scelte sarà meglio assicurarsi che lo scopo che immettiamo nella macchina sia lo scopo che realmente desideriamo» (Wiener, 1960). Forse aveva ragione Goethe che nell’Apprendista stregone (1797) metteva in guardia dal rinunciare alle nostre responsabilità delegandole a una macchina che rischiamo di non controllare, provocando danni irreversibili.

L’automazione della guerra con i robot-killer rischia di innescare una “corsa agli armamenti automatizzata”: abbassando la soglia della guerra. Si rischia il rebound effect, la guerra diventerà ancora più diffusa, con una destabilizzazione a catena. Da tenere in considerazione anche i diversi tempi di risposta dell’umano, incomparabilmente più lenti rispetto alle macchine. Un aspetto inquietante è l’implicita impossibilità per i robot-killer di rispettare le leggi umanitarie internazionali (come la distinzione tra militari e civili e la proporzionalità della risposta armata). Come pure l’impossibilità di trovare colpevoli in caso di crimini di guerra (il classico many hands problem tipico dei sistemi basati su software). Infine forse il punto più grave, la dignità dell’umano non viene rispettata: non è possibile implorare e ottenere gesti di pietà umana da un robot-killer (Amoroso e Tamburrini, 2017; 2020).

Un aspetto cruciale riguarda il ruolo delle persone esperte di informatica che progettano questi sistemi. Esiste un codice etico per l’informatica? Il mondo della ricerca nel digitale ha visto crescere il numero di computer professional che mettono in discussione il coinvolgimento delle loro imprese in progetti militari (Shane, 2018). Il dibattito è aperto fin dagli albori dell’era dei computer. Norbert Wiener, nel 1947 dichiara: «Non penso di pubblicare nessun mio lavoro futuro che potrebbe fare danni nelle mani di militaristi irresponsabili» (Wiener, 1947). Fino ad arrivare al Codice etico per computer professional (Code of Ethics and Professional Conduct) definito da un comitato internazionale (ACM, 2018) che impone tra i principi fondamentali “non fare del male”, “contribuire al bene comune” e, in caso di conflitto tra “interessi privati” e “bene collettivo”, dare priorità al bene collettivo. Anche la professione informatica si è dotata di una deontologia. L’etica digitale (computer ethics) è un’area in grande espansione per tutti questi motivi, data la pervasività del digitale e la progressiva “delega all’algoritmo”. D’altra parte la comunità informatica ha avviato una discussione su un approccio Slow Tech, verso un’informatica buona, pulita, e giusta (Patrignani e Whitehouse, 2018). Le persone esperte di informatica, computer professionals, sanno come è fatto un sistema digitale e come funziona: è tempo di chiedersi come e perché progettarlo, per chi, per quali scopi? Fino alla domanda cruciale: se progettarlo! È tempo insomma di assumersi delle responsabilità.

Infine è da segnalare l’importante presa di posizione contro i robot-killer da parte della Croce Rossa Internazionale nel 2021: «I sistemi d’arma autonomi […] sollevano preoccupazioni etiche fondamentali per l’umanità, sostituendo di fatto le decisioni umane sulla vita e sulla morte con processi basati su sensori, software e macchine» (ICRC, 2021).

Aspetti legali

Dal 2013 è partita una campagna internazionale per la messa al bando di queste “armi autonome”: Stop Killer Robots. È supportata da 250 organizzazioni non governative di 70 paesi diversi (SKR, 2023). In Italia ha come partner l’Unione Scienziati per il Disarmo, la Rete italiana Pace e Disarmo e l’Archivio Disarmo e il supporto dello scienziato Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica 2021: «Ci sono anche dei risvolti pericolosi dell’intelligenza artificiale. […] Il sistema di armi letali non può essere lasciato alle macchine, non possono essere loro a decidere chi uccidere o meno» (Arachi, 2021). Un primo grande risultato della campagna si è ottenuto il 22 Dicembre 2023, con la votazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ha adottato la prima risoluzione sulla «necessità urgente per la comunità internazionale di affrontare le sfide e le preoccupazioni sollevate dai sistemi di armi autonome, consapevoli che le nuove applicazioni tecnologiche in ambito militare, comprese quelle legate all’intelligenza artificiale e all’autonomia dei sistemi d’arma, sollevano problemi anche dal punto di vista umanitario, legale, di sicurezza ed etico» (UN, 2023). Dopo tanti anni di discussioni internazionali, in un contesto di rapidi sviluppi tecnologici, questo voto rappresenta un passo avanti fondamentale. E apre la strada alla messa al bando internazionale delle armi autonome.

Conclusioni

Un ottimo strumento di sensibilizzazione, adatto soprattutto per le scuole, è il documentario immoral-code (IC, 2024); un documentario prodotto nell’ambito della campagna Stop Killer Robots che riflette sull’impatto di queste armi in un mondo sempre più automatizzato, dove le macchine autonome arrivano a prendere decisioni su chi uccidere. Nel documentario diverse persone vengono esposte a interrogativi etici sempre più complessi ai quali vengono fornite risposte spesso diverse e a volte poco convinte. Solo alla domanda finale («should a machine be able to decide if someone lives or dies?») tutte rispondono in modo convinto allo stesso modo. Il documentario sta circolando in tutte le scuole e rappresenta un’ottima occasione per discutere di questi temi e per conoscere la campagna Stop Killer Robot.

Riferimenti

– ACM (2018), Association for Computing Machinery, Code of Ethics, https://www.acm.org/code-of-ethics

– Amoroso, D. Tamburrini, G. (2017). The Ethical and Legal Case Against Autonomy in Weapons Systems, “Global Jurist”, n. 17, v. 3

– Amoroso, D., Tamburrini, G. (2020), Autonomous Weapons Systems and Meaningful Human Control: Ethical and Legal Issies, Current Robotics Report (ed. G. Verruggio)

– Arachi A. (2021), Giorgio Parisi: “Il mio Nobel per la Fisica a sostegno dell’intelligenza artificiale e del pianeta”, Corriere della Sera, 5 ottobre 2021.

– Dijkstra, E. (1972), Notes On Structured Programming, Technical University of Eindhoven, The Netherlands

– DOD (2023), Autonomy in Weapon Systems, DoD Directive 3000.09, p. 21, Department of Defense, USA

– ICRC (2021), ICRC position on autonomous weapon systems, www.icrc.org, Geneva, 12 May 2021

– IC (2024), Immoral Code, https://www.stopkillerrobots.org/take-action/immoral-code/

– Parnas, D. (1985), Why the SDI software system will be untrustworthy, American Scientist, 73:5, Sept-Oct 1985, 432-440

– Patrignani, N., Whitehouse, D. (2018), Slow Tech and ICT: A Responsible, Sustainable and Ethical Approach, ‎ Palgrave Macmillan

– Shane, Scott, Wakabayashi, Daisuke (2018, 4 Aprile). “The Business of War”: Google Employees Protest Work for the Pentagon, New York Times

– SKR (2023), Stop Killer Robots – about us, www.stopkillerrobots.org

– UN (2023), United Nations, General Assembly, Agenda item 99, Lethal autonomous weapons systems, A/C.1/78/L.56

– Weizenbaum, J. (1976), Computer Power and Human Reason: From Judgment To Calculation, Freeman (trad. it. Il potere del computer e la ragione umana, Edizioni Gruppo Abele)

– Wiener, Norbert (1947, January), A Scientist Rebels, Atlantic Monthly

– Wiener, N. (1960), Some Moral and Technical Consequences of Automation, Science, May 6.


La saga di Sam Altman, l’intelligenza artificiale e la vittoria del profitto

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L’intelligenza artificiale incombe. Tra entusiasmi, illusioni, paure. Spesso con una sua parificazione alla magia. Per lo più senza una consapevolezza, anzitutto politica, del suo potenziale ruolo sociale, della sua portata, delle modalità di un suo governo razionale. Per contribuire a colmare questa lacuna, abbiamo deciso di lanciare qualche spunto, qualche goccia nel mare iniziando con un contributo di Davide Lovisolo a cui altri faranno seguito nei prossimi giorni. (la redazione).

Il 17 novembre 2023, le agenzie di stampa e molte riviste internazionali fra cui Nature (Jones, N., Nature 2023, 623:899) riportavano una notizia abbastanza sensazionale: OpenAI – la società che ha sviluppato il bot (o programma) di intelligenza artificiale (IA) che nel giro di pochi mesi ha invaso il mondo e le nostre teste, ChatGPT – aveva licenziato il suo CEO e leader, Sam Altman. Ma le notizie sensazionali erano appena cominciate: cinque giorni dopo, e dopo vari colpi di scena, OpenAI annunciava che Altman tornava al timone. Altman, cofondatore di OpenAI, aveva gestito l’ingresso di Microsoft nella società con un investimento di 13 milioni di dollari. Il Consiglio di amministrazione che lo aveva buttato fuori non aveva dato giustificazioni dettagliate, accusandolo di non essere sempre trasparente nelle comunicazioni con il Consiglio, ma aggiungendo successivamente che non c’erano in ballo questioni di illeciti finanziari o di sicurezza.

La rivista MIT Technology Review ha dedicato molti articoli alla vicenda, che utilizzeremo, insieme ad altre fonti, per cercare di capire il significato di questo scontro.

OpenAI è stata fondata nel 2015 come organizzazione non profit, ma nel 2019 si è trasformata in società capped profit, cioè che può fare profitti fino a un certo tetto: secondo molti osservatori, è una foglia di fico per coprire la transizione ad un’impresa full profit. In realtà è una società non profit che possiede un’impresa profit con un bilancio annuale di 1 miliardo di dollari.

In seguito al licenziamento di Altman, la Microsoft (che usa la tecnologia di OpenAI nel suo motore di ricerca Bing e ha altri sviluppi in corso), gli aveva offerto un posto per coordinare un nuovo gruppo di ricerca sul tema; ma intanto centinaia di dipendenti di OpenAI avevano firmato una lettera minacciando di seguire Altman. E così Altman è tornato al suo posto, il Cda è stato rimaneggiato e alcuni membri, probabilmente quelli più critici, sono stati esclusi. Uno degli aspetti tragicomici della vicenda è che il membro del CdA che aveva capeggiato il licenziamento di Altman, Ilya Sutskever, nei giorni successivi ha firmato anche lui la lettera in cui si minacciava di seguire Altman se non veniva reintegrato, dichiarandosi dispiaciuto per l’accaduto (What does OpenAI’s rapid unscheduled disassembly mean for the future of AI? | Nieman Journalism Lab (niemanlab.org) ). Ciò dice molto sull’ambiente in cui si lavora a questi giocattoloni: o ci sono seri problemi di comportamento, oppure enormi pressioni (più probabilmente entrambe le ipotesi sono vere). Un’altra fonte (The OpenAI Drama Has a Clear Winner: The Capitalists – The New York Times (nytimes.com)) riporta che i firmatari hanno scritto che il CdA aveva informato i capi progetto che dissolvere l’impresa era coerente con la sua missione: se questa era produrre tecnologia “buona”, e c’era il rischio di produrne di “cattiva”, era meglio chiudere. E ciò era, per i firmatari, inaccettabile. Un altro commentatore ha descritto i dipendenti di OpenAI come coinvolti in un’adesione messianica, al confine del fanatico (The Inside Story of Microsoft’s Partnership with OpenAI | The New Yorker). Tutto ciò getta una luce inquietante sugli individui e le organizzazioni che stanno lavorando al nostro futuro. In questi di giorni di caos, chi ha gestito il gioco su più tavoli è stata Microsoft, che alla fine ha vinto. Avrebbe vinto comunque fossero andate le cose, o imponendo al CdA di OpenAI di rimangiarsi tutto o prendendosi Altman e praticamente tutti i dipendenti e di fatto soffocando la sua controllata. D’altra parte, OpenAI è stata valutata attorno a 80 miliardi di dollari, e non era mica roba da lasciarsi scappare di mano.

La sostanza dello scontro era fra chi vuole rallentare, e creare strumenti che controllino possibili deviazioni dell’IA e chi dice che son tutte storie, sono i soliti problemi di qualunque sviluppo tecnologico (What’s next for OpenAI | MIT Technology Review). Non profit vs. profit, un po’ schematicamente. E alla fine la cultura profit ha vinto, come vedremo meglio più sotto, nella migliore (…) tradizione delle imprese della Silicon Valley. Tutto questo in un quadro di fortissima competizione, che ha visto altri, fra cui Google, con il suo bot Bard a lanciarsi nella corsa nella primavera scorsa (GPT era stato lanciato a fine 2022). Amazon è stata ovviamente della partita, con il suo prodotto, Titan, ma anche aziende minori stanno lanciando i loro prodotti. Tutte comunque si basano sulle enormi e costosissime capacità di calcolo fornite da tre società: Google, Microsoft e Amazon. Solo e sempre loro, con i conseguenti esiti certi (non li definirei rischi) di creare un ambiente ancora più monopolistico.

Questo quadro alimenta ulteriori spinte all’accelerazione. Il pericolo maggiore, quello che gli osservatori più attenti paventano è l’immissione nel mercato di prodotti che nessun organo collettivo ha preventivamente esaminato dal punto di vista dell’impatto generato e prima che la gente capisca davvero come funzionano, quali sono i possibili usi e abusi, con gravi rischi per la società (meccanismo non nuovo nel turbocapitalismo, e foriero della maggior parte dei guai che ci affliggono, a parere dello scrivente). La spinta a mantenere il dominio porta ad una competizione tossica. «È una corsa verso il fondo» ha scritto un’osservatrice esterna. Un altro commentatore ha detto: «se la corsa è a fare un’auto che vada il più veloce possibile, la prima cosa da fare è eliminare i freni» (Jones, N., Nature 2023, 623:899 ).

Un articolo del New York Times (The OpenAI Drama Has a Clear Winner: The Capitalists – The New York Times (nytimes.com)) ha ricostruito alcuni aspetti dello scontro: da una parte, la IA è solo un nuovo strumento tecnologico, nelle serie che va dalla macchina a vapore al computer; se usato correttamente, può aprire una nuova era di prosperità e far fare un sacco di soldi a chi ne sfrutta il potenziale; dall’altra ci stanno quelli che vedono la IA come qualcosa di alieno, un leviatano emerso dal mondo delle reti neurali, che deve essere tenuto a bada e utilizzato con estrema cautela per evitare che ci prenda la mano e ci faccia fuori. I membri del CdA che hanno tentato di buttare fuori Altman appartenevano a questa squadra, avendo l’idea che in agguato ci sia il rischio del momento in cui si crea la singularity, un punto a cui l’IA supera la nostra capacità di controllarla. OpenAI è stata fondata con l’obiettivo di sviluppare un sistema di intelligenza artificiale generale (AGI), in grado cioè non di svolgere uno specifico compito, ma di essere intelligente a tutto campo, come una persona. Se ciò sia realizzabile o no è tuttora oggetto di accese discussioni, ma intanto il rischio è che gli strumenti sviluppati a un ritmo sempre più frenetico possano essere usati in maniera dannosa, per creare malinformazione, ricatti, armi bioterroristiche; sicuramente, poiché lavorano basandosi sui dati esistenti, tendono a rinforzare ingiustizie sociali e diseguaglianze. Su tempi più lunghi, i timori sono di un sistema che sviluppa sufficiente potere di controllo per guidare il mondo in una direzione malvagia (come se ce ne fosse bisogno). Sembra fantascienza ma non lo è: la minaccia di una IA che nessuno può più “spegnere” e che inneschi una spirale distruttiva è reale.

Nella sintesi del New York Times: «Team Capitalism won. Team Leviathan lost» (Il capitalismo ha vinto, le paure del leviatano hanno perso). E secondo l’articolista, forse l’esito era inevitabile: una tecnologia del genere non può essere lasciata in mano a chi vuole rallentarne lo sviluppo – non quando ci sono tutti questi soldi in gioco. Verrebbe da aggiungere: se lo scontro si presenta come una battaglia fra gli “utopisti” del capitalismo e chi ha paura dell’innovazione, la guerra è persa in partenza. Vicende come queste dovrebbero far riflettere sulla drammatica necessità di un diverso modello economico e di relazioni sociali, che vuol dire anche come si produce innovazione, a chi è diretta, chi la controlla, e così via.

L’articolo del New Yorker (The Inside Story of Microsoft’s Partnership with OpenAI | The New Yorker) aggiunge altri particolari e altre considerazioni al quadro. Sugli scontri interni alla società, voci ben informate segnalavano che Altman era considerato molto abile a mettere gli uni contro gli altri, un comportamento definito “scivoloso”, con un controllo dell’informazione sia paese che occulto. L’articolista scrive che non era chiaro se i membri de CdA, che hanno preparato l’estromissione in segreto, per prendere tutti di sorpresa, fossero più spaventati dai computer troppo intelligenti o dal rischio che Altman partisse per la tangente. In realtà avevano completamente sbagliato valutazione, pensando che Microsoft avrebbe accettato la loro mossa. Ma come abbiamo già detto, gli interessi in ballo erano troppo grossi. Oltre all’investimento iniziale, Microsoft possiede circa il 50% del ramo profit, e non a caso. La compagnia sta incorporando tutta una sere di “assistenti” avanzati basati sulla tecnologia OpenAI nei suoi prodotti di base, come Word, Outlook, e PowerPoint. Questi software, versioni più specializzate e anche più potenti del pubblicizzato ChatGPT, sono stati chiamati “Office Copilots”. Sono in grado di scrivere un intero documento a partire da semplici istruzioni. Possono seguire una videoconferenza e fornirne un riassunto in più lingue, possono ricordarti che hai già scritto qualcosa di simile in passato e proporti di riutilizzarlo, e così via. Non li vediamo ancora sui nostri computer perché per ora Microsoft li ha distribuiti ai grossi clienti, anche per verificarne l’accoglienza e raccogliere suggerimenti su come modificarli e migliorarli.

Il responsabile della tecnologia di Microsoft, Kevin Scott, ha preso atto delle preoccupazioni dei membri del CdA che hanno tentato di far fuori Altman, e le ha incorporate in una strategia che mira ad andare avanti comunque, ma appunto con cautela, facendo sì che la nuova tecnologia entri un poco alla volta nelle abitudini degli utilizzatori, a cominciare dalle operazioni più banali e ripetitive; la sua idea è di fornire strumenti che consentano al sistema di interagire con utenti non esperti con un linguaggio semplice ed accessibile, con una certa trasparenza nell’informazione. Microsoft ha creato una divisione “Responsible A.I.”, con circa 350 (!) programmatori, avvocati ed esperti di policy, con l’obiettivo di costruire una IA “che vada a beneficio della società” e di prevenire conseguenze negative. I Copilots, così chiamati per mettere l’accento sul fatto che non son autonomi ma al servizio dell’utente, conterranno molti messaggi che segnaleranno la necessità di controllare eventuali errori o deviazioni.

Questo dà un’indicazione di come intende muoversi il mastodonte: avanti dritta, ma con qualche cautela. Scrive il New Yorker: «L’IA continuerà a infilarsi nelle nostre vite, a una velocità sufficientemente graduale per essere compatibile con le preoccupazioni dei pessimisti a breve termine, e con la capacità degli umani di assorbire l’uso di questa tecnologia». Riguardo al rischio che il sistema prenda la mano – e che la crescita incrementale ci impedisca di accorgercene se non quando sarà troppo tardi – Scott e collaboratori pensano di poter controllare il processo. Per prevenire questo rischio, prendendo sul serio almeno in parte i timori che muovevano Sutskever, hanno creato un gruppo che si occupa del cosiddetto “superallineamento” (Now we know what OpenAI’s superalignment team has been up to | MIT Technology Review). Si parte dalla convinzione che prima o dopo le macchine supereranno gli umani. Il problema è secondo loro, come allineare questi sistemi superintelligenti al nostro livello. In pratica, i collaudatori valutano le risposte di un modello, dando voti positivi a quelle che vogliono ricevere e negativi a quelle che non piacciono. Il feedback serve a insegnare il modello a “comportarsi bene” e a dare solo riposte accettabili. Ma tutto ciò è piuttosto rozzo e ingenuo, se così si può dire: si usa un programma più vecchio (e più semplice) per dire a quello più potente cosa deve e non deve fare, simulando l’umano stupido che istruisce la superintelligenza. E se la superintelligenza fa cose che gli umani non riescono a capire e a valutare? Sutskever sostiene che potrebbe anche nascondere il suo vero comportamento agli umani… Allora, saltiamo tutti giù dalla barca? No, dice Microsoft, ci sono soldi a volontà. E ha annunciato un nuovo fondo di 10 milioni di dollari dedicato specificamente a finanziare singoli e istituzioni che vogliano lavorare al supreallineamento. Con i soldi si fa tutto, e tanti auguri a tutti noi.

Per concludere, un articolo di The Nation (The Antitrust Lessons of the OpenAI Saga | The Nation) affronta un altro aspetto, di valenza più generale (si fa per dire): la potenza del capitale monopolistico e la sua capacità di sfuggire i controlli. La vittoria del Ceo di Microsoft, Satya Nadella, nel braccio di ferro con i ribelli significa che potrà mantenere un accesso esclusivo alla tecnologia della controllata, solo apparentemente sopravvissuta come entità indipendente, con un controllo sempre più stretto sul futuro della IA. E questo ha fatto suonare campanelli di allarme in chi si occupa di antitrust. Microsoft non aveva interesse ad acquisire OpenAI per controllarla, in quanto aveva già in mano tutte le licenze esclusive e le chiavi di acceso dell’azienda alla sua infrastruttura di calcolo. Aveva solo da perdere: è molto più facile considerare un’azienda responsabile di quello che fa tramite i suoi dipendenti e la sua struttura, rispetto al caso in cui si tratti di azioni di contractors formalmente indipendenti. Più la catena di fornitura è lunga e complessa, più la capofila può operare con ampia impunità. Con Altman di nuovo al suo posto, Microsoft ha stretto ancora di più il controllo su OpenAI, con un efficace scudo che la mette al riparo legale dai guai che la controllata potere combinare. L’articolo mette in risalto come questa sia una strategia comune per la grandi Corporations: è il vertical outsourcing, opposto ai vertical mergers: nel secondo caso i grandi colossi sono esposti a molti più problemi (ad esempio i tentativi di organizzare rappresentanze sindacali), mentre nel primo possono in ogni momento rescindere il contratto con un subfornitore che abbia accettato il sindacato (come ha recentemente fatto Amazon con un suo contractor). La stessa Microsoft ha recentemente dovuto accettare un accordo con col sindacato per portare i lavoratori di un subfornitore alle sue dirette dipendenze, con grossi vantaggi per i lavoratori. Ma appena possono, Ie imprese scelgono la strada della non responsabilità. E, a chiusura di questa storia, questo è un altro aspetto della guerra delle grandi multinazionali alla democrazia economica.


Gaza: voci ebraiche contro la guerra, anche in Italia

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Siamo un gruppo di ebree ed ebrei italiani che, dopo la ricorrenza del Giorno della Memoria e nel vivere il tempo della guerra in Medio Oriente, si sono riuniti e hanno condiviso diversi sentimenti: angoscia, disagio, disperazione, senso d’isolamento. Il 7 ottobre, non solo gli israeliani ma anche noi che viviamo qui siamo stati scioccati dall’attacco terroristico di Hamas e abbiamo provato dolore, rabbia e sconcerto.

E la risposta del governo israeliano ci ha sconvolti: Netanyahu, pur di restare al potere, ha iniziato un’azione militare che ha già ucciso oltre 28.000 palestinesi e molti soldati israeliani, mentre a tutt’oggi non ha un piano per uscire dalla guerra e la sorte della maggior parte degli ostaggi è ancora incerta. Purtroppo sembra che una parte della popolazione israeliana e molti ebrei della diaspora non riescano a cogliere la drammaticità del presente e le sue conseguenze per il futuro.

Si può ragionare per ore sul significato della parola «genocidio», ma non sembra che questo dibattito serva a interrompere il massacro in corso e la sofferenza di tutte le vittime, compresi gli ostaggi e le loro famiglie.

Molti di noi hanno avuto modo di ascoltare voci critiche e allarmate provenienti da Israele: ci dicono che il paese è attraversato da una sorta di guerra tra tribù – ebrei ultraortodossi, laici, coloni – in cui ognuno tira l’acqua al proprio mulino senza nessuna idea di progetto condiviso. Quello che succede in Israele ci riguarda personalmente: per la presenza di parenti o amici, per il significato storico dello Stato di Israele nato dopo la Shoah, per tante altre ragioni. Per questo non vogliamo restare in silenzio.

Abbiamo provato forte difficoltà di fronte all’appena trascorso Giorno della Memoria: non possiamo condividere la modalità con cui lo si vive se lo si riduce a una celebrazione rituale e vuota. Riconoscendo l’unicità della Shoah, consideriamo importante restituire al 27 gennaio il senso e il significato con cui era stato istituito nel 2000, vale a dire un giorno dedicato all’opportunità e all’importanza di riflettere su ciò che è stato e che quindi non dovrebbe più ripetersi, non solo nei confronti del popolo ebraico.

Il 27 gennaio 2024 è stato una scadenza particolarmente difficile e dolorosa da affrontare: a cosa serve oggi la memoria se non aiuta a fermare la produzione di morte a Gaza e in Cisgiordania? Se e quando alimenta una narrazione vittimistica che serve a legittimare e normalizzare crimini?

Siamo ben consapevoli che esiste un antisemitismo non elaborato nel nostro paese e nel mondo, ne sentiamo l’atmosfera e l’odore in questi mesi soprattutto dal 7 ottobre, quando abbiamo visto incrinarsi i rapporti, anche personali, con parte della sinistra. Ma ci sembra urgente spezzare un circolo vizioso: aver subìto un genocidio non fornisce nessun vaccino capace di renderci esenti da sentimenti d’indifferenza verso il dolore degli altri, di disumanizzazione e violenza sui più deboli.

Per combattere l’odio antiebraico crescente in questo preciso momento, pensiamo che l’unica possibilità sia provare a interrogarci nel profondo per aprire un dialogo di pace costruendo ponti anche tra posizioni che sembrano distanti.

Non siamo d’accordo con le indicazioni che l’Unione delle Comunità ebraiche italiane ha diffuso per la giornata del 27 gennaio, in cui viene sottolineato come ogni critica alle politiche di Israele ricada sotto la definizione di antisemitismo. Sappiamo bene che cosa sia l’antisemitismo e non ne tolleriamo l’uso strumentale. Vogliamo preservare il nostro essere umani e l’universalismo che convive con il nostro essere ebree ed ebrei. In questo momento, quando tutto è difficile, stiamo vicino a chi soffre provando a pensare e sentire insieme.

Primi firmatari:

Fabrizio Albert, Rachele Alberti, Marina Ascoli, Massimo Attias, David Calef, Valeria Camerino, Giorgio Canarutto, Lucio Damascelli, Beppe Damascelli, Enrico De Vito, Annapaola Formiggini, Saby Fresko, Paola Fresko, Bice Fubini, Nicoletta Gandus, Adriana Giussani, Bella Gubbay, Joan Haim, Hassan Massimo, Cecilia Herskovitz, Francesca Incardona, Stefano Levi Della Torre, Annie Lerner, Gad Lerner, Stefano Liebman, Samuele Menasce, Raffaella Molena Tassetto, Bruno Montesano, Guido Ortona, Bice Parodi, Laura Pesaro, Simone Rossi del Monte, Renata Sarfati, Stefano Sarfati, Eva Schwarzwald, Gavriel Segre, Simona Sermoneta, Shmuel Sermoneta Gertel, Susanna Sinigaglia, Sergio Sinigaglia, Stefania Sinigaglia, Deborah Taub, Jardena Tedeschi, Mario Tedeschi, Massimo Gentili Tedeschi, Sara Tedeschi Falco, Fabrizia Termini, Alessandro Treves, Claudio Treves, Roberto Veneziani, Serena Veneziani, Marco Weiss.

Hanno aderito:

Edith Bruck, Lucilla Ravà, Micael Zeller, Gavriel Segre, Manlio Massa, Raffaella Molena Tassetto, David Calef, Samuele Menasce, Federico Fubini, Gabriele Aronov, Livia Tagliacozzo, Simonetta Heger, Dima Platz-Fontanive, Grazia-Borrini-Feyerabend, Scilla Sonnino, Carlo Ginsburg, Simona Forti, Giacomo Ortona, Andrea Fubini, Nathan Levi, Emilio Sacerdoti, Giorgio Mieli, Emily Rosner, Sergio Ottolenghi, Tamar Pitch, Paola Canarutto, Piergiorgio Minazzi, Anna Canarutto, Bianca Maria Gabrielli, Nicoletta Alberio, Liliana Madeo, Saverio Benedetti, Paola Cavallari, Patrizia Bortolini, Maria Teresa Callegari, Luca Colaiacomo, Giovanna Tornello, Daniela Radaelli, Pietro Jona, Paolo Mascilli, Andrea Corbella, Riccardo Rosetti, Alessandra Elda Falcone, Andrea Lombardi, Laura Ottolenghi, Susanna Fresko, Renato Scuffietti, Magda Mercatali, Francesca Ceccherini Silberstein, Paola Pasqua Di Bisceglie, Pierpaolo Mastroiacovo, Elena Maria Milazzo Covini, Marzia Cattaneo, Tiziano Carradori, Francesca Romana Fiore, Luigi Mancuso, Paolo Mascilli, Claudia Beltramo Ceppi Zevi, Antonella Caterina Attardo, Franco Bernardi, Antonella Caterina Attardo, Lucilla Ravà, Daniele Santini, Paola Colombino, Josette Molco, Fiorenza Cavicchioli, Claudia Zaccai, Alberto Fiz, Gianfranco De Nisi, Gianni Gregoris, Piero Morpurgo, Rita Beatrice Cauli, Ludovica Muntoni, Piero Nissim, Cecilia Del Fa, Irene Agovino, Chiara Milano, Francesca Castelli, Giuseppe Ciaurro, Gaddo Morpurgo, Piero Pelù, Elide Chiampi, Renata Spiezio Isabelle Dehais, Giuseppe Gibin, Enrico Franco, Daniela Scotto di Fasano, Francesca Rambaldi

Per ulteriori adesioni:
maiindifferenti6@gmail.com


Tutelare le vittime di reati, ma come?

Autore:

La tutela delle vittime di reati è, da qualche tempo, approdata all’attenzione del nostro legislatore, dopo che, da anni, suscita quella di sociologi, criminologi e quant’altri. Ma come?

1. I parlamentari di Fratelli d’Italia – primo firmatario Antonio Iannone – hanno presentato, il 21 dicembre 2022 al Senato della Repubblica, un disegno di legge di modifica dell’art. 111 della Costituzione, per inserire un secondo comma nel quale si affermi che «la vittima del reato e la persona danneggiata dal reato sono tutelate dallo Stato nei modi e nelle forme previsti dalla legge». Il testo è identico a quello proposto con il disegno di legge presentato il 4 luglio 2007 nel corso della XV legislatura, primo firmatario Edmondo Cirielli, all’epoca di Alleanza Nazionale, e riprodotto, inalterato, in tutte quelle successive su iniziativa, prima, del Popolo della Libertà e, poi, di Fratelli d’Italia. In questi anni è rimasta inalterata, persino nelle virgole, anche la relazione, a partire dall’incipit inneggiante al magistrato e criminologo, Raffaele Garofalo, seguace della Scuola criminale positiva, fautore della pena di morte e favorevole all’eliminazione degli individui psichicamente malati, ma chiamato in causa, nel caso specifico, per l’importanza che attribuiva già all’inizio del ‘900 alla «riparazione a coloro che soffrirono per un delitto». La relazione brilla per la sua stravaganza: intanto perché è completamente anacronistica (sembra che dal 2007 il mondo delle fonti interne, europee e internazionali si sia fermato) ed è grave l’assenza di riferimenti alla Direttiva vittime 2012/29/UE. Ma, soprattutto, perché fonda la proposta di modifica costituzionale esclusivamente sull’esigenza risarcitoria delle vittime di reati violenti con incomprensibile esclusione di ogni altra forma di vittimizzazione. In realtà, la tutela delle vittime di reati violenti è oggi garantita dalla Direttiva 2004/80/CE relativa all’indennizzo delle vittime di reato a cui l’Italia ha dato finalmente attuazione con la Legge europea 2015-2016. Ma di essa il partito al governo, evidentemente, non ha avuto notizia.

Ancora più sorprendente e inspiegabile è, però, la soluzione offerta per una effettiva protezione risarcitoria delle vittime. Infatti, il testo verrebbe inserito nel secondo comma di una norma fondamentale che, come tutti sanno, ha costituzionalizzato il giusto processo e, in particolare, l’esigenza che la formazione della prova nel processo penale si svolga nel contraddittorio tra le parti e nel rispetto di condizioni di parità di fronte ad un giudice terzo e imparziale. E per contraddittorio e parità la Costituzione intende fare riferimento soprattutto al rapporto che si deve instaurare tra accusato e accusa pubblica: non certo al rapporto tra accusato e vittima rispetto alle pretese risarcitorie che quest’ultima può avanzare anche davanti ad un giudice civile.

Mentre nelle scorse legislature il tentativo di costituzionalizzare la tutela delle vittime di reato non ha avuto molta fortuna, questa volta si è formata un’inedita convergenza d’intenti politici e, nella seduta del 6 dicembre 2023 della 1° Commissione permanente Affari costituzionali del Senato, si è proceduto all’esame congiunto della proposta di Fratelli d’Italia con altri tre disegni di legge, rispettivamente, del Movimento 5 stelle (Marton e altri), del Partito democratico (Parrini e altri) e di Alleanza Verdi e Sinistra (Zanella). I diversi proponenti hanno convenuto su una diversa formulazione della proposta, senza peraltro specificare il punto esatto d’inserimento nell’art. 111 Costituzione: «La Repubblica tutela le vittime di reato e le persone danneggiate dal reato».

A onor del vero, la relazione al disegno di legge di Parrini e altri ha ben altro respiro e fondamento. Consapevole della cornice giurisdizionale stabilita dall’art. 111 Costituzione, la proposta del Partito democratico si preoccupa di offrire un’adeguata tutela processuale alla vittima perché non può darsi un giusto processo se questo vien meno verso la parte «sovente più debole e meno protetta, sotto molti punti di vista». Tanto più che – si osserva – spesso, le persone offese e danneggiate, che si costituiscano o meno parte civile, non rappresentano solo interessi privatistici ma istanze di verità e giustizia che hanno un’indubbia natura pubblica o collettiva: è il caso delle vittime del terrorismo, delle stragi, degli infortuni-malattie mortali causate sul lavoro, vittime di reati a sfondo sessuale, di disastri ambientali, del fallimento di istituti di credito… Non manca, nella proposta di Parrini e altri, una doverosa attenzione alle prioritarie esigenze di difesa dell’accusato, tanto che i democratici preferirebbero l’inserimento della nuova disposizione nel 5° comma dell’articolo 111, per rimarcare la precedenza delle garanzie dovute all’imputato.

In realtà, l’importanza di una protezione “avanzata” per la vittima dovrebbe valere anche nell’accertamento di reati “sensibili” alla dimensione interindividuale. A questo proposito vale la pena citare una voce autorevole come quella di Francesco Viganò, giudice della Corte costituzionale: in un recente scritto ha spiegato come nei reati a vittima individuale la giustificazione della pena debba ormai fondarsi essenzialmente sul danno che la condotta dell’autore ha cagionato a quella vittima. La stessa Direttiva 2012/29/UE sui diritti delle vittime, d’altra parte, insiste nel considerare il reato «non solo un torto alla società, ma anche una violazione dei diritti individuali delle vittime». La restituzione nella teoria del diritto penale – ha osservato il giurista – di un ruolo centrale al diritto soggettivo tutelato non può che andare di pari passo con la valorizzazione della vittima anche sul terreno del processo penale.

2. Ci si chiede, però, se sia davvero necessario che la tutela della vittima debba trovare un posto specifico anche nella Carta costituzionale.

Certamente la nostra carta fondamentale non manca di prevedere obblighi puntuali di tutela penale di vittime specifiche: l’art. 13, comma 4, pretende la punizione di «ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». E in generale – secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo – lo Stato è tenuto nei confronti delle vittime reali a dei veri e propri obblighi positivi per prevenire e sanzionare le aggressioni ai diritti umani, tanto più se essi sono ritenuti fondamentali, come la vita, la libertà, l’integrità sessuale e a non essere sottoposti a trattamenti disumani o degradanti. Altro è, però, introdurre in Costituzione una tutela processuale della vittima perché, come ci insegna Luigi Ferrajoli, un diritto penale garantista se, sul piano sostanziale, consiste nella prevenzione generale dei delitti e, dunque, nella tutela delle vittime potenziali, sul piano processuale, consiste nel divieto di pene arbitrarie e sproporzionate. Il processo è il luogo e il tempo di accertamento di un’accusa nel quale e durante il quale l’esigenza primaria è costituita dal rispetto delle garanzie dovute all’accusato di fronte all’autorità del potere statale rappresentata da un giudice terzo e imparziale.

Infatti, nella trattazione in sede consultiva davanti alla Commissione Giustizia del Senato, il 13 dicembre 2023 Italia Viva, per bocca dell’on. Scalfarotto, ha rilevato nella formulazione proposta «una pericolosa tendenza alla privatizzazione del processo penale che tende ad assecondare le emozioni legittime delle vittime». A quel punto anche Forza Italia e la Lega, condividendo quelle preoccupazioni, hanno chiesto un approfondimento. Pierantonio Zanettin, avvocato forzista, è preoccupato del fatto che ormai «si è imposta l’idea sostenuta anche da robuste campagne mediatiche che la sentenza pronunciata dal giudice debba essere il più possibile aderente al concetto di giustizia proprio della parte offesa». Il professore e avvocato Ennio Amodio, intervistato da Il Dubbio, ha bollato l’idea di una protezione costituzionale delle vittime come «legge-manifesto finalizzata solamente a ridimensionare il garantismo espresso dalla norma sul giusto processo». Guido Stampanoni Bassi, direttore della rivista Giurisprudenza penale, sulle pagine di Domani sostiene, senza mezzi termini che «se il punto di vista del processo diventa il punto di vista della vittima si innesca un cortocircuito in cui a rimetterci è proprio chi, secondo la Costituzione, è un “presunto innocente”». Si teme, in buona sostanza, che il processo penale ceda alle istanze emotive, passionali e vendicative che le vittime potrebbero veicolare assediando i tribunali e condizionando il giudizio della magistratura.

Sul fronte opposto si dipingono ben altri scenari: secondo i dati raccolti da Libera, le vittime innocenti delle mafie che non hanno ottenuto verità e giustizia attraverso un regolare percorso processuale vanno oltre l’80%; nei grandi disastri industriali e ambientali, nelle stragi sul lavoro la differenza di risorse e di poteri d’impulso processuale tra vittime e accusati incide sul giudizio finale ben più del trasporto emotivo degli offesi; la mancanza di servizi di assistenza gratuiti per le vittime le relega nell’anomia e nella solitudine di cui fanno esperienza centinaia di migliaia di persone offese ogni anno. Sono solo alcuni esempi. Così, interpretando i sentimenti di diverse associazioni di vittime di grandi disastri, l’ex magistrato ed ex parlamentare Felice Casson ha sottolineato l’importanza, in processi come quello sull’amianto che ha colpito i lavoratori di Porto Marghera, di accordare, quanto meno, pari diritti e facoltà processuali anche agli offesi. Non la loro centralità processuale.

Personalmente penso che il riconoscimento costituzionale dei diritti delle vittime rappresenterebbe un guadagno di civiltà nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Per contro, ritengo non appropriato l’inserimento di tale riconoscimento all’interno di una norma dedicata alla giurisdizione e alla consacrazione del giusto processo. La condizione di vittima trascende – anche se normalmente lo comprende – lo scenario processuale. La vittima è tale perché accade un fatto che percepisce come ingiusto. L’accusato è tale perché viene assoggettato a un procedimento. Sono due piani destinati a vivere nell’asimmetria con la presenza ingombrante dello Stato e, ora, con la giustizia riparativa, anche della comunità. Per questo come presidente di un’associazione che si occupa di vittime avevo proposto una norma che suonasse così: «La Repubblica italiana riconosce i diritti di informazione, assistenza e protezione delle vittime di reato, prima, durante e per un congruo periodo di tempo dopo il procedimento penale, fatti salvi i diritti della persona indagata e imputata».


Gli anni di piombo e le torture rimosse

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Sulle deviazioni e gli abusi nell’azione di contrasto del terrorismo da parte di polizia e magistratura negli anni Settanta e Ottanta questo sito è intervenuto in passato con un documentato articolo di Pino Narducci (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/07/21/italia-anni70-il-terrorismo-e-la-tortura/), relativo a fatti di tortura intervenuti nel maggio 1978, durante le indagini per il sequestro e l’omicidio dell’onorevole Aldo Moro. Oltre tre anni dopo, nel dicembre 1981-gennaio 1982, fatti analoghi – di vera e propria, prolungata e reiterata, tortura – sono avvenuti a Padova durante il sequestro, da parte delle Brigate Rosse – Partito Comunista Combattente, del generale James Lee Dozier e dopo la sua liberazione. Anche questa volta a ricostruirli, nell’articolo di seguito pubblicato (ripreso dalla rivista Questione Giustizia), è Pino Narducci, magistrato, presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia. I fatti sono a dir poco agghiaccianti. Sono cambiati i tempi e i luoghi, ma restano immutati le tecniche e, almeno in parte, i protagonisti della vicenda del maggio 1978. Gli episodi di tortura sono certamente circoscritti e non mettono in dubbio la correttezza di tante altre indagini – la maggioranza – condotte in quegli anni difficili. Ma la loro rimozione, operata nei decenni scorsi dal mondo politico e giudiziario nella sua (quasi) totalità, non solo oltraggia la verità ma impedisce la piena comprensione degli anni di piombo e di quello che hanno significato nella vita del Paese. Come abbiamo scritto nella presentazione del precedente articolo, l’apertura di un confronto serio e approfondito sul punto è ineludibile: non per modificare il giudizio sul carattere e sulla follia del terrorismo di quegli anni ma «perché – per dirlo con parole di Pietro Ingrao – il rispetto rigoroso delle regole non è una concessione ai nemici della democrazia ma un’esigenza irrinunciabile per uno Stato che voglia dirsi democratico. Per questo in una democrazia matura e consapevole non possono essere ammesse zone di opacità e non detti». (la redazione)

Nell’appartamento veronese entrano in quattro, travestiti da idraulici. Tengono la donna sotto il tiro di una pistola, la immobilizzano ed escono con l’ostaggio nascosto in un baule, caricandolo su un pulmino che è rimasto in attesa in strada. Poi, via, di gran corsa, verso Padova dove è stata allestita la base in cui il prigioniero resterà per più di 40 giorni[1].

È il 17 dicembre 1981 e, con il sequestro di James Lee Dozier, generale statunitense NATO[2], le Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente realizzano l’azione più spettacolare di una storia iniziata appena pochi mesi prima, dopo la cattura di Mario Moretti[3].

Durante la fase del rapimento uno dei sequestratori parlava uno “slang” americano, così scrivono i giornali dell’epoca, e quindi, lo scenario è quello di una operazione in cui gli attori non possono essere soltanto i brigatisti italiani. Anzi, la foto del sequestrato diffusa dalle BR-PCC è un fotomontaggio e questo vuol dire che Dozier già si trova all’estero, forse dopo aver viaggiato su uno dei tanti TIR che vanno e vengono dall’Austria. I cronisti sono pronti a scommettere che il rapimento è opera di una centrale europea del terrorismo che comprende le BR, la RAF tedesca, l’ETA basca e l’IRA, organizzazioni che si sono incontrate in riunioni sul lago di Garda e in Svizzera. Insomma, un turbinio di improbabili ipotesi e di vere e proprie bufale.

È vero invece che, a Roma, arrivano alcuni agenti CIA e che il Ministero dell’Interno, guidato dal democristiano Virginio Rognoni, seleziona il nucleo di funzionari che dovrà coordinare le indagini nel Veneto: Umberto Improta, Oscar Fioriolli, Salvatore Genova e Luciano De Gregori.

Nella Questura di Verona, Gaspare De Francisci, il capo dell’UCIGOS (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali), convoca la squadra messa in piedi dal Viminale. L’Italia non può perdere la faccia e, quindi, secondo ordini che vengono dall’alto, per trovare Dozier si potrà usare qualsiasi mezzo, anche le maniere forti. Nessun timore, rassicura De Francisci, perché, se qualcuno resterà invischiato in una storia di violenza, godrà di una sicura copertura, politica e istituzionale.

Finalmente può partire la caccia ai rapitori del generale e, questa volta, è consentito ogni metodo per estorcere informazioni.

Il giorno dopo arriva a Verona il funzionario dell’UCIGOS Nicola Ciocia (il professor De Tormentis secondo la definizione che gli è stata affibbiata da Improta), lo specialista, con la sua squadra dei “cinque dell’Ave Maria”, delle sevizie che servono a far parlare. Ha già torturato, nel maggio ’78, Enrico Triaca, il tipografo brigatista di via Pio Foà a Roma[4] e questa volta, finalmente, può agire senza adottare particolari precauzioni perché la sorte di coloro che saranno arrestati, veri o presunti brigatisti che siano, è stata decisa dall’alto: se non parlano subito, magari dopo schiaffi e pugni, saranno torturati.

Ciocia resta in Veneto solo qualche giorno. Poi corre a Roma dove sono stati arrestati, il 3 gennaio ’82, Stefano Petrella ed Ennio Di Rocco, membri delle BR-Partito Guerriglia, per fare loro quello che ha già fatto a Triaca.

Dozier è tenuto al sicuro in un appartamento, in via Ippolito Pindemonte, all’interno del quale è stata collocata una tenda in cui vive il prigioniero.

Ma gli uomini del Viminale non hanno alcuna idea del luogo in cui possa trovarsi né della identità dei brigatisti. E le centinaia di telefoni messi sotto controllo non possono certo condurre alla prigione del generale. Non resta che prelevare le persone, interrogarle e, soprattutto, affidarsi, come già faceva l’Inquisizione, alle sedute di tortura.

Alla fine di gennaio accade a Nazareno Mantovani che viene interrogato e picchiato per prepararlo alla vera e propria seduta di tortura che è affidata a Ciocia e alla sua squadra. I poliziotti hanno un luogo appartato per infliggere tormenti. È un villino che è stato preso in affitto dalla questura veronese. Mantovani ci arriva bendato. Ciocia e i suoi uomini “trattano” Mantovani con acqua e sale, ma esagerano, tanto che De Francisci interrompe la seduta dopo lo svenimento del prigioniero.

Paolo Galati mette i poliziotti sulle tracce di una militante. Oscar Fioriolli dirige la perquisizione a casa di Elisabetta Arcangeli senza sapere che dentro ci troverà anche Ruggero Volinia, nome di battaglia “Federico”. È lui che ha guidato il pulmino con dentro Dozier da Verona a Padova.

Separati da un muro, Volinia e Arcangeli si trovano all’ultimo piano della Questura veronese. Ciascuno può sentire l’altro mentre Fioriolli li interroga e Improta segue la scena. La brigatista, nuda, è legata mentre i poliziotti le tirano i capezzoli con una pinza e le infilano un manganello nella vagina. Dall’altra parte del muro, percuotono Volinia. Lo caricano su una macchina, lo conducono in una chiesa sconsacrata e, sottoposto ad acqua e sale dal gruppo di Ciocia, rivela il luogo in cui si trova Dozier[5].

Il 28 gennaio 1982, verso le 11:00, sette uomini del NOCS (Nucleo Operativo Centrale Sicurezza), le “teste di cuoio” della Polizia italiana, irrompono nell’appartamento di via Pindemonte. Senza difficoltà, immobilizzano i carcerieri di Dozier: Antonio Savasta, Giovanni Ciucci, Cesare Di Lenardo, Emanuela Frascella ed Emilia Libéra.

I brigatisti vengono messi pancia a terra sul pianerottolo mentre arrivano Genova e Improta. Sono bendati e hanno le mani legate dietro la schiena. Rifiutano di rivelare la propria identità e i nomi di battaglia e allora giù calci e botte. Qualche poliziotto ritiene sia ancor più efficace camminare sopra i loro corpi. 

Alle due militanti («Sei una mignotta?» urlano i polizotti, «No!», e allora giù calci e pugni) va ancor peggio. Abbassano la gonna e i collant di Libéra e Frascella, sferrano calci sul pube e sul sedere, alzano la maglietta delle due donne e tirano i capezzoli del seno.

Su quel pianerottolo gli arrestati restano una infinità di tempo (sicuramente, dietro le porte dei vari piani del grande edificio, tanti ascoltano quello che sta accadendo, ma nessuno ha il coraggio di mettere la testa fuori). Poi, gli agenti NOCS portano i brigatisti nella palazzina del II reparto celere di Padova.

Il senso di impunità è talmente smisurato che il comandante del reparto scrive un ordine di servizio e non esita a mettere nero su bianco le disposizioni che dovranno essere seguite per custodire i sequestratori di Dozier, un documento che prova, prima ancora di qualsiasi testimonianza, quali metodi illegali saranno usati contro gli arrestati.

I cinque detenuti dovranno «essere costantemente legati e bendati», dovranno essere usati tutti gli accorgimenti per «non far avere loro la percezione del luogo in cui si trovano», il personale «non dovrà assolutamente rivolgere loro parola o rispondere a loro domande, tantomeno pronunciare nomi, luoghi e gradi che possano dar luogo a eventuali identificazioni», i detenuti potranno «essere accompagnati eccezionalmente» in bagno, «non dovrà essere esaudita nessun’altra richiesta se non previa superiore opportuna autorizzazione» e «si dovrà accertare da parte del personale preposto che i legacci e i bendaggi siano sempre ben messi».

L’estensore del piccolo manuale di istruzioni per annichilire e spezzare il detenuto non dimentica di raccomandare che «il servizio ovviamente riveste natura di massima riservatezza»[6]

La giornata del 28 gennaio è frenetica e la tortura inizia a produrre i suoi risultati.

«Quando sei entrata nelle BR? Chi ha partecipato al sequestro? Chi è Sara?». Frascella non risponde alle domande, così chi la interroga le alza la gonna, le cala le mutande e le strappa i peli del pube. La brigatista inizia a cedere e fornisce qualche informazione.

Escono i “cattivi” e nella stanza entrano i “buoni”. «Dai collabora, ti conviene», continuano a ripeterle. Tornano i “cattivi” e riprendono a strapparle i peli del pube e a stringerle i capezzoli. La fanno appoggiare a un tavolo e le dicono che le infileranno una gamba della sedia nella vagina. Frascella cede e parla di “Federico”. Bendata e legata su una sedia, la militante non può dormire perché appena si appisola qualcuno corre a svegliarla. È notte fonda quando tornano i “buoni” e Frascella, che ha sentito chiaramente le grida di Savasta e Di Lenardo, vuota il sacco.

In un’altra stanza, Emilia Libéra è costretta a restare in ginocchio, sul pavimento, per alcune ore. Un “premuroso” poliziotto che la sorveglia le dice che i suoi colleghi, nella stanza accanto, stanno violentando la Frascella. Poi, bendata, viene messa su una sedia. Arriva il “cattivo” e le chiede dove possono trovare Sara, il nome di battaglia di Barbara Balzerani.

Libéra non apre bocca e allora giù pugni e schiaffi, capezzoli schiacciati e calci sul pube. Le tolgono pantaloni e mutande e la fanno chinare su un tavolo. Il “cattivo” annuncia che le metterà un bastone nella vagina e, aggiunge, lei deve crederci perché lui ha già “trattato” Di Rocco e Petrella. Libéra sa che con i due brigatisti hanno usato l’acqua e il sale e teme che, da un momento all’altro, tocchi a lei la stessa sorte.

Anche Savasta, bendato e legato su una sedia, viene colpito su tutto il corpo e i seviziatori si divertono a spegnergli sigarette sulle mani. Sente le grida di Libéra e Frascella, ma non la voce di Ciucci che, dicono i poliziotti, è già morto. Poi arrivano i «giustizieri» (così si presentano a Savasta) che puntano la pistola alla tempia del brigatista e minacciano di ucciderlo. Savasta cerca di fermarli: «Io sto già parlando». Ma a loro non interessa, sono giustizieri[7].

I “cattivi” vanno via e i “buoni” lo portano in un’altra stanza e, dopo avergli chiesto se vuole nominare un avvocato, gli fanno firmare un verbale.

Savasta, Libéra, Frascella e Ciucci (lui è veramente malridotto perché non riesce a camminare e gira seduto su una sedia da ufficio) vengono messi insieme in una stanza. Discutono e decidono tutti insieme di saltare il fosso e collaborare.

E così, già quella notte, forniscono le prime informazioni. Quelle di Savasta sono molto importanti perché lui conosce la base di via Verga, a Milano, dove più volte si è riunita la Direzione strategica.

Di Lenardo non cede ed è l’unico che non si piega alla tortura. Non si può dire che con lui non siano stati chiari: «Nessuno sa del tuo arresto, sei solo un sequestrato e possiamo fare di te quello che vogliamo». Ma il brigatista si ostina a non parlare, si dichiara prigioniero politico e allora occorre ricorrere a tormenti più sofisticati.

I poliziotti si danno il cambio per colpirlo sulla pianta dei piedi, ma non disdegnano di sbattergli la testa contro il muro. Lo fanno distendere per terra, nudo, per ricevere scariche elettriche sul pene e sui testicoli, mentre altri gli danno calci ai fianchi e gli comprimono la testa. Poi pugni e schiaffi al volto, colpi sul naso, compressione delle pupille, schiacciamento della testa con i piedi, bruciatura delle mani, tagli al polpaccio. Con i calci, gli rompono il timpano dell’orecchio sinistro.

A Di Lenardo non viene risparmiato nulla, ma, se i suoi compagni, nella notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio, già firmano i verbali di dichiarazioni spontanee, il brigatista è irremovibile. E allora bisogna fare in fretta perché tra qualche ora si presenterà in caserma il sostituto procuratore veronese per gli interrogatori. I poliziotti sono delusi. Nella base milanese di via Verga, quella indicata da Savasta, non hanno trovato nessuno. Forse, Di Lenardo può fornire altre notizie. Magari, può far arrestare la Balzerani. «Di Lenardo deve parlare».

Gli tolgono le manette dai polsi e le mettono ai piedi, gli legano le mani con pezzi di stoffa, gli stringono la benda sugli occhi, chiudono la bocca con un’altra benda e lo mettono nel bagagliaio di un’auto, che si mette in movimento seguita da un altro veicolo. Dopo un giro di mezz’ora le auto si fermano e due poliziotti trascinano il brigatista tenendolo per le ascelle. Di Lenardo comprende che si trova su un prato, sicuramente in una una campagna nei dintorni di Padova.

Lo fanno inginocchiare e lo pestano. Solito copione: il “cattivo” arrabbiato si alterna al “buono” che modera gli eccessi. Poi una voce, più forte delle altre: «Adesso ti spariamo». Parte un colpo di pistola. Non è morto!!! Nemmeno la finta esecuzione (el simulacro de fusilamiento, tanto in voga in America latina) fa crollare il detenuto[8].

Di nuovo botte. Lo riportano in caserma. Nudo, steso su un tavolo con la testa penzoloni, braccia e gambe legate. Gli riempiono la bocca di sale, gli tappano il naso e giù acqua in grande quantità. Una pausa e poi si riprende. Altra pausa e si riprende. Di Lenardo non respira, sta soffocando, il corpo trema, grida. Si fermano. Mentre viene torturato il brigatista sente qualcuno dire «Genova». Pensa a un poliziotto, a uno di quelli che, nei giorni precedenti, gli hanno parlato delle operazioni anti BR che hanno fatto nel capoluogo ligure. Si sbaglia. Alcuni giorni dopo, un funzionario cerca di convincerlo a collaborare. Entra nella stanza un poliziotto e dice «dottor Genova, al telefono». Di Lenardo allora comprende: nella stanza, mentre veniva torturato, c’era il commissario Salvatore Genova[9].

I brigatisti non vengono portati in carcere e il sostituto procuratore veronese li interroga, il 1 e il 2 febbraio, negli uffici della celere. Savasta riempie pagine e pagine di verbale. Così fanno anche Libéra, Ciucci e Frascella. Buon ultimo, nel pomeriggio del 2 febbraio, Cesare Di Lenardo si siede davanti al magistrato. Lui non ha nulla da dire, vuole solo denunciare le sevizie che ha subito. Lo farà di nuovo, il 28 febbraio, con un dettagliato memoriale spedito alla Procura e al Presidente del Tribunale di Verona.

Il sistema generalizzato delle violenze sugli arrestati per fatti di terrorismo è cresciuto così a dismisura che, proprio nel febbraio-marzo ’82, diventa incontrollabile e non è più possibile tenerlo segreto.

Pier Vittorio Buffa, de “L’Espresso”, e Luca Villoresi, di “La Repubblica”, pubblicano due articoli grazie a notizie fornite da fonti interne alla Polizia che non vogliono assecondare la linea oltranzista dettata dal Viminale. Le pratiche della tortura sono diffuse e vanno oltre i confini delle province di Padova e Verona. A Mestre, nel II distretto di Polizia, hanno usato gli stessi mezzi. La stessa cosa è avvenuta anche a Roma e Viterbo. A Villoresi, un anonimo investigatore veneto sostanzialmente ammette che la tortura, in alcuni casi, è stata usata e rivendica il risultato di aver «ripulito il Veneto»[10].

Si moltiplicano le denunce, ma Virginio Rognoni risponde seccamente: «…sulle pretese violenze cui sarebbero stati sottoposti i terroristi recentemente arrestati a Padova e nel Veneto posso dire che sono totalmente false».

Al Ministro dell’Interno risponde anche Magistratura democratica, l’unico gruppo di giudici che affronta, senza reticenze, il tema dei metodi con i quali viene praticato il contrasto al terrorismo. MD giudica «non sufficienti e definitive le risposte date dal governo», vede distintamente «il pericolo di cedimenti e tolleranze per simili degenerazioni», chiede di «rispettare i termini di legge per presentare l’arrestato al magistrato» e sollecita i magistrati a «fare indagini e accertamenti medico-legali sulle violenze denunciate».

Intanto, il processo veronese al gruppo dirigente e ai militanti delle BR-PCC va avanti senza particolari sussulti. Sfilano davanti ai giudici tutti i brigatisti che hanno fatto la scelta di collaborare e i funzionari di Polizia che li hanno arrestati. Quando arriva il suo turno, Umberto Improta racconta che Ruggero Volinia “Federico”, appena arrestato, subito ha detto di voler collaborare, ha condotto i poliziotti a un covo a Mestre e poi ha fornito tutte le informazioni sul covo di via Pindemonte. E giunti qui, continua Improta, l’inarrestabile onda del pentitismo ha prodotto altri risultati. Pensate che, aggiunge il funzionario UCIGOS, terminata l’irruzione alle 11:20, Antonio Savasta, appena 15 minuti dopo, già esclamava: «Vi dirò tutto!».

Le uniche voci dissonanti sono quelle di Cesare Di Lenardo e di Alberta Biliato che, presentandosi come prigioniera politica, sostiene che le dichiarazioni che lei ha fatto al magistrato, dopo l’arresto a Treviso, sono solo il frutto delle torture che ha subìto.

Poi un colpo di scena, l’unico del processo. Savasta, Libéra, Frascella e Ciucci – che sino a quel momento hanno fatto ogni sorta di rivelazione, ma nulla hanno detto sulle violenze – consegnano un memoriale al Tribunale. Non fanno marcia indietro rispetto alla scelta del “pentimento”, ma assicurano di non aver avuto favori perché «il trattamento riservatoci dopo l’arresto è stato per noi tutti identico a quello che altri compagni hanno denunciato». E proseguono: «Quattro lunghissimi giorni che non ti fanno restare dentro neanche la dignità di disprezzare chi ti ha torturato, che hanno un fine ben più ambizioso delle informazioni immediatamente estorte, poiché perseguono l’annientamento della tua identità politica». Così, mentre il processo veronese si avvia alle battute finali, per la prima volta anche i brigatisti “pentiti” denunciano le torture[11].

A Giovanni Palombarini, segretario di Magistratura democratica, che sostiene che la risposta di Rognoni «non è certo stata tranquillizzante ed esaustiva, non dissipa i sospetti, né quieta le voci»[12], e ai tanti che denunciano la barbarie che si sta consumando sembra quasi indirettamente rispondere il sostituto procuratore che, al termine del processo veronese ai brigatisti, durante la requisitoria, rivolge «un grazie motivato alla polizia che ha lavorato nella più stretta legalità» perché «…mai ho ricevuto lamentele, non dico denunce, di comportamenti scorretti, non dico di abusi…» sino alla scoperta del covo padovano a cui si è arrivati nella “più piena legalità”, grazie esclusivamente alle «indagini sagaci della polizia giudiziaria».

Proprio mentre il magistrato pronuncia queste parole alla Camera dei deputati si svolge un dibattito dai contenuti molto meno rassicuranti. Il Ministro dell’Interno, per la seconda volta, risponde alle tante interrogazioni sul tema delle violenze. I parlamentari citano decine di casi accaduti in tutta Italia, ma, soprattutto, le denunce delineano i profili di un sistema diffuso che ha travolto le regole dello Stato di diritto e ha generato una involuzione autoritaria e repressiva[13].

È il sistema nel quale maturano le torture: diventa prassi comune mettere un cappuccio all’arrestato oppure bendarlo; gli interrogatori dei sospettati avvengono in luoghi diversi dagli uffici delle forze di polizia per creare un effetto di “disorientamento”; i familiari, per giorni, ignorano la sorte della persona fermata e invano, al pari degli avvocati, la cercano nelle carceri; si esercitano pressioni indebite sulle famiglie affinché convincano gli arrestati a collaborare; ai detenuti si chiede, insistentemente, di rinunciare a nominare un difensore di fiducia e di affidarsi al difensore di ufficio; gli arrestati non vengono portati in carcere, ma sono trattenuti presso commissariati, questure, caserme; gli interrogatori del pubblico ministero avvengono molto oltre i termini stabiliti dalla legge, in alcuni casi anche 9/10 giorni dopo l’arresto; vengono denunciati anche casi di illegale “patteggiamento” nei quali si chiede all’interrogato di non denunciare le violenze subite in cambio di favori che riceverà.

Ma il governo non fa nessuna apertura e Virginio Rognoni, anzi, alza il tiro e sostiene che i terroristi, non riuscendo ad arginare il fenomeno dilagante del pentitismo, hanno messo in piedi una vera e propria campagna diffamatoria per colpire la credibilità delle forze di polizia.

I poliziotti democratici di Venezia organizzati nel SIULP (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori della Polizia) intervengono a gamba tesa nella polemica politica e, con un comunicato diffuso il 10 marzo ’82, sostengono, sulle violenze, che «tali pratiche sono state tollerate o, addirittura, incoraggiate da direttive dall’alto e infine sostenute dal tacito consenso di una opinione pubblica condizionata dall’incalzare sanguinaria e folle di un terrorismo che ha avvelenato la vita politica e sociale del paese».

Anche le Brigate Rosse fanno i conti con un fenomeno, inedito per dimensioni e radicalità, che sta sconvolgendo la vita della organizzazione. Il 18 marzo 1982 diffondono un lunghissimo comunicato nel quale lanciano la parola d’ordine della «ritirata strategica» sviluppando una articolata analisi della pratica della tortura («la tortura misura un nuovo livello di scontro») e degli effetti che sta producendo.

Il gruppo di Magistratura democratica nel Consiglio Superiore della Magistratura chiede che l’organo di autogoverno dei giudici metta all’ordine del giorno del plenum la discussione su quella che si sta profilando come una vera e propria emergenza democratica[14].

Il magistrato inquirente di Verona trasmette gli atti alla procura padovana, competente per le violenze accadute in via Pindemonte e nella caserma della celere.

Vittorio Borraccetti, sostituto procuratore padovano, ascolta tutti i brigatisti, scova testimoni anche tra i poliziotti e, attraverso altri accertamenti medici, dimostra che le violenze non sono una invenzione.

Nel giugno ’82, il giudice istruttore Mario Fabiani firma i mandati di cattura contro alcuni tra i responsabili di quei fatti, tra i quali Salvatore Genova, vicedirigente la Digos genovese. Le accuse sono di concorso in sequestro di persona, violenza privata e lesioni personali.

Scatta istantanea la solidarietà agli arrestati e monta la rabbia contro i magistrati.

Virginio Rognoni esprime «perplessità e amarezza» per i provvedimenti, mentre il Questore di Genova telegrafa al Presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, manifestando fiducia nella condotta tenuta del commissario arrestato. Nei locali della Questura di Roma si tiene una assemblea permanente dei poliziotti che non escludono di organizzare altre clamorose iniziative. «Se volevano portarci all’esasperazione, ci sono riusciti… nemmeno ad alcuni accusati per banda armata è stato riservato lo stesso trattamento», tuona un anonimo dirigente UCIGOS al giornalista de “l’Unità” che lo avvicina.

Il 5 luglio ’83, in un clima apertamente ostile ai magistrati, si apre il processo padovano mentre un gruppo di poliziotti, solidali con i colleghi imputati, presidia l’ingresso del Tribunale. Salvatore Genova non può essere giudicato perché è stato appena eletto, nella fila del PSDI, nelle elezioni politiche generali del 26 giugno e occorre attendere l’autorizzazione a procedere della Camera dei deputati che, tre anni più tardi, nel 1986, rifiuta di concederla. Nella udienza dell’8 giugno, il Capitano Lucio De Santis viene arrestato in aula per falsa testimonianza e condannato. Depongono tutti i brigatisti che descrivono le violenze patite, i medici che hanno osservato i segni lasciati dalle torture e i testimoni che confermano l’utilizzo di metodi illegali.

Un quadro impressionante, alternativo a quello offerto dal testimone Umberto Improta che, in udienza, racconta una storia diversa, cioè di come nacque, nella palazzina della celere, un rapporto cameratesco tra poliziotti carcerieri e brigatisti carcerati: «…il rapporto tra personale UCIGOS, i NOCS e gli arrestati era un rapporto ottimo, di piena collaborazione, addirittura affettuoso…»[15].

Ma i giudici non credono ai poliziotti e ai funzionari dell’UCIGOS e il 15 luglio 1983, il Presidente del collegio, Francesco Aliprandi, legge il dispositivo della sentenza con la quale gli imputati vengono condannati per il reato di abuso di autorità contro arrestati[16].

I brigatisti e i militanti di altre formazioni picchiati e torturati, durante e dopo il sequestro Dozier, furono moltissimi e, dissoltosi il fumo della retorica che accompagna il plauso e i riconoscimenti ai liberatori del generale statunitense, emergono i fatti crudi di una operazione nella quale si consumarono violenze che servirono a carpire informazioni senza le quali, come ha francamente riconosciuto Salvatore Genova, quel risultato non sarebbe mai stato raggiunto. Anzi, molte di queste violenze, in realtà, non sortirono nemmeno questo effetto visto che tanti episodi avvennero quando Dozier era già libero e rappresentarono, così, una delle cause scatenanti la scelta di collaborazione assunta dai brigatisti mentre erano in balia dei torturatori.

Quella padovana è l’unica sentenza degli anni ’80 che riconosce la responsabilità di pubblici ufficiali per fatti di violenza commessi contro arrestati per vicende di terrorismo. Le decine di denunce fatte da altri inquisiti non producono altro che archiviazioni perché sono ignoti gli autori delle violenze[17].

Tra il 2007 e il 2012, il commissario Salvatore “Rino” Genova decide di raccontare ai giornalisti Matteo Indice e Pier Vittorio Buffa cosa è realmente accaduto durante la stagione di lotta al terrorismo. Descrive le torture, confessa il suo ruolo e quello dei suoi colleghi (De Francisci, Improta, Fioriolli, Ciocia) nell’uso dei metodi illegali e conferma che furono i vertici del Viminale a impartire la linea della tortura[18]. A Buffa, laconicamente, dice: «…Non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l’un con l’altro. Questo dovevamo fare…»[19].

Le parole del commissario non scatenano la reazione veemente dei vertici istituzionali. Certo, quelli tirati direttamente in causa replicano che si tratta di fantasie, ma anche nel fronte di quelli che sostengono che mai ci furono violenze sui brigatisti si aprono alcune crepe, con ammissioni, a volte, sorprendenti. È il caso di Giordano Fainelli, ex ispettore capo della Digos veronese, che sostiene che, in realtà, Ruggero Volinia trattò la sua confessione in cambio della immunità per Elisabetta Arcangeli e di una sostanziosa somma di denaro, superiore a quella consegnata a Paolo Galati che parlò dopo aver ricevuto circa 40 milioni e la promessa di un trattamento favorevole per il fratello Michele, brigatista che già si trovava in carcere[20].

Ma Fainelli, che nega che Volinia sia stato torturato, ammette poi che la notte del 26 gennaio ’82, insieme a Umberto Improta e altri colleghi, condusse Ruggero Volinia in un villino in un residence in cui c’era anche Nicola Ciocia. Non assistette a torture, ma non esclude che «l’euforia collettiva portò qualcuno ad andare oltre le righe»[21].

A queste vicende fa riferimento Giuliano Amato intervenendo, a sorpresa, sul tema. E non usa un linguaggio paludato: la classe politica «aveva coperto il ricorso a metodi e strumenti ai margini della legalità…quando non extralegali…bvi fu il ricorso a forme di pressione fisica e psicologica su alcune migliaia di arrestati e detenuti che, nel caso dei primi, sembra siano talvolta arrivate, malgrado le smentite, a toccare la tortura». La magistratura non è senza colpe perché «se pochissimi magistrati seppero del water boarding e pochi dei pestaggi degli arrestati, diverso è il caso dei trattamenti speciali dei detenuti e della possibilità di usare il carcere come strumento di pressione nei confronti di categorie di persone ritenute particolarmente indegne, che divennero pratiche abbastanza diffuse negli anni Ottanta»[22].

Nemmeno le inusuali rivelazioni di Giuliano Amato sgretolano il muro del silenzio eretto 40 anni fa. Tace la classe politica della prima Repubblica, tacciono i vertici del Viminale e della Polizia di Stato, resta silenziosa la magistratura non meno dei giornalisti che quelle inchieste seguirono, celebrando i fasti di uno Stato democratico che prevaleva sulle formazioni eversive sempre rispettando le regole del diritto.

Insomma, un’Italia reticente (reticente proprio nel senso strettamente giuridico «di chi tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti») che non ha ancora trovato il coraggio di discutere, senza infingimenti, dei metodi che vennero impiegati per sconfiggere le organizzazioni della lotta armata, anche di quelli usati durante le indagini in cui raffinati investigatori «cercavano Dozier dentro la vagina di una brigatista».

Note

[1] Il nucleo che, con vari ruoli, sequestrò e trasportò Dozier a Padova era composto da Antonio Savasta, Pietro Vanzi, Marcello Capuano, Cesare Di Lenardo, Emilia Libéra e Alberta Biliato. Una avvincente ricostruzione della vicenda Dozier e delle torture inflitte nella fase della investigazione è contenuta nella docu-serie Sky Original Il sequestro Dozier. Un’operazione perfetta, 2022.

[2] Dozier, al momento del sequestro, era sottocapo di stato maggiore addetto al Comando delle forze terrestri NATO nell’Europa meridionale.

[3] Alla fine del 1980, nella organizzazione BR matura la rottura definitiva con la colonna milanese “Walter Alasia” che viene espulsa nel dicembre di quell’anno. Mario Moretti viene arrestato a Milano il 4 aprile 1981. Nello stesso anno, il Fronte carceri e la colonna napoletana danno vita alle BR-Partito Guerriglia, organizzazione che fa capo a Giovanni Senzani. Infine, nell’autunno 1981, si costituiscono le BR-Partito Comunista Combattente, fortemente radicate nella colonna romana, in quella genovese e in quella veneta (la colonna Annamaria Ludmann-Cecilia) che realizza il sequestro Dozier.

[4] Enrico Triaca è il protagonista del documentario di Stefano Pasetto Il Tipografo, 2022, vincitore del premio quale miglior lungometraggio all’8° Festival internazionale del documentario Visioni dal Mondo. Sulla vicenda Triaca, vedi dell’autore “I tormenti e la calunnia” pubblicato su www.questionegiustizia.it, 12 luglio 2023.

[5] La dettagliata descrizione delle torture inflitte a Nazareno Mantovani, Ruggero Volinia ed Elisabetta Arcangeli è contenuta nella testimonianza resa da Salvatore Genova al giornalista Pier Vittorio Buffa e ad altri organi di informazione.

[6] L’ordine di servizio del comandante del II reparto celere disciplinava esso stesso una forma di tortura sui prigionieri o, quantomeno, una pratica di trattamento inumano e degradante: bendati, legati, tenuti costantemente al buio e senza avere la possibilità, per diversi giorni, di avere la percezione del luogo in cui si trovavano e della identità di coloro che li interrogavano, i brigatisti furono sottoposti alla “deprivazione sensoriale”. Inoltre, nel processo padovano, venne provato che i poliziotti usarono costantemente anche il metodo della privazione del sonno. A questi mezzi aveva fatto ampio ricorso l’esercito inglese in Irlanda, nei primi anni ’70, contro i detenuti appartenenti all’IRA (Irish Republican Army). Già bollato dalla Commissione europea dei diritti dell’uomo come pratica di tortura, in seguito la Corte europea dei diritti dell’uomo sostenne che il metodo della “deprivazione sensoriale” costituiva una pratica di trattamento inumano e degradante.

[7] Quasi certamente si tratta dello stesso gruppo di poliziotti della celere padovana che, secondo le successive rivelazioni di Salvatore Genova, si autodefiniva “Guerrieri della notte”.

[8] Intervistati per la docu-serie Il sequestro Dozier. Un’operazione perfetta, gli ex poliziotti Danilo Amore e Carmelo Di Janni hanno riconosciuto che il racconto di Cesare Di Lenardo sulla finta fucilazione era vero.

[9] I racconti di Savasta, Di Lenardo, Frascella, Libéra sulle violenze subite sono riportati, integralmente, nella sentenza del Tribunale di Padova del 15 luglio 1983.

[10] L’articolo di Pier Vittorio Buffa dal titolo Il rullo confessore venne pubblicato su L’Espresso del 28 febbraio 1982. Quello di Luca Villoresi intitolato Ma le torture ci sono state? comparve sull’edizione di La Repubblica del 18 marzo 1982. I due giornalisti vennero arrestati per ordine della magistratura veneziana perché rifiutarono di rivelare l’identità delle loro fonti. L’articolo di Buffa contiene anche una elencazione di altre vicende di violenza su arrestati per fatti di terrorismo: Massimiliano Corsi, Stefano Petrella, Ennio Di Rocco, Luciano Farina, Lino Vai e Gianfranco Fornoni.

[11] I giudici veronesi, con la sentenza emessa il 25 marzo 1982, condannarono gli ideatori ed esecutori del sequestro Dozier: Francesco Lo Bianco, Barbara Balzerani, Umberto Catabiani, Vittorio Antonini, Luigi Novelli, Remo Pancelli, Marcello Capuano, Pietro Vanzi, Cesare Di Lenardo, Alberta Biliato, Ruggero Volinia, Antonio Savasta, Emilia Libéra, Giovanni Ciucci, Emanuela Frascella, Armando Lanza e Roberto Zanca.

[12] Intervista di Giovanni Palombarini a Il Manifesto dell’11 marzo 1982.

[13] Nella seduta del 22 marzo 1982 della Camera dei deputati, diversi parlamentari fecero riferimento a una miriade di fatti di violenza praticati su arrestati e detenuti. I casi citati, oltre ovviamente quelli veneti, riguardavano gli arresti di Pietro Mutti, Anna Rita Marino, Giuseppe De Biase, Gianni Tonello, Giorgio Benfenati e Paola Maturi.

[14] La richiesta venne rivolta al Vicepresidente Giancarlo De Carolis da Salvatore Senese, Franco Ippolito ed Edmondo Bruti Liberati, rappresentanti di Magistratura democratica nel CSM.

[15] Sulle testimonianze di De Francisci e Improta, i giudici padovani scrissero: «con le loro risposte evasive e con il loro comportamento omissivo circa l’obbligo di indagare… hanno dimostrato il loro preciso intento di difendere gli imputati e il loro operato».

[16] La sentenza del Tribunale di Padova, Pres. Aliprandi, emessa il 15 luglio 1983, è pubblicata su Il Foro Italiano, maggio 1984, vol. 107, No. 5, con commento di Domenico Pulitanò. La condanna venne inflitta agli agenti NOCS Danilo Amore, Carmelo Di Janni, Fabio Laurenzi e al tenente del II reparto celere Giancarlo Aralla solo per l’episodio del trasporto illegale in campagna e della finta fucilazione del brigatista Di Lenardo. Inoltre, Amore venne riconosciuto responsabile anche di violenza privata contro Emilia Libéra. L’amnistia promulgata nel 1990 cancellò la condanna.

[17] Nel 2013, i giudici della Corte di Appello di Perugia, accogliendo la richiesta di revisione della sentenza irrevocabile di condanna per il reato di calunnia, hanno riconosciuto che, nel 1978, Enrico Triaca venne torturato.

[18] Secondo il ricercatore Paolo Persichetti («8 gennaio 1982, quando il governo Spadolini autorizzò il ricorso alla tortura» in Insorgenze, 30 marzo 2012) il governo diede il via libera all’uso della tortura nel corso di una riservatissima seduta del Comitato Interministeriale per l’informazione e la sicurezza (CIIS) a cui parteciparono il Presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, e i ministri Rognoni, Lagorio, Marchiora, La Malfa, Di Giesi e Altissimo.

[19] L’articolo del giornalista Matteo Indice che contiene l’intervista a Salvatore Genova, dal titolo E la CIA si stupì dei nostri metodi venne pubblicato su Il Secolo XIX del 24 giugno 2007. Quello di Pier Vittorio Buffa, dal titolo Così torturavamo i brigatisti comparve su L’Espresso del 5 aprile 2012.

[20] Michele Galati, componente della colonna veneta delle Brigate Rosse, venne arrestato nel dicembre 1980. Il 4 febbraio ’82, al PM di Venezia, fece le sue prime rivelazioni. Galati sostenne che, da un po’ di tempo, stava già collaborando segretamente con il generale Dalla Chiesa e altri ufficiali dell’Arma dei Carabinieri con i quali parlava in occasione delle traduzioni dal carcere. Rivelò anche che, nell’ottobre ’81, aveva informato Dalla Chiesa che le BR intendevano rapire un alto ufficiale statunitense in forza alla NATO e di stanza a Verona o Vicenza.

[21] Intervista di Giordano Fainelli al quotidiano L’Adige del 12 febbraio 2012. Anche Salvatore Genova raccontò che ad alcuni brigatisti “pentiti” venne elargita una somma complessiva di 100 milioni di lire, denaro prelevato da un fondo riservato del Viminale.

[22] Le considerazioni sono contenute nel libro di Giuliano Amato e Andrea Graziosi, Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia, il Mulino, 2013.

L’articolo è tratto, con il consenso dell’autore e della testata, dal sito di Questione giustizia


Anziani non autosufficienti: tanto rumore per nulla

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Grande enfasi è stata data, in questi giorni, al decreto legislativo approvato in prima lettura dal Governo per l’attuazione della legge-delega in materia di politiche in favore delle persone anziane. La sua approvazione è stata preceduta da roboanti annunci e da pacate retromarce imposte dalla Ragioneria dello Stato. Non voglio commentare il punto, ma esprimere il mio parere sull’efficacia di alcune sue misure e sulla loro coerenza con gli obiettivi dettati dalla legge-delega

Tra i pilastri del provvedimento c’era la riforma dell’indennità di accompagnamento (legge n. 18/1980) che sarebbe dovuta avvenire introducendo, in via sperimentale, una prestazione universale graduata a seconda dello «specifico bisogno assistenziale», «erogabile, a scelta del soggetto beneficiario e a carico dell’INPS, sotto forma di trasferimento monetario e di servizi alla persona, di valore comunque non inferiore alle indennità e alle ulteriori prestazioni di cui al secondo periodo, nell’ambito delle risorse di cui all’articolo 8» (art. 5, comma 2, lettera a, n. 1). L’idea, del tutto condivisibile, era quella di dare un nuovo volto e una nuova dimensione a questo casch economico erogato in forza della sola menomazione per i ciechi assoluti o, nel caso degli invalidi civili, nell’ipotesi in cui la persona non sia in grado di deambulare in maniera autonoma e/o sia impossibilitata a svolgere in piena autonomia gli atti quotidiani della vita indipendentemente dalla sua situazione economica; e di graduarne la misura in relazione all’intensità del carico assistenziale con un livello minimo di sostegno economico che non avrebbe comunque potuto essere inferiore a quello dato dall’indennità di accompagnamento (al momento 531,76 euro mensili).

L’obiettivo previsto dalla legge n. 33/2023 è stato però tradito dal Governo nonostante sia stata introdotta, in via sperimentale (dal 1 gennaio 2025 al 31 dicembre 2026), la cosiddetta «prestazione universale […] al fine di promuovere il progressivo potenziamento delle prestazioni assistenziali per il sostegno della domiciliarità e dell’autonoma delle persone anziane non autosufficienti» (art. 34, comma 1): per una serie di ragioni e perché questo intervento economico sarà forfettario e destinato a una ridottissima coorte di persone anziane non autosufficienti. Il suo importo mensile sarà, infatti di 850 euro mensili senza graduarla tenuto conto del livello di intensità assistenziale, pur essendoci persone anziane disabili che richiedono qualche ora di assistenza giornaliera (per l’igiene, la mobilizzazione e per la preparazione dei pasti) e altre che, oltre a questo, richiedono una stretta e continua sorveglianza e vigilanza protratte sulle 24 ore che, nella domiciliarità, esige il supporto continuo di almeno due assistenti domiciliari. Di tutto ciò non si è voluto tener conto tradendo, in fine dei conti, le precise indicazioni dettate dalla legge-delega.

La decisione del Governo è stata quella di dare una misura unica alla prestazione universale esentandola dall’imposizione fiscale e prevedendone la composizione in una quota monetaria fissa, corrispondente all’indennità di accompagnamento, e in una quota integrativa (cd. “assegno di assistenza” pari ad 850 euro mensili) «finalizzata a remunerare il costo del lavoro di cura e di assistenza […] o l’acquisto di servizi destinati al lavoro di cura e assistenza e forniti da imprese qualificate nel settore dell’assistenza sociale non domiciliare» (art. 36, comma 2, lettera a e lettera b). Nessuna gradazione, dunque, della indennità di accompagnamento né, tanto meno, dell’assegno di assistenza.

Per di più, essi saranno erogati non a tutti gli anziani non autosufficienti ma a una platea marginale di persone bisognose essendo stato previsto uno sbarramento legato all’età anagrafica della persona e uno stringente vincolo reddituale. Accederanno, infatti, al beneficio, su domanda, i soli grandi anziani over80 già titolari dell’indennità di accompagnamento in possesso di un indicatore economico (ISEE) non superiore a 6 mila euro/anno e con un accertato «stato di bisogno assistenziale gravissimo». Quest’ultimo, poi, è lasciato nella palude del nulla sul piano definitorio perché il suo contenuto dovrà essere esplicitato da una apposita commissione tecnico-scientifica «tenuto conto delle disposizioni di cui al decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali 26 settembre 2016, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 280 del 26 settembre 2016» (art. 34, comma 3), senza superare il «limite massimo di spesa di 300 milioni di euro per l’anno 2025 e di 200 milioni di euro per l’anno 2026» (art. 36, comma 6).

Gli sbarramenti esagerati, i vuoti non spiegabili e i continui rinvii a successivi provvedimenti normativi, oltre ad allontanare all’infinito le risposte ai problemi, offrono una risposta estremamente parziale un’emergenza che dovrebbe, invece, essere urgentemente affrontata. Le stime evidenziano, infatti, che i beneficiari di questa presunta riforma non supereranno le 25 mila unità, quando gli anziani non autosufficienti sono oltre due milioni e 800mila, di cui poco più della metà (un milione e 738mila) percepisce l’indennità di accompagnamento, e quando il 33,8% di questa platea di persone disabili ha un reddito pensionistico cumulativo inferiore a 1.000 euro mensili, del tutto insufficiente a coprire i costi effettivi di un regolare contratto di badantato (oltre 17 mila euro/anno).

Se poi l’obiettivo della riforma era anche quello di ridurre il nero regolarizzando il lavoro domestico che sappiamo essersi ridotto nel nostro Paese nel 2022 del 7,9% (-76.548 lavoratori), possiamo essere facili profeti di ciò che realmente accadrà. Non solo perché il nuovo intervento assistenziale, che di “universale” ha ben poco, sarà appena sufficiente a pagare il contratto di un assistente domiciliare e non le altre spese necessarie a vivere con un minimo di dignità, ma anche perché saranno moltissimi gli anziani non autosufficienti che di questo intervento non potranno avvalersi. Cosicché la spesa a carico delle famiglie,  stimata in 14,3 miliardi di euro/anno, non potrà essere contenuta e perché la maggior parte (51,8%) delle colf e dei badanti al lavoro in Italia (stimati in un milione e 86mila) continuerà a lavorare in nero.

Dunque, tanto rumore per quasi nulla…


La memoria: un patrimonio da non strumentalizzare

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«La tragedia della deportazione nei lager nazisti e lo sterminio degli ebrei devono essere ricordati in ogni giorno dell’anno, non solo il 27 gennaio». È un’affermazione, non certo priva di fondamento, che ho sentito spesso sulla bocca dei ragazzi e non solo dei ragazzi. Anche quest’ anno è accaduto: è stata una delle motivazioni addotte dalle studentesse e dagli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore VIII marzo di Settimo Torinese, che dovevano pronunciarsi “contro” l’istituzione del Giorno della Memoria, nell’ambito di un interessante dibattito, nel corso del quale sei classi quinte – due alla volta, in base a sorteggio – sono state chiamate a confrontarsi sull’opportunità o meno di celebrare le varie date del calendario civile. Il Giorno della Memoria, che ricorreva il giorno successivo a quello del nostro incontro, ha avuto in questo dibattito una particolare rilievo e il rischio che possa avere l’effetto di cristallizzare il ricordo dei crimini nazisti e fascisti entro ristretti limiti temporali è stato assai ben rappresentato.

Un rischio che – lo debbo confessare – al momento di firmare la proposta di legge di cui il mio collega Furio Colombo era il promotore e che sarebbe poi stata approvata nel luglio del 2000, non destava in me particolari preoccupazioni. L’istituzione del Giorno della Memoria mi pareva molto utile, quasi necessaria. Combattere l’oblio dei misfatti compiuti dai nazisti e dai fascisti mi sembrava – e mi sembra – l’obiettivo prioritario. Ora che la legge n. 211/2000 sta quasi per compiere un quarto di secolo può, peraltro, essere utile tentare di dare una risposta all’affermazione da cui sono partita.

Per farlo sarà opportuno, innanzitutto, ricordarne il titolo esatto: «Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati politici e militari italiani nei campi nazisti». Il testo, molto breve, precisa poi che «sono organizzati cerimonie, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati politici e militari italiani […]».

Ovviamente le criticità nell’applicazione della legge non mancano. L’interpretazione del suo conciso contenuto è stata ed è differente da parte delle scuole, certamente prime, ma non uniche, destinatarie delle norme. In molti casi viene considerato un adempimento prevalentemente formale? È possibile, soprattutto ora che non si riesce, tranne in rari casi, ad avere le testimonianze dirette di coloro che hanno vissuto l’esperienza dei lager e che si sono prodigati, finché hanno potuto, per sostenere l’opera degli insegnanti. È possibile, ma, proprio ora, anche per onorare i deportati e le deportate che tanto hanno lavorato per trasmettere il ricordo della vita e della morte nei lager e che ormai ci hanno lasciati, è estremamente importante consegnare a chi viene dopo di noi una memoria documentata e completa del passato, che, utilizzando opportunamente gli strumenti tecnologici a disposizione, rinunci a ogni retorica e rifugga ogni omissione. Non si deve dimenticare che già ci sono iniziative importanti e originali di molte scuole, che impegnano insegnanti e studenti anche per più settimane. Sono buone pratiche, che dovrebbero essere diffuse. Per tornare al caso da cui sono partita, ad esempio, all’Istituto VIII Marzo di Settimo il percorso, ideato e attuato da Federica Tabbò in collaborazione con alcuni docenti, è durato circa quattro mesi, giungendo alla sua conclusione, con il dibattito che ho descritto, proprio alla vigilia del Giorno della Memoria.

Accanto all’attività delle scuole non si può dimenticare la funzione svolta dai mezzi di comunicazione che, in generale, dedicano molta attenzione alla celebrazione della Giorno della Memoria. Qui, però, risulta evidente che, anche aiutati dal fatto che la data scelta è stata quella della liberazione di Auschwitz, i media, in larghissima parte, si dedicano solo al ricordo della Shoah. Ho già avuto occasione di esprimere su Volere la luna la mia forte critica nei confronti di chi colpevolmente ignora che nei campi di concentramento – Auschwitz compresa – furono deportati e morirono a migliaia anche tanti comunisti, tanti socialisti, tanti oppositori del nazifascismo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/01/27/il-giorno-della-memoria-e-per-tutti-nessuno-puo-essere-dimenticato/ ). L’attività delle scuole può anche essere utile per contrastare questa sospetta tendenza a dimenticare presenze scomode, che ora sono particolarmente sgradite a chi tiene in casa il busto di Mussolini o, più in generale, cerca di limitare le colpe del regime fascista e della monarchia all’introduzione delle leggi razziali. Se è vero che il ricordo dell’immane tragedia della deportazione nei lager non può essere circoscritto a un giorno solo, è, dunque, bene che quel giorno ci sia e che le scuole possano liberamente individuare e attuare i percorsi con cui inserire il Giorno della Memoria all’interno della propria programmazione didattica.

C’è motivo di avere qualche timore sul futuro del Giorno della Memoria? La risposta è positiva per due motivi, il primo specifico e circoscritto, il secondo di carattere generale.

C’è, innanzitutto, un testo di poche righe che l’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio, articolazione territoriale del Ministero, ha scritto, nella forma di una Riservata personale” ai dirigenti scolastici. Contiene l’invito «nell’approssimarsi della Giornata della Memoria e alla luce degli scenari internazionali di crisi» a porre «la massima attenzione per prevenire iniziative e comportamenti che possano turbare la serenità degli studenti e delle studentesse nonché il normale svolgimento delle attività didattiche». In conclusione: «ogni elemento di novità al riguardo deve essere rappresentato allo scrivente Ufficio con la massima tempestività».

A quanto ci consta, è la prima volta che il Governo, con un messaggio di un’inquietante ambiguità, interferisce sull’attività delle scuole all’avvicinarsi del 27 gennaio. Nessun dubbio che lo scenario internazionale sia “di crisi”, ma nei molti anni di vita della legge n. 211/2000 non è certo la prima volta che ciò accade. Non credo, quindi, che sia infondata la preoccupazione che il Ministero voglia giungere a condizionare lo svolgimento del Giorno della Memoria. Una data che ricorda inesorabilmente i crimini dei nazisti e dei fascisti. Che non si presta a quella narrazione della storia stravolta che i fascisti, ora al potere, vorrebbero imporre al nostro paese. Come ha detto Eric Gobetti parlando ai giovani dirigenti dell’Anpi, ai quali ha poi rivolto un’esortazione pienamente condivisibile: «Studiate, imparate, non smettete mai di documentarvi, non arrendetevi all’ignoranza: una battaglia culturale si combatte con gli strumenti della cultura. E, come insegna Orwell, non è una battaglia inutile o irrilevante: è la principale battaglia da combattere oggi, per riportare al centro della nostra vita civile i valori della democrazia e della libertà» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/01/26/la-giornata-della-memoria-chi-controlla-il-passato/).

Salvaguardare la libertà delle scuole e valorizzare il significato del Giorno della Memoria fa parte di una battaglia culturale che vale la pena di combattere sino in fondo.


L’Italia a rischio salute

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L’approvazione da parte del Senato del disegno di legge n. 615 sull’Autonomia regionale differenziata (per comodità DDL Calderoli), è stata un giorno nero per il Servizio Sanitario Nazionale, per la salute e per la Repubblica. Non sarà l’ultimo, rebus sic stantibus. Il Governo Meloni e la sua maggioranza stanno procedendo nell’iter parlamentare dell’Autonomia, nonostante la contrarietà di oltre il 60% dell’opinione pubblica.

La sanità pubblica (il SSN) in Italia è già differenziata per regioni. Il fallimento di tale differenziazione è evidente ed è da irresponsabili accentuarlo. Lo dimostrano dati consolidati assistenziali e gestionali. Nel 2018 il tasso standardizzato di mortalità evitabile per 100.000 abitanti, indicatore di qualità ed efficacia dell’assistenza, ha oscillato dal 14,8%, in Trentino-Alto Adige al 20,8% in Campania. Nel 2019 l’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (i LEP) in Sanità, obbligatori per tutti i Servizi Sanitari Regionali, ha oscillato dal 93,4% in Emilia-Romagna al 56,3 in Sardegna. Nel 2022 l’efficienza operativa misurata da indicatori combinati dal CREA Sanità di Torvergata ha oscillato dal 59% del Veneto al 30% della Calabria. Nel 2020 la spesa sanitaria pubblica pro capite ha oscillato tra i 2.715 euro della Valle d’Aosta e i 1.942 euro della Campania, con una differenza di 773 euro pro capite. Significativo anche il fatto che la spesa privata contemporaneamente è andata dai 987 euro pro capite in Valle d’Aosta ai 406 euro in Campania, con una differenza di 581 euro.

Anche l’organizzazione del SSN nelle varie regioni è diversa. Il caso più importante, perché anticipatore ed emblematico della realizzazione del mercato della assistenza sanitaria in Italia perseguito dalle politiche e dai partiti neoliberisti, è la Lombardia. Essa, infatti, è dotata di Aziende sociosanitarie territoriali (ASST), erogatrici esclusivamente di prestazioni in competizione con le aziende private, e di Agenzie di tutela della salute (ATS), esclusive titolari delle convenzioni/contratti di fornitura con erogatori pubblici e privati. Palese il contrasto con la legge n. 833/1978 di questa organizzazione della sanità pubblica imposto da Formigoni con la legge regionale n. 33/2009 e rinnovato dalla legge regionale n. 22/2021), colpevolmente accettato senza opposizione dal governo Draghi-Speranza.

A partire dalla centralizzazione delle funzioni di acquisto e/o degli ambiti territoriali di assistenza e senza enumerarne tutte le tipologie, si può constatare che non c’è una regione che abbia un’organizzazione sanitaria uguale a quella di un’altra. Gli stessi professionisti dipendenti sono “rinchiusi” in “gabbie salariali” con remunerazioni differenti tra regioni e tra aziende sanitarie. Nel corso degli anni, infatti, il “monte salari” è andato differenziandosi tra i Servizi sanitari regionali, e al loro interno tra le aziende, per il susseguirsi, contratto dopo contratto sino a quello del comparto dello scorso anno, degli incrementi in percentuale sullo storico e non “per quota capitaria”, oltre al diverso ricorso all’istituto delle “compartecipazioni”. A ciò si aggiungano i cosiddetti “piani di rientro”, cioè il blocco forzato di tutte le spese in caso di disavanzo pari al 7% rispetto agli obbiettivi di finanza pubblica stabiliti in base al “Patto di stabilità e crescita europeo”, istituito nel 1997.

Con il DDL Calderoli la maggioranza e il Governo Meloni, però, hanno iniziato la trasformazione delle attuali mere differenze di efficienza amministrativa dell’articolazione regionale del SSN in sanità, in calamità sociale per i cittadini. In tutte le regioni, non solo nel Sud, anche nel Centro e nel Nord. Le regioni, tutte, sia ordinarie che autonome, diventeranno “agenti regionali” dello smantellamento del SSN e della progressiva privatizzazione e finanziarizzazione della sanità in Italia. Una via regionale decentrata e autonoma al neoliberismo, insomma, tramite la balcanizzazione eversiva della Repubblica e delle sue articolazioni amministrative regionali.

Ne soffriranno in primo luogo coloro, lavoratori e professionisti dipendenti e no, che in tutte le regioni, senza distinzione tra Nord, Centro e Sud, non sono nelle fasce altissime di reddito, e dovranno rinunciare alle cure o agli alti costi, in incremento di anno in anno, delle polizze assicurative e/o accessi alle cure a pagamento diretto (out of pocket). Lo conferma il combinato disposto della legge di Bilancio 2024, del DDL Calderoli e del decreto Milleproroghe 2024

La legge di Bilancio 2024 ha stanziato per il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) circa 131 miliardi di euro, 10 in meno rispetto ai 141 miliardi stimabili senza incrementi sul 2022 se non quelli per l’inflazione cumulativa, che è stata del 9%. Nel 2014, a prescindere dalla entità dell’inflazione che si registrerà a fine anno, il FSN, sarà, quindi, ancor più insufficiente a finanziare il SSN. E la frammentazione in 19 Servizi Sanitari Regionali (SSR) più 2 Provinciali non servirà a risolvere questo problema, neanche per le regioni del Nord. Il DDL Calderoli è chiaro: i LEA/LEP, sono finanziati nei «limiti delle risorse rese disponibili nella legge di bilancio» (art. 4) e sono esclusi «nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica» (art. 9). Devoluzione o no, a dover tagliare i servizi pubblici e a privatizzarli saranno le Regioni e anche i Comuni, che sul piano politico, in qualsiasi caso, e talora anche su quello istituzionale (Conferenze Socio-Sanitarie Territoriali), sono coinvolti nella programmazione dei servizi sanitari. Il decreto Milleproroghe 2024, infine, non ritarderà la devoluzione in sanità sia perché i LEA sono già in vigore col DPCM del 2017, che li ha aggiornati, sia perché il DM 23 gennaio 2023 sulle tariffe è in vigore dal 24 gennaio 2001, sia perché il FSN, di fatto, li finanzia, anche se assai al di sotto delle necessità.

Non appena il DDL Calderoli sarà legge con l’approvazione alla Camera, per Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna si ripartirà dalle pre-intese del 2018 e 2019 (art. 11) e la competenza per la Sanità è stata richiesta in forma praticamente eguale da tutte e tre. Dallo stesso momento, inoltre, le tre regioni potrebbero ottenere l’autonomia nelle nove materie non vincolate ai LEP. Tra queste c’è la materia “professioni”, che in Sanità significa ambito ordinistico di medici e delle altre professioni. Alle restanti regioni non rimarrà che adeguarsi o accendere conflitti politico amministrativi con lo Stato e/o tra loro stesse.

Col DDL Calderoli l’attacco alla salute sarà ben più esteso di quello diretto e specifico al solo SSN, poiché la “tutela della salute” si persegue in primo luogo adottando la prevenzione primaria come criterio guida vincolante in tutte le politiche, quindi in tutte le altre materie da devolvere. Una a caso, l’ambiente! Ma a ben vedere, direttamente o no, anche tutte le altre. Di qui la logica necessità di opporsi all’Autonomia differenziata in toto, di non limitarsi solo a chiedere che la Sanità ne sia estrapolata.

L’attuazione dell’autonomia differenziata, collegata al premierato, è in pieno svolgimento. Governo e Parlamento non sentono ragioni. L’opposizione delle forze politiche, sociali e di gran parte dell’associazionismo è senza risultati: sembra assai ridotta la percezione/cognizione della gravità eversiva del processo politico di democratura in atto, da cui l’assenza di convinzione e di incisivi atti politici. Di qui la necessità di rilanciare lotte sindacali e sociali, di chiedere alle Regioni di avanzare alla Corte costituzionale i ricorsi del caso e, soprattutto, di andare, al momento opportuno, a un referendum.

Post scriptum. Mentre scrivo queste righe in Campania qualcosa si muove: vediamo, speriamo, facciamo…


L’atroce paradosso del nuovo antisemitismo

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In questi mesi un atroce paradosso si dipana sotto i nostri occhi. Il Governo d’Israele è diventato il principale generatore di veleno antisemita per l’eccidio che si sta consumando nella striscia di Gaza. Soprattutto le nuove generazioni, che non hanno vissuto da vicino la tragedia storica dell’Olocausto, assistono indignate alla strage in atto, alle espulsioni forzate di Palestinesi dalle loro case in Gerusalemme Est e Cisgiordania, in palese violazione del diritto internazionale vigente, mentre diffidano delle circostanze non chiarite in cui non è stato prevenuto e contrastato l’attacco sanguinoso di Hamas ad Israele. Facilmente esse cadono vittime di un errore eguale e contrario alla mistificazione diffusa, per giustificare l’appoggio occidentale a Netanyahu e ai suoi peggiori accoliti, secondo i quali qualsiasi critica al governo d’Israele è quantomeno sintomo di antisemitismo. Le accuse strumentali di antisemitismo alle mobilitazioni in difesa dei diritti palestinesi, tali da costringere le rettrici dell’Università della Pennsylvania e di Harvard alle dimissioni (https://volerelaluna.it/mondo/2023/12/14/stati-uniti-se-la-liberta-di-parola-si-ferma-alla-soglia-della-palestina/), configurano delle limitazioni alla libertà di espressione e di ricerca tali da confondere ulteriormente antisemitismo e critiche alla politica israeliana.

La Giornata della Memoria impone rispetto per i milioni di Ebrei vittime, a cui si aggiungono oppositori politici, Rom, Sinti, portatori di handicap, religiosi, omosessuali perseguitati e sterminati dal regime nazista. Quel senso di rispetto richiede anche il chiarimento delle circostanze storiche che hanno accompagnato l’azione di quel regime programmaticamente finalizzato all’eliminazione della minoranza ebraica. Se le responsabilità della Germania di Hitler e dell’Italia fascista, autrice delle leggi razziali, sono state chiarite in maniera inequivocabile dalla storia, resta un misconosciuto, perlopiù inconsapevole, senso di colpa per un antisemitismo antico, allora diffuso nel mondo, che ha accompagnato e, in qualche misura, favorito quegli orrori di cui i diritti di Palestina e dei Palestinesi diventeranno bersagli innocenti. Non mancano esempi ineludibili al riguardo. Quando iniziò la fuga degli Ebrei dalla Germania, dopo la famigerata Notte dei Cristalli, il governo nazista appose la lettera “J” sui loro passaporti, ma su richiesta dei governi della Svizzera e della Svezia che non volevano accoglierli, senza rinunciare ai benefici economici del turismo tedesco (cfr. Birgitta von Otter, Navelsträngar och narrspeglar, 2020). In quegli stessi anni, l’ambasciatore degli Stati Uniti William Dodd (cfr. Robert A. Dallek, Democrat and Diplomat: The Life of William E. Dodd, 1968) – storico, nominato dal presidente Franklin D. Roosevelt, che lo protesse nel corso del suo intero mandato – fin dall’inizio della sua missione intese e denunciò ai suoi diretti superiori la natura del governo presso il quale era stato accreditato. I diplomatici di professione del Dipartimento di Stato gli rimproveravano di non comportarsi secondo le tradizionali regole professionali della diplomazia, prima tra le quali quella di intrattenere rapporti buoni, possibilmente cordiali con il governo presso il quale si è accreditati. Soprattutto, essi non gradivano i numerosi visti che l’ambasciatore elargiva agli Ebrei in fuga, a causa di un antisemitismo largamente diffuso negli Stati Uniti e in tutte le classi alte dell’Occidente.

Ma vi è di più. Riflettiamo su questo episodio. A seconda guerra mondiale inoltrata, nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1942, su un treno che li porta da Varsavia a Berlino, il giovane diplomatico svedese Göran Fredrik von Otter si trova per caso nello stesso scompartimento con il tenente delle SS, Kurt Gerstein (cfr. Saul Friedländer, L’ambiguità del bene. Il caso del nazista pentito Kurt Gerstein, 2002). Nel clima di confidenza che talvolta si crea tra due viaggiatori, dopo avere controllato l’assenza di microfoni spia, Gerstein preannuncia una rivelazione che potrebbe costargli la vita, chiedendo soltanto al suo compagno di viaggio di riferire quanto sta per dirgli ai suoi superiori. Reduce da una visita ai campi di concentramento di Belzec e di Treblinka – egli era dirigente dell’Ufficio di Igiene dei Waffen SS – afferma di avere assistito all’eliminazione di centinaia di persone con uso del gas Zyklon B. Al ritorno a Berlino, il suo ambasciatore gli sconsiglia di riferire per iscritto e, invece, lo fa ricevere a Stoccolma dal ministro degli esteri, Christian Ernst Günther e da Per Albin Hansson, socialista e capo del governo di unità nazionale della Svezia neutrale. Entrambi lo ascoltano con attenzione, dando l’impressione di credergli ma di non voler sapere quanto il giovane diplomatico riferisce loro. Una qualsiasi dichiarazione pubblica avrebbe potuto mettere in pericolo lo status di neutralità della Svezia. Un silenzio che Gerstein continua a combattere, fornendo analoghe informazioni al nunzio apostolico, Cesare Orsenigo, di nuovo senza alcun risultato. Dello stesso tenore sono le informazioni scaturite dagli archivi della Croce Rossa Internazionale (cfr. Caroline Moorehead, Dunant’s Dream: War, Switzerland, and the History of the Red Cross, 1998 ). A seguito di informazioni reperite dai suoi ispettori, fu convocata una seduta segreta del suo Consiglio, a cui partecipò pure il presidente della Confederazione Elvetica. A grande maggioranza fu votato il silenzio, anche in quella sede. Soltanto tre membri (le sole donne) votarono a favore di una pubblicazione dell’Olocausto in atto che avrebbe potuto ulteriormente motivare l’impegno militare schierato contro l’Asse. È quanto viene rappresentato nell’opera teatrale di Rolf Hochhut, bandita in Italia nel 1963, ove la figura de Il Vicario, nella persona di Pio XII, rappresenta simbolicamente un’umanità che tace ai fini della propria salvaguardia.

Sono numerosi gli esempi di reticenza e di implicita connivenza nei confronti dell’eccidio degli Ebrei, nel corso della Seconda guerra mondiale. È radicato nel tempo l’antisemitismo soprattutto delle classi alte – operai e contadini, se non aizzati allo scopo, non ne avevano esperienza ed occasione – che ancora negli anni Cinquanta e Sessanta operavano significative discriminazioni nei confronti di Ebrei in rilevanti sedi sociali e istituzionali. La rimozione dei sensi di colpa riemerge nella collusione con nuovi eccidi. Lasciamo alla Corte, giustamente investita, decidere se si tratta di genocidio, quello in atto contro i Palestinesi da parte del governo d’Israele, la cui politica oggi genera ancora poche ma crescenti forme di nuovo antisemitismo.


Le bugie di Leonardo sulle armi a Israele: intervista ad Antonio Mazzeo

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L’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, di proprietà del Vaticano, ha rifiutato, ritenendola inopportuna, una donazione natalizia di un milione e mezzo di euro proposta da Leonardo, società pubblica italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza. Leonardo ha replicato che «in tutti i teatri di guerra in corso non c’è nessun sistema offensivo di nostra produzione» (Repubblica, 12 gennaio). L’affermazione non risponde al vero, come evidenzia nella intervista che segue, Antonio Mazzeo, giornalista pacifista specializzato in questioni militari.

Sulla base di cosa Leonardo può fare un’affermazione del genere? E con quale credibilità?

Beh, bisognerebbe chiedere ai manager di Leonardo perché si siano inventati una risposta che non trova alcun fondamento né tra i comunicati stampa emessi in tutti questi anni dalla holding armiera a capitale pubblico, né tra le relazioni ufficiali periodiche delle autorità governative sulle attività di esportazione delle aziende belliche italiane.

Israele è uno dei partner strategici di Leonardo Spa o delle società controllate interamente o parzialmente che hanno sede sociale in paesi terzi (in particolare negli Stati Uniti d’America). Sono stati realizzati negli stabilimenti di Alenia Aermacchi (Leonardo) di Venegono Inferiore (Varese), i caccia-addestratori M-346 “Master” dove si formano i top gun dell’Aeronautica militare israeliana, prima di operare nei cacciabombardieri di IV e V generazione (come i famigerati F-35 che sono stati predisposti per l’uso di armi nucleari tattiche) che stanno sterminando morte e distruzione a Gaza, Libano meridionale e Siria. Negli stabilimenti AgustaWestland di Leonardo sono stati realizzati gli elicotteri d’addestramento che le forze armate israeliane hanno acquistato un paio di anni fa per “formare” i reparti elicotteristici destinati alle operazioni di guerra. E a bordo dei carri armati che hanno raso al suolo tanti quartieri di Gaza sono stati predisposti sofisticati sistemi di “autoprotezione” realizzati in joint venture dalla controllata USA di Leonardo (DRS) e aziende israeliane leader nel settore bellico.

Questo per quello che riguarda solo il caso di Israele. Ma possiamo dimenticare l’apporto di Leonardo al potenziamento bellico delle forze armate turche? Al regime di Erdogan è stato fornito il know how per realizzare in Turchia gli elicotteri d’attacco “Atak”, la versione nazionale degli Agusta Westland A129 “Mangusta” di Leonardo, costantemente impiegati dalle forze armate di Ankara per bombardare i villaggi kurdi in territorio turco, iracheno e siriano. E, oltre a questi sistemi di morte, Leonardo SpA, attraverso la controllata Telespazio, ha fornito alla Turchia componenti vitali per la realizzazione del programma aerospaziale militare “Göktürk-1”, basato su un satellite di osservazione della Terra con un sensore ottico ad alta risoluzione, un centro per l’integrazione satellitare e i test (costruito ad Ankara) e un segmento terrestre responsabile del controllo missione, della gestione in orbita, dell’acquisizione e processamento dati. Il satellite “Göktürk-1” è stato lanciato in orbita il 5 dicembre 2016 dallo spazioporto europeo di Kourou, in Guyana francese, con un lanciatore italiano VEGA, sotto il controllo del Centro Spaziale del Fucino di Telespazio.

È possibile sapere con una ragionevole approssimazione che parte delle attività di Leonardo è dedicata alla produzione di armamenti o di sistemi direttamente legati alla guerra?

Soprattutto il settore aerospaziale transnazionale si sta caratterizzando per la ricerca, sperimentazione e produzione di sistemi cosiddetti “dual”, che cioè possono operare in qualsiasi momento in contesti di tipo “civile” o di tipo “militare” o in quell’area grigia rappresentata dalle operazioni di “soccorso” in caso di eventi bellici, pandemie, catastrofi ecc. Ciò rende davvero impossibile quantificare le percentuali di produzione a fini bellici di un’azienda che operi in questo settore. Tuttavia ci sono comparti produttivi di Leonardo che continuano a caratterizzarsi per l’esclusiva realizzazione di sistemi d’arma. Penso in particolare agli stabilimenti ex Oto Melara di La Spezia dove si costruiscono cannoni terrestri e navali, carri armati e blindati, spesso in joint venture con il gruppo privato Iveco Defense Systems con quartier generale a Bolzano. C’è poi il settore della cybersecurity i cui prodotti sono destinati alle forze armate e gli apparati sicuritari statali. Nelle guerre cibernetiche Leonardo e le aziende controllate hanno assunto un ruolo chiave in Italia e a livello internazionale.

Le produzioni della compartecipata (il 30% di Leonardo è capitale pubblico) che andamento hanno avuto negli ultimi anni?

Gli ordini di prodotti Leonardo sono cresciuti progressivamente negli ultimi anni (il loro valore era di 11.595.000,000 euro nel 2017, mentre sono stati per 17.226.000.000 euro nel 2022). Anche in termini di ricavi i bilanci di Leonardo hanno evidenziato una forte crescita: 11.527.000.000 euro nel 2017, 14.713.000.000 euro cinque anni dopo. Nel 2023 fatturati e dividendi sono ulteriormente cresciuti per cui c’è da attendersi un ulteriore salto in avanti di quella che ormai si è consolidata nella classifica top ten delle grandi aziende produttrici di sistemi di guerra. Ma attenzione, non sono tutte “rose” quello che governi e partiti di maggioranza e opposizione ci fanno credere quando esaltano le capacità produttrici di Leonardo e i suoi benefici per la società e l’economia italiana. I bilanci del gruppo rivelano infatti anche il boom dell’indebitamento della holding, passato da 2.351.000.000 nel 2018 a 3.016.000.000 nel 2022. Come dire cioè, che i benefit vanno ai manager e agli azionisti, mentre il pagamento dei debiti a banche e gruppi finanziari internazionali spetta ai contribuenti italiani.

L’intervista è tratta, in forza di un rapporto di collaborazione, da Pressenza.com